Lo sport, quello che amiamo consumare voracemente, ci ha educati al mito dell’invulnerabilità: il sudore che lava via tutto, il dolore trasformato in medaglia, la fatica santificata come unico metro del valore umano. Sotto la superficie levigata dei riflettori, qualcosa si sta incrinando o forse, finalmente, si sta ricomponendo. È lo spazio in cui la mente smette di essere un accessorio da spremere fino allo sfinimento e torna a essere il terreno più fragile e prezioso da custodire.
In questo scenario in perfetto equilibrio tra la spinta feroce alla prestazione e il bisogno improvviso di respirare, ha preso vita a settembre di quest’anno, Athletics Mind, strumento ideato dall’ex calciatore Andrea Ranocchia, affiancato dall’AD Luca Biondi, da Michele Cucchiarini per lo sviluppo digitale e da Luca Simonetti per la parte finanziaria e strategica. Un ecosistema umano, punto d’incontro tra chi ha conosciuto il peso specifico dell’alto livello sulla propria pelle e chi la mente la studia, la ascolta, la protegge.
Addentrandosi nei dettagli di un progetto che incarna il connubio tra pragmatismo ed empatia, porgendo una mano all’atleta volenteroso di iniziare un percorso personale, che si riverberi sulla resa sportiva, la dott.ssa Lucia Bocchi* ci introduce così in questo macrocosmo.
«Athletics Mind — afferma — è una piattaforma digitale, dedicata al supporto psicologico e nutrizionale degli sportivi, ma è anche un ecosistema pensato per rendere il sostegno qualificato accessibile a utenti di ogni livello, che potranno sentirsi parte di una community supportata ad oggi da oltre 30 professionisti. È sufficiente scaricare l’app dagli store on line, registrarsi e subito si avrà accesso al proprio “spogliatoio”: l’atleta può scegliere il percorso nutrizionale o di allenamento mentale, troverà una chat per interagire con il proprio professionista, assegnato dopo quello che abbiamo chiamato “primo passo, ovvero una call conoscitiva. Nello spogliatoio virtuale l’atleta trova anche un diario digitale su cui poter annotare quotidianamente il proprio stato di energia mentale e fisica. La nostra realtà nasce dall’incontro di due sguardi complementari: quello della psicologia e quello di chi lo sport di alto livello l’ha vissuto in prima persona: Andrea Ranocchia, ex calciatore e founder della star up ed io, psicologa dello sport del Team Centro Studi e Formazione in Psicologia dello Sport. La preparazione mentale è spesso improvvisata, poco agevole o attivata solo quando c’è un problema. La nostra missione è rendere l’allenamento mentale un’abitudine quotidiana dello sportivo e normalizzare la salute psicologica nel linguaggio dello sport. Il paradosso oggi è ancora vivido: se da una parte è ben chiaro che vincere è anche una questione di testa, il benessere psicologico resta sempre un argomento delicato e in molti ambienti ancora un tabù.»
Entrando nel vivo dell’operatività quotidiana e tracciando con precisione chirurgica le differenze tra il mental coaching orientato unicamente alla performance e la psicologia dello sport, che abbraccia la persona nella sua interezza, viene sottolineato che il percorso si sviluppa con gradualità.
«Tutto— precisa la professionista—parte dal Primo Passo, una call di conoscenza reciproca tra il nostro staff e l’atleta. Capiamo le esigenze, il contesto e le aspettative, raccontiamo come si sviluppa un percorso di mental training o nutrizionale e assegniamo all’atleta il professionista più adatto. Dopo la prima seduta, atleta e professionista (psicologo o nutrizionista) stabiliscono obiettivi e piano di lavoro. Come per ogni allenamento, teniamo molto a far passare il concetto che anche quello mentale richiede costanza e impegno, e come per ogni gesto tecnico, anche le tecniche di mental training vanno provate sul campo, affinate, padroneggiate per poi successivamente essere portate in gara. Il mental coaching allena abilità specifiche (attenzione, obiettivi, motivazione) in direzione della sola prestazione. Lo sguardo della psicologia dello sport vede l’atleta e la persona nella sua interezza, leggendo i processi psicologici nel contesto sportivo: prestazione e benessere, relazioni con staff e squadra, transizioni di carriera, bilanciamento tra sport e vita. Questione non da poco, lo psicologo dello sport si appoggia a un Ordine che è garante di una deontologia professionale rigorosa, a tutela proprio della persona-atleta. Gli psicologi dello sport sono laureati, hanno seguito master specialistici, molti sono psicoterapeuti. Il percorso di mental training con uno psicologo dello sport è una sorta di safe-zone per l’atleta, in cui protezione del segreto professionale e attenzione totale al benessere prima ancora che alla prestazione sono sempre garantiti.»

Osservando il flusso continuo delle richieste che arrivano direttamente dal rettangolo di gioco e declinandole attraverso le diverse età e categorie, dalle pressioni logoranti vissute dai professionisti di alta categoria, ai sacrifici silenziosi dei dilettanti divisi tra studio, lavoro, fino alle profonde domande identitarie dei giovanissimi, intrappolati nel dubbio di valere solo in base ai propri successi.
«Ancor prima di focalizzarci su determinate fragilità ci confrontiamo con richieste dal campo. Ne arrivano di trasversali a ogni livello e impegno agonistico, come ad esempio, due su tutte, quelle inerenti l’ansia pre-gara o al recupero post infortunio. Se vogliamo poi scendere più nel dettaglio possiamo osservare che per gli atleti di alto livello (ma anche allenatori) il focus spesso è su pressione del risultato, esposizione, precarietà del posto, identità fusa con il ruolo, solitudine di chi sta al vertice. — osserva Bocchi.
Riflettendo sul peso schiacciante di un’esposizione mediatica che non conosce confini e sulla cassa di risonanza implacabile dei social network, capaci di amplificare l’ansia da prestazione e di saldare inestricabilmente il valore di un essere umano alla maschera pubblica dell’atleta, emerge l’urgenza di coltivare interessi, legami e una solidità personale per non crollare di fronte alle difficoltà.
«Prendendo come esempio colui che impropriamente (considerati la passione, il tempo e l’impegno che ciascuno profonde) definiamo dilettante, comprendiamo quando sia cruciale riuscire a conciliare sport, lavoro e studio; fatica e sacrificio senza le tutele o il riconoscimento del professionismo; rischio di dropout (abbandono). Per i più giovani, oltre alle tematiche classiche relative alla prestazione lavoriamo anche su costruzione dell’identità, confronto con i pari, aspettative degli adulti. La domanda sottostante è: “chi sono se non sono bravo?”. Oggi la prestazione è pubblica e permanente non solo per i professionisti ma anche per i più giovani. I social amplificano il giudizio e alimentano ipervigilanza, ansia da prestazione, difficoltà a staccare. L’emisfero virtuale ha anche un lato positivo (senso di comunità, visibilità, proposta di modelli) ma bisogna imparare a gestirlo e sapere che peso assegnargli. Se non si riesce mai ad allontanarsene, il rischio di identificazione totale con il ruolo è serio: quando “si è ciò che si fa”, un risultato negativo mette in discussione la persona e non solo l’atleta. Questo aspetto estremizza la fragilità nei momenti di difficoltà, infortunio e fine carriera. È essenziale saper coltivare la propria dimensione personale, le relazioni, lo studio, gli interessi; sotto questo profilo uno psicologo dello sport può fare la differenza.» —ragiona la psicologa.
Scavando sotto la coltre superficiale di formule ricorrenti e svelando i timori profondi si carpisce inoltre quanto erroneamente il risultato venga troppo spesso assunto come unica misura del proprio valore interiore.
«Le richieste più frequenti riguardano “ansia pre-gara”, “calo di concentrazione”, “blocco”. Queste manifestazioni sono spesso correlate alla paura di deludere (allenatore, famiglia, sé stessi), allo spettro del giudizio, al perfezionismo, al timore di non essere abbastanza. Il peso maggiore deriva dal significato attribuito al risultato: quando la prestazione diventa la misura del proprio valore, ansia, paura di fallire e aspettative si alimentano a vicenda. Genitori e allenatori, con le debite proporzioni, sono le figure di riferimento per la crescita di ragazzi e ragazze. È importante, quindi, creare un ambiente in cui l’errore è informazione e non colpa. Come fare? Partendo dagli allenatori, il focus va spostato sul processo e non sul risultato, prestando attenzione anche ai segnali di cambiamento. Fondamentale poi è la coerenza tra quello che un allenatore chiede e quello che egli stesso incarna. Dal punto di vista genitoriale, invece, è importante rendere manifesto non solo a parole ma soprattutto con l’esempio, che il sostegno ai ragazzi non dipende dal risultato. È consigliabile evitare dunque tutto ciò che può generare una pressione sotterranea fatta di sottointesi e allusioni, veicolato da frasi come “con tutto quello che facciamo per te”, da sguardi, silenzi, dal “processo” in auto dopo la gara, dall’investimento economico ed emotivo reso esplicito. Le domande utili dopo una gara sono: “Ti sei divertito?” “Cosa hai provato?” “Cosa ti è piaciuto oggi?” “Cosa hai imparato?” “Di cosa hai bisogno adesso?”. A volte la scelta migliore è quella di non porre nessuna domanda a caldo e dire soltanto “Sono contento di essere qui con te” e lasciare spazio, anche tacendo .» —specifica Lucia Bocchi.
Accompagnando lo sguardo attraverso le sabbie mobili di una crisi radicata o di un infortunio che spezza improvvisamente la routine, l’identità e il senso di appartenenza al gruppo, occorre ricordare che il faro guida resta la separazione netta tra la prestazione sul campo e il valore incondizionato dell’individuo, indicando i campanelli d’allarme che impongono l’attivazione di un percorso clinico specialistico.
«I momenti di crisi— evidenzia l’esperta— sono parte fisiologica della vita da atleta, vanno accolti come un gradino di crescita sia sportiva che individuale. L’assenza di risultati diventa occasione per riprogrammare, per riportare l’attenzione su obiettivi di processo magari trascurati o non assimilati alla perfezione. Qui si lavora sull’autocompassione, prestando molta attenzione al lato persona: tenere attiva la rete di supporto, diversificare gli impegni, dedicare tempo al defaticamento anche mentale. Quando la crisi è generata da un infortunio, ad essere colpito non è solo il corpo, ma anche l’identità, la routine quotidiana e l’appartenenza al gruppo. Si lavora sulla perdita, su tappe intermedie, sul mantenere un ruolo nel gruppo. I tempi mentali del recupero non sempre coincidono con quelli fisici e il rientro richiede un’attenzione a sé. Il faro guida in caso di crisi profonda è sempre separare valore e verdetto. Distinguere tre piani: la prestazione, il risultato, il valore della persona. Solo i primi due si misurano sul campo. In questi frangenti la rete sociale e sportiva intorno all’atleta ha alcuni segnali a cui prestare attenzione: isolamento, perdita di interesse, alterazioni di sonno e appetito, umore molto basso richiedono un intervento clinico e non solo di preparazione mentale. È un passaggio estremamente difficile soprattutto per profili sportivi di alto livello. La cultura sportiva premia sacrificio e resistenza, cristallizzando motti quali “il dolore fa parte del gioco”. La decisione o la necessità di fermarsi vengono vissute come un tradimento nei confronti della propria squadra, o come la certezza di deludere ed il terrore di perdere il posto all’interno del gruppo. Qualcosa sta cambiando negli ultimi anni. I primi casi pubblici come quelli di Simone Biles e Naomi Osaka nel 2021 hanno dimostrato su scala mondiale che fermarsi può essere una scelta responsabile. Gli atleti devono interiorizzare e accettare la visione secondo cui scegliere di dare priorità alla propria salute mentale è una decisione utile a protegge la carriera nell’immediato e la persona a lungo termine, per quanto richieda molto coraggio.»

Interrogandosi sul costo invisibile di un dogma culturale che per decenni ha glorificato il sacrificio a tutti i costi e marchiato il dolore come un semplice dazio da pagare, rimarcando quanto sia immensamente difficile per un atleta pronunciare parole rivoluzionarie come “adesso vengo prima io” e quanto gesti pubblici dirompenti abbiano finalmente sdoganato il dovere implicito di porre dei limiti , a beneficio della resa sportiva ma soprattutto della salute, non si può che visualizzare un nuovo paradigma come quello proposto da Lucia Bocchi.
«Dove c’è ascolto, comunicazione chiara e protezione della privacy dell’atleta, il gruppo tende a compattarsi. È una questione culturale. Dove ciò manca, dilaga sospetto e si viene etichettati come chi ha scelto di mollare la presa . Lo stigma esiste ancora, soprattutto negli sport di squadra e nei contesti più competitivi ma il cambiamento è in atto: sempre più atleti ne parlano e le generazioni più giovani sono più propense ad affrontare il tema.
Grazie anche al lavoro di divulgazione e formazione che noi e tutti i colleghi psicologi dello sport abbiamo messo in campo, chiedere aiuto sta diventando una competenza! “Forza” significa anche coraggio e lucidità per riconoscere il limite, chiedere aiuto, fermarsi, tornare, mostrarsi vulnerabili e veri. Per noi di Athletics Mind: “Forza è la caratteristica di un atleta che accetta di non essere sempre performante al massimo delle sue potenzialità , è la conquista dell’equilibrio fra la dimensione sportiva e quella umana.»
Quando i riflettori degli stadi si spengono e i tabellini scivolano via con la velocità di una notizia da social, resta intatta la necessità di fare i conti con ciò che lo sport, per troppo tempo, ha finto di non vedere. Il campo continuerà a chiedere risposte, i campionati a emettere verdetti e i cronometri a dettare i ritmi. La vera partita però, quella che decide il futuro di chi scende in campo, si gioca altrove: nella conquista silenziosa di una dinamica sportiva costruita per restiture agli atleti il diritto di essere, prima di tutto, persone.
Tutte le informazioni sono consultabili su AthleticsMind.com. L’APP è disponibile su APP Store e Google Play.

*Lucia Bocchi è Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta. Direttrice del Master MAPS del Centro Studi e Formazione in Psicologia dello Sport. Responsabile Area Psicologica Inter Football Club.
Certificata ISTDP. Terapeuta EMDR. Collabora con la Federazione Italiana Sport Invernali.
Mental Trainer secondo livello FIT. Maestra di Sci e Allenatrice Federale.
In foto: Lucia Bocchi, un panel di presentazione di Athletics Mind e l’interfaccia dell’applicazione.

