Nella mia ventennale carriera nelle arti marziali e negli sport da combattimento, dal Taekwondo alla Kickboxing, dalle MMA alla difesa personale, ho imparato che il vero scontro non avviene solo sul tatami, ma, prima di tutto, nella nostra mente. Per questo, oltre all’allenamento fisico, ho veicolato lo studio anche e soprattutto verso la psicologia e fisiologia del combattimento, analizzando a fondo le dinamiche psico-fisiche sotto stress e interiorizzando alcuni dei concetti, che io definirei “pilastri”, come quelli affrontati nei libri di Dave Grossman, come On Combat e On Killing.
In questo mio lungo viaggio ho avuto il privilegio di conoscere e allenarmi con alcuni dei migliori esperti del settore. Tra questi una figura in particolare condivide questa visione scientifica e psicologica di pace e combattimento allo stesso tempo: Andrea Bisaschi. Anni fa ho avuto il grande onore di essere suo allievo e di studiare il suo sistema di difesa personale, il Bisaschi Self Defense – BSD Evolution.
Andrea, non si limita alla tecnica fisica, ma la fonde con la scienza e la psicologia, creando, a mio avviso, una sinergia perfetta. Oggi sono qui con lui per esplorare un tema apparentemente paradossale, tuttavia molto affascinante: come lo studio scientifico del combattimento, della gestione dello stress e della paura, sia in realtà, lo strumento più potente per disinnescare la violenza ed educare alla pace.

- Andrea, partiamo dalla nostra esperienza condivisa sul tatami e sui libri. Entrambi sappiamo che la vera difesa personale inizia molto prima del contatto fisico. Come spiegheresti a chi non è del settore che conoscere le dinamiche del combattimento e di un’aggressione è, paradossalmente, il modo più efficace per non doverle mai usare (o almeno il meno possibile) e vivere in pace? Conoscere le principali tipologie e dinamiche di aggressione è quella che io chiamo “previsione del rischio”. Quest’ultima è la conoscenza di cosa può accadere e la modalità con cui avviene quell’accadimento e ci permette di mettere in campo delle strategie preventive efficaci ed efficienti che vanno a ridurre il rischio aggressione di circa il 70%. La sicurezza personale è una scienza, è preparazione non improvvisazione, è fatta di automatismi interiorizzati con l’addestramento costante, non di reazioni istintive, che, molto spesso, si rivelano dannose. La previsione del rischio è strettamente collegata a quella che io chiamo “consapevolezza anticipatoria”. La conoscenza delle dinamiche predatorie permette di sapere riconoscere le possibili azioni dell’aggressore, in questo modo il cervello si prepara con più attenzione, rilasciando minori quantità di ormoni dello stress, che fanno aumentare la concentrazione senza far perdere lucidità, come avviene in situazioni improvvise e inaspettate, durante le quali l’ingente rilascio di neurotrasmettitori crea una vera e propria tempesta emotiva. Riconoscere gli schemi permette di attenuare la sorpresa emotiva. La consapevolezza anticipatoria trasforma il conflitto da scambi emotivi caotici in situazioni più prevedibili e consente di riconoscere in anticipo quei segnali che indicano una situazione di rischio e quindi offre maggior tempo tempo per agire in modo opportuno per tutelare la propria incolumità, con tecniche di elusione ed evasione.
- Nel tuo libro ‘Rischio Zero’, che reputo un manuale fondamentale, hai un grande focus sulle strategie preventive e comportamentali. Avendo studiato cosa comporta a livello fisiologico e ormonale uno scontro reale, quanto è importante la prevenzione per evitare quello che Grossman definirebbe lo ‘scarico tossico’ del sistema nervoso simpatico? L’evitare lo scontro è la vera vittoria? Evitare lo scontro quando è possibile è sempre una vittoria sia dal punto di vista legale, sia dal punto di vista morale. Come dici tu, Riccardo, un combattimento reale è violento, tossico, traumatico. La maggior parte delle persone non ha mai combattuto realmente nella propria vita e l’idea che ha del combattimento molto spesso è contaminata dalla fantasia e da false illusioni. Molti sono afflitti da quella che Bruce Lee chiamava incompetenza inconscia, “non so di non saper fare”, che espone a dei rischi immani. In più nell’era di internet sedicenti “guru” dell’autodifesa propinano video fake molto pericolosi per i neofiti che non hanno capacità critica per valutare correttamente ciò che vedono. In una scuola secondaria di primo grado un ragazzino di 13 anni era convinto di essere in grado di disarmarmi. Quando gli ho fatto vedere che non avrebbe avuto scampo, gli è letteralmente cascato il mondo addosso. Quante persone però che, non avendo avuto questo insegnamento, si sentono in grado di gestire un attacco di coltello!? E’molto più saggio “sapere di non saper fare” (incompetenza conscia), in quanto una persona sa che non deve arrivare allo scontro fisico e che quindi la sua sicurezza dipende esclusivamente dalla prevenzione del rischio. L’addestramento al combattimento non deve essere visto come la soluzione al conflitto, ma come una acquisizione di abilità e competenze che rendono l’allievo più consapevole di quanto ci si possa fare male in uno scontro fisico e più sereno nell’affrontare situazioni critiche grazie all’auto-efficacia che si sviluppa con la pratica costante.
- Tornando sulle dinamiche psicofisiche. Sotto stress acuto, sappiamo che il battito cardiaco schizza alle stelle, subentra la visione a tunnel, l’esclusione uditiva e si rischia di finire nella cosiddetta ‘Condizione Nera’, dove si agisce per istinto puro (Fight or flight, freeze – Attacco o fuga, blocco). In che modo il tuo metodo e l’addestramento marziale possono addestrare la mente contro il panico, permettendo di mantenere quella lucidità necessaria per ridurre le possibilità di un’ipotetica aggressione e quindi scegliere la via pacifica? Nel mio Metodo che utilizzo nei progetti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado da più di dieci anni e nei corsi per infermieri e medici dell’Azienda Ospedaliera e AUSL di Parma, lavoro molto con gli scenari e il role-playing. Ricreando scenari il più possibile realistici metto le persone nella condizione di uscire dalla zona di comfort e anche se, non è paragonabile allo stress acuto da aggressione vero e proprio, vado ad addestrarle a comportamenti assertivi, in uno stato d’animo che non è quello di quiete e proprio in quello stato vanno a sovrascrivere delle reazioni efficaci ed efficienti, al posto di quelle istintive, fino a renderle automatiche. Il loro cervello andrà a memorizzare ciò che ha funzionato e lo andrà a recuperare immediatamente all’occorrenza. Inoltre lavoro molto sulla gestione emotiva del conflitto con le tecniche di respirazione strategica, il movimento tattico e il pensiero fortificante.
- I conflitti non sono solo fisici o da strada. Nel tuo libro “L’insegnante assertivo – Tecniche di gestione e mediazione dei conflitti intrascolastici per docenti”, offri strumenti per gestire le tensioni prima che esplodano. Quanto conta la comunicazione assertiva per non far scattare i ‘campanelli d’allarme’ nell’amigdala dell’interlocutore, riportando l’interazione su un piano di ragionevolezza e pace? Riccardo ti ringrazio per le domande, si nota che conosci a fondo la materia che stiamo trattando. Partiamo dal concetto che ogni conflitto nasce da una comunicazione non efficace. Se non c’è coerenza e sinergia tra i tre canali comunicativi, verbale, paraverbale e non verbale, la comunicazione non può essere efficace. Soprattutto in situazioni di criticità la comunicazione non verbale e paraverbale diventano prioritarie. Per questo la comunicazione assertiva è fondamentale per evitare che una discussione civile possa trasformarsi in un conflitto o peggio ancora in una aggressione. Per imparare ad avere un atteggiamento assertivo è però necessario addestrarsi. All’inizio si cercherà di “recitare” una parte anche se subito non ci si sentirà sicuri, bisogna insistere finché si riuscirà ad apparire assertivi anche provando emozioni destabilizzanti, imparando a nasconderle e risultando credibili. Se una persona non è in grado di controllare il proprio stato emotivo non sarà in grado durante un’interazione di ricevere quei segnali da parte dell’interlocutore che le danno un feedback in tempo reale sull’efficacia della strategia comunicativa messa in campo, perché troppo indaffarata a controllare le emozioni suscitate dall’interazione. Solo avendo un pieno controllo delle proprie emozioni, del tono della voce utilizzato, della postura, della mimica facciale, dello sguardo e della gestica si può gestire in modo adattabile l’evolversi dell’interazione e cambiare tattica nel caso in cui ci si accorga che non sta funzionando come previsto.
- Veniamo entrambi dagli sport a contatto pieno (come MMA e Kickboxing). Grossman usa la celebre metafora dei lupi, delle pecore e dei cani da pastore (gli Sheepdog). In una società spesso minata dal bullismo e dall’arroganza, in che modo la ferrea disciplina del tatami, o del ring, può educare i giovani a canalizzare l’aggressività, trasformandoli non in predatori, ma in ‘cani da pastore’ capaci di proteggere i più deboli? A mio avviso dipende in gran parte dall’insegnante in quanto molto spesso l’allievo è lo specchio del maestro. Gli sport da combattimento sono discipline dure, nelle quali la grinta e la capacità di resistere alla fatica e al dolore infondono nel praticante una certa audacia. Sta all’insegnante trasmettere agli allievi soprattutto con l’esempio che l’aggressività agonistica non è violenza, che la forza non è prevaricazione, che il coraggio non è arroganza, che l’ardimento non è sfrontatezza.
- Possiamo spiegare in grandi linee la differenza tra arti marziali/sport da combattimento e difesa personale? Le arti marziali nascono storicamente sia in Oriente che in Occidente per il bisogno di autodifesa. Nel tempo hanno preso finalità differenti, sport, tradizione – filosofia, difesa personale. Non è tanto importante la denominazione precisa quanto che cosa si cerca di ottenere con la pratica. Se l’obiettivo è agonistico la priorità viene data alla performance sportiva e quindi a diventare abili in un combattimento individuale senz’armi all’interno di un determinato regolamento, in un tempo prestabilito, con un arbitro, in un luogo specifico, con un abbigliamento particolare etc.. Se l’obiettivo è la pratica tradizionale la priorità viene data all’osservanza della tradizione, rituali, rispetto quasi ossequioso del maestro, pratica di forme o kata, poco o niente sparring libero. La difesa personale per come la intendo io è una scienza interdisciplinare che comprende la previsione del rischio, la prevenzione, la gestione dello stress acuto da aggressione, le tecniche di mediazione e descalation di aggressività, le tecniche di autoprotezione e le tecniche di autodifesa. Queste ultime devono essere scelte sulla base dell’efficienza ovvero massimo risultato con il minimo rischio. Mi spiego meglio: una tecnica di calcio come il low kick è molto efficace ma poco efficiente perché espone al rischio di cadere molto superiore rispetto ad esempio ad una tecnica di pugno. Allo stesso tempo però una palmata è più efficiente di un pugno perché diminuisce il pericolo di lesioni alla mano di chi colpisce. Ma non basta, ciò che fa la differenza è la metodologia di addestramento. Se si allenano le tecniche con una metodologia ad input (es. io ti attacco con un pugno diretto destro al volto e tu pari il colpo con la mano sinistra e contrattacchi con il pugno destro; in questo caso si allena una reazione ad un attacco prestabilito, cosa che non avviene mai in un combattimento reale durante il quale tutto è inaspettato, improvviso e veloce) difficilmente si sarà pronti ad affrontare un combattimento reale. Diventa necessario addestrarsi sotto stress psicologico e strapazzo fisico, solo così ci si “acclimata allo stress” e si creano automatismi funzionali al combattimento reale.
- Dopo decenni passati a unire arti marziali, sport da combattimento, difesa personale e studio accademico della mente umana, qual è oggi la tua definizione definitiva di “guerriero pacifico”? Mi piace molto il termine Sheepdog ovvero il cane da pastore che hai utilizzato prima tu. Esprime forza, ma non prevaricazione, coraggio, ma non incoscienza, sicurezza, ma non violenza insomma “se sai combattere la pace è una scelta, non una rinuncia a combattere per incapacità o codardia”.
Grazie Andrea Bisaschi, per aver condiviso con noi quest’intervista. Il mondo delle arti marziali, sport da combattimento e della difesa personale, per quanto possano sembrare simili tra di loro, in realtà hanno tantissime sfaccettature da tenere in considerazione. A parer mio, laddove possibile, bisognerebbe quantomeno avere questa consapevolezza fondamentale e di vitale importanza, per poter fare la differenza. Applicare questi concetti di previsione e prevenzione, possono veramente farti cambiare la prospettiva e la percezione di ciò che può accadere, o meglio… non far accadere.
Vi consiglio vivamente, qualora vogliate approfondire il suo metodo, il BSD Evolution, potete visitare il suo sito internet andreabisaschi.it, sui social Facebook e Instagram come Andrea Bisaschi, oppure inviare un’email ad andrea.bisaschi@icloud.com. Perché come dice Andrea Bisaschi: “Se sai combattere, la pace è una scelta”.

