Quando abbiamo deciso che giocare è solo una cosa da bambini? Ai bambini in effetti nessuno chiede perché giocano. Nessuno pretende una spiegazione da chi rincorre un pallone fino a perdere il fiato, da chi costruisce una porta con due zaini, da chi trasforma una pozzanghera in un oceano e un marciapiede nella linea di una pista d’atletica. Il gioco non serve a niente e, proprio per questo, serve a tutto. È il primo linguaggio con cui impariamo il mondo, il modo in cui il corpo scopre la gioia prima ancora di conoscerne il nome.

Poi cresciamo e il tempo comincia a pesare: ogni gesto deve essere utile, ogni passione deve trasformarsi in rendimento, ogni errore va corretto, ogni minuto deve produrre qualcosa. Persino lo sport, lentamente, smette di essere il luogo della scoperta e diventa il regno della prestazione. Iniziamo a parlare di classifiche, di record, di medaglie, di statistiche. Misuriamo tutto, perfino la felicità.

Lo sport continua ad affascinarci da adulti, perché, sotto la superficie delle classifiche, conserva ancora il ricordo del gioco.
Lo dimentichiamo spesso. Guardiamo una finale e pensiamo alla vittoria. Guardiamo un podio e pensiamo al sacrificio. Eppure ci sono atleti che, prima ancora di essere campioni, ci ricordano una cosa semplicissima: la bellezza di giocare.

Quando Ronaldinho entrava in campo aveva il sorriso di chi non aveva mai smesso di essere il bambino che palleggiava sulla sabbia. I suoi dribbling sembravano inutili, e proprio per questo diventavano necessari. Erano il calcio liberato dall’ossessione dell’efficacia, il piacere di inventare una traiettoria che nessuno aveva immaginato.

Sara Simeoni raccontava che da bambina saltava qualsiasi cosa trovasse davanti a sé. Muretti, fossi, rami caduti. Molto prima dell’asticella olimpica c’era il piacere di lasciare la terra per un istante. Forse ogni suo salto ha continuato a custodire quella bambina che aveva scoperto, quasi per gioco, che il cielo poteva essere sfiorato.

Perfino Lionel Messi, che porta sulle spalle il peso di un mito, continua a muoversi con lo stupore di chi dialoga con il pallone più che comandarlo. Nei suoi piedi c’è ancora qualcosa dei pomeriggi passati a giocare per strada, quando nessuno immaginava che quel bambino sarebbe diventato uno dei più grandi calciatori della storia.

E quando Jasmine Paolini sorride durante uno scambio impossibile, quando ride perfino dopo un punto perso, ci ricorda qualcosa che avevamo dimenticato. La gioia non arriva sempre dopo la vittoria. A volte la vittoria è proprio quella gioia. È la gratitudine di poter essere lì, dentro quel gesto che hai sognato da bambina, mentre milioni di persone guardano e tu continui, ostinatamente, a divertirti.

È questo il filo invisibile che unisce atleti così diversi. Non il numero delle vittorie, ma la capacità di ricordarci che lo sport nasce molto prima della competizione. Nasce nel momento in cui un bambino prende una palla e decide che il pomeriggio può diventare infinito. Probabilmente continuiamo ad amare lo sport perché, ogni tanto, qualcuno riesce a restituirci quella sensazione perduta. Ci ricorda che il corpo non è nato soltanto per produrre, ma anche per danzare, esplorare, sbagliare senza vergogna, muoversi con la stessa gratuità con cui il vento attraversa un campo.

Lo sport, quando è davvero se stesso, non ci insegna soltanto a vincere. Ci insegna qualcosa che avevamo dimenticato: che esistono gesti che non hanno bisogno di essere utili per avere un valore immenso.
Il gioco è l’ultima forma di libertà che ci concediamo. L’ultimo luogo in cui possiamo essere completamente presenti senza desiderare di essere altrove. Per questo, quando vediamo un atleta sorridere mentre inventa un gesto impossibile, sentiamo che quella gioia appartiene anche a noi. Per un istante torniamo bambini. E scopriamo che lo sport non è nato per insegnarci a battere qualcuno. È nato per ricordarci che dentro ciascuno di noi esiste ancora una parte che non chiede di vincere. Chiede soltanto di continuare a giocare.

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