C’è una parola che accompagna quasi ogni racconto sullo sport paralimpico: limite.
Subito dopo arrivano coraggio, forza, sacrificio, superamento. L’atleta paralimpico viene raccontato come qualcuno che ha sconfitto il proprio corpo e trasformato l’impossibile in una vittoria.
È una narrazione positiva, ma rischia di nascondere una domanda: forse il limite non è soltanto nel corpo. Forse è soprattutto negli occhi di chi guarda.
Siamo abituati a pensare alla disabilità come a una condizione individuale. Ma cosa succede se il limite è anche ciò che gli altri decidono in anticipo che una persona non potrà fare?
Il bambino a cui viene sconsigliato uno sport.
La famiglia che, per protezione, restringe le possibilità.
La scuola che vede prima la difficoltà e poi la persona.
Una società che costruisce scale e si stupisce quando qualcuno non riesce a salirle.
Sono limiti reali, anche se non si vedono.
Ogni corpo vive dentro un ambiente.
Un gradino è un limite per chi usa una carrozzina, ma non per chi cammina. Una porta troppo stretta o un’informazione comunicata in un solo modo possono diventare barriere.
Una parte di ciò che chiamiamo “limite” non risiede quindi nel corpo, ma nella relazione tra quel corpo e il mondo che abbiamo costruito.
Lo sport rende evidente questa relazione. Quando gli spazi e le regole permettono a corpi differenti di esprimersi, non è più la persona a dover dimostrare di essere adeguata al mondo: è il mondo a dover dimostrare di saper accogliere la differenza.
La retorica dell’eroe sembra celebrare l’atleta paralimpico, ma rischia di imprigionarlo.
Non dovrebbe essere interessante il perché “nonostante la disabilità” riesce a correre, nuotare o competere.
Dovrebbe essere interessante perché è un atleta.
La medaglia non è necessariamente una metafora. Una vittoria non deve per forza insegnarci qualcosa sulla vita. Una sconfitta non è una tragedia esistenziale.
È sport.
E restituire allo sport la sua normalità significa restituire alla persona la sua piena dignità.
Il limite più sottile nasce quando decidiamo chi sia una persona prima ancora di conoscerla.
Vediamo una carrozzina e pensiamo alla fragilità. Una protesi e pensiamo al coraggio. Una disabilità e pensiamo automaticamente a ciò che manca.
Così finiamo per costruire una persona attraverso le nostre aspettative. E le aspettative, quando diventano collettive, possono trasformarsi in gabbie.
Per questo lo sport paralimpico non dovrebbe “ispirarci” a tutti i costi. Dovrebbe piuttosto porci una domanda:
Quanto di ciò che consideriamo impossibile appartiene davvero al corpo e quanto dipende dal modo in cui abbiamo organizzato il mondo?
Forse dovremmo smettere di chiederci quanto un atleta abbia superato il proprio limite e domandarci quanti limiti abbiamo costruito noi intorno a lui.
Il limite più difficile da abbattere potrebbe non essere quello che il corpo incontra, ma quello che lo sguardo degli altri gli mette addosso.
Una società che si aspetta poco da qualcuno può finire per offrirgli poco.
Una società che considera alcune vite naturalmente più fragili può finire per renderle davvero più fragili.
Una società che pensa che alcuni corpi debbano essere protetti anziché messi alla prova può sottrarre loro proprio quelle possibilità attraverso cui si costruisce l’autonomia.
Il limite, allora, non è soltanto fisico.
È culturale.
È linguistico.
È educativo.
È architettonico.
È economico.
È soprattutto relazionale.
Tra ciò che una persona può fare e ciò che pensiamo possa fare esiste uno spazio enorme.
Quello spazio si chiama possibilità.
E una società giusta dovrebbe avere il coraggio di non riempirlo con i propri pregiudizi.

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