La pedana

La prima cosa che Viola aveva imparato della scherma era che non si indietreggia mai davvero.

Nemmeno quando vai indietro.

Suo padre glielo aveva spiegato quando aveva otto anni, nel corridoio di casa, usando due ombrelli. Uno blu, con il manico di legno, era diventato il suo fioretto. Quello nero, più lungo e con una stecca leggermente piegata, era toccato a lui.

Sua madre li aveva guardati dalla cucina.

— Se rompete qualcosa, io non vi conosco.

— È una lezione tecnica — aveva risposto suo padre.

— È il corridoio di casa.

— Ogni luogo può diventare una pedana.

— Anche il pronto soccorso, immagino.

Viola aveva riso. Suo padre no. Era già in guardia.

— Guarda i piedi.

Viola guardava invece la punta dell’ombrello che le arrivava davanti al naso.

— I piedi, Viola.Lui avanzava. Lei arretrava. Un passo dopo l’altro.

— Se guardi soltanto quello che ti viene addosso, prima o poi inciampi.

Infatti un attimo dopo era inciampata sul tappeto dell’ingresso, precisamente. Aveva trascinato con sé il portaombrelli, due giacche dall’attaccapanni e una busta piena di scarpe che sua madre avrebbe dovuto portare alla Caritas da almeno tre mesi. Il rumore era stato considerevole. Sua madre era comparsa dalla cucina con le mani bagnate e quell’espressione che significava che amava entrambi, ma in quel momento avrebbe volentieri venduto almeno uno dei due al migliore offerente.

Il padre di Viola aveva abbassato l’ombrello.

— Tecnicamente ha sbagliato la misura.

— Tecnicamente — aveva detto sua madre — se non rimettete tutto a posto, sbaglio io la misura sulla vostra testa.

Viola, ancora seduta per terra, aveva cominciato a ridere e suo padre non aveva potuto fare altrimenti. Era così che erano iniziate molte cose tra loro. Con una spiegazione serissima e qualcosa che cadeva e sdrammatizzava tutto.

Adesso Viola ha diciassette anni e suo padre non c’è più a bordo pedana.

La palestra, però, è rimasta identica. Questo la irrita. Undici mesi e niente ha avuto la decenza di cambiare.

La porta d’ingresso continua a chiudersi male e bisogna darle un colpo con il fianco. Il distributore automatico continua a mangiarsi le monete da venti centesimi. Sulla parete accanto agli spogliatoi c’è ancora il segno lasciato anni prima da una lama sfuggita di mano a qualcuno, una riga sottile nell’intonaco che nessuno si è mai preoccupato di coprire.

Persino l’orologio è fermo. Segna le stesse 18.17 da quando Viola lo ricorda.

— È ancora rotto?

Il maestro Bernardi alza gli occhi dalla scrivania.

— No. Miriamo ad abolire il tempo. Lei posa il borsone.

— Ambizioso.

— Ci stiamo lavorando.

Poi Bernardi torna a compilare qualcosa. Nessun abbraccio. Nessun come stai. Nessun finalmente.Viola gliene è grata.

La palestra odora di ferro, polvere e tessuti che hanno conosciuto troppi corpi. C’è anche l’odore del pavimento appena lavato, ma perde nettamente contro tutto il resto. Le lame battono da qualche parte dietro di lei.

Tac. Tac-tac. Una pausa. Tac.

Un rumore che Viola riconoscerebbe anche nel sonno.

Per undici mesi ha creduto di averlo dimenticato. Ha scoperto che il corpo è molto meno collaborativo della memoria. Puoi smettere di fare o pensare a una cosa. Il corpo no. Conserva. Una posizione delle spalle, una cicatrice sul pollice. Il gesto automatico con cui controlli che il guanto sia chiuso bene.

Viola si accorge di averlo appena fatto e apre immediatamente la mano. Come se qualcuno potesse averla vista.

— Sei venuta per guardare? — domanda Bernardi.

— Non lo so.

— Ottimo programma.

— Ho avuto poco tempo per organizzarmi.

Bernardi posa la penna. La osserva per qualche secondo, poi si alza e va verso il mobile dell’attrezzatura. Ne tira fuori una maschera.

— La tua è ancora nell’armadietto.

Viola guarda verso il fondo della sala. Armadietto numero 18. Impossibile dimenticarlo. È verde, mentre tutti gli altri sono grigi, perché anni prima qualcuno aveva comprato la vernice sbagliata e invece di ammetterlo aveva sostenuto che fosse una scelta per facilitare il riconoscimento. Suo padre lo chiamava il semaforo.

Vai, Viola.

Lo diceva ogni volta che lei lo apriva prima di una gara. Vai. Una parola semplice. Una delle poche che non aveva mai avuto bisogno di spiegare.Viola distoglie lo sguardo.

— Me ne dai una della palestra?

Bernardi non domanda nulla. È una delle qualità per cui Viola gli ha sempre voluto bene. Le passa una maschera vecchia. Sulla griglia qualcuno ha disegnato con il pennarello una faccina sorridente. Due occhi storti e una bocca enorme.Viola la guarda .Poi guarda Bernardi.

— Seriamente?

— È quella che abbiamo. Accontentati.

— Combatterò con una faccia sulla faccia.

— Potrebbe migliorarti il carattere.

Viola si ritrova a sorridere mentre sale sulla pedana. Il primo passo è il peggiore. Non perché abbia dimenticato come si fa. Non ha dimenticato niente. La pedana restituisce sotto la scarpa quella piccola resistenza metallica che conosce da quando era bambina. Viola muove il piede destro avanti e indietro, quasi impercettibilmente. Prova. Il corpo risponde.

Dall’altra parte c’è Pietro. Diciotto anni, mancino, troppo alto, troppo bravo e con quella irritante abitudine di aspettare l’avversario come se sapesse già cosa farà. Si allenavano insieme da anni. Quando Viola aveva smesso di venire, Pietro non le aveva scritto. Neppure una volta. All’epoca lei l’aveva odiato per questo. Poi, qualche mese dopo, aveva capito che forse era stata l’unica cosa giusta che qualcuno avesse fatto. Pietro prende il fioretto.

— Ciao.

— Ciao.

— Sei arrugginita?

— Molto.

— Bene.

— Perché bene?

— Magari vinco.

— Non esageriamo.

Pietro sorride. È cambiato, pensa Viola. Oppure sono undici mesi che non lo vede e le persone, quando non le guardi per un po’, fanno quella cosa sgradevole di continuare a vivere. Si collegano. Controllano le armi. Viola sente il filo passare sotto la giacca, lungo il fianco.Un gesto che suo padre faceva sempre al posto suo quando era piccola.

Ferma. Alza il braccio. Così.

Aveva mani grandi e dita sorprendentemente precise. Viola chiude gli occhi per un secondo. Uno soltanto. Poi indossa la maschera. Il mondo cambia immediatamente.

Questo accade sempre. Fuori dalla maschera ci sono la palestra, Bernardi, Pietro, gli altri ragazzi, le voci. Dentro ci sono solo il respiro e una griglia. Il resto arriva a pezzi. Si salutano. Maschera. Guardia. Bernardi li osserva da qualche metro.

— Pronti?

Viola stringe l’impugnatura.

— A voi.

Per qualche secondo nessuno si muove. Pietro aspetta. Viola sente il proprio respiro rimbalzare dentro la maschera. Inspira ed espira. Le sembra troppo forte, ha paura che tutti possano sentirlo.

Poi Pietro avanza. Lei arretra. Un passo, poi un altro e un altro ancora.

Improvvisamente ha otto anni. Il corridoio. L’ombrello blu. Il tappeto dietro il tallone. I piedi, Viola. Pietro accelera. Lei arretra ancora. La fine della pedana si avvicina. Lo sa senza guardare. Una volta suo padre le aveva detto che un bravo schermidore deve sapere dove si trova anche a occhi chiusi.

— Come un pipistrello?

— Più elegante, possibilmente.

Pietro prepara l’affondo. Viola lo vede o forse lo sente. Un movimento minuscolo della spalla e il peso cambia. La lama che cerca la sua. Per un istante il corpo decide prima di lei. Para. Il ferro contro il ferro produce un suono secco. Viola risponde. Affondo. La luce si accende. Punto. Per mezzo secondo nessuno dice niente. Viola resta con il braccio disteso e guarda la luce. Sa che è soltanto una lampadina, eppure le manca l’aria. Si toglie la maschera troppo in fretta. Bernardi la sta guardando.

— Te lo ricordi ancora.Viola prende fiato.

— Cosa?

— La distanza.

Lei abbassa gli occhi. La linea bianca è appena davanti alla punta della scarpa. La distanza. Che siano undici mesi o una pedana intera, pensa.— Di nuovo — dice Pietro.

Viola alza la testa.

— Non vuoi goderti la sconfitta?

— Era un punto.

— È così che cominciano tutte le tragedie.

Rimettono le maschere. Questa volta Pietro non aspetta e attacca subito. Viola para male. Punto per lui. Il secondo arriva quasi immediatamente. Poi un altro. Tre a uno. Al quarto assalto Viola parte troppo presto, scopre il bersaglio e Pietro la tocca al fianco. La luce si accende. Viola si immobilizza. Naturalmente non è dolore. La punta è protetta, il colpo controllato, la giacca assorbe quasi tutto. Eppure porta istintivamente la mano nel punto in cui è stata toccata. Pietro abbassa l’arma.

— Tutto bene?

— Sì.

— Sicura?

Viola lo guarda attraverso la griglia.

— Ho detto sì.

La voce esce più dura di quanto volesse. Bernardi non interviene e Pietro torna in guardia. Questa volta è Viola ad avanzare.

Il giorno dopo torna. Non aveva deciso di farlo. Almeno è quello che racconta a se stessa mentre apre la porta della palestra alle 17.53. Bernardi è seduto nello stesso punto. Alza gli occhi.

— Hai dimenticato qualcosa?

— Probabile.

— Cosa?

Viola posa il borsone.

— Ancora non lo so.

Bernardi annuisce, come se fosse una risposta perfettamente ragionevole. Poi indica con il mento il fondo della sala.

— Il semaforo ti aspetta.Viola lo fulmina con lo sguardo.

— Anche tu lo chiamavi così?

— Tuo padre aveva la capacità di imporre soprannomi a cose che non ne avevano bisogno.

Questa volta Viola va verso l’armadietto. Numero 18. Infila la chiave ma non gira. Riprova, ma nulla.

— È bloccato — dice.

Bernardi, da lontano:

— Devi sollevare lo sportello.

Viola lo solleva appena e gira la chiave. Si apre. Anche questo non è cambiato. Dentro ci sono la sua vecchia maschera, il guanto, due lame, una felpa che ormai le sta stretta e un rotolo di nastro adesivo. C’è persino una barretta ai cereali scaduta da più di un anno. Viola la prende. La osserva.

— Coraggiosa — dice Pietro passando alle sue spalle.

— Stavo valutando.

— Dimmi se la mangi, che chiamo un’ambulanza prima.

— Poca fiducia.

— Molta esperienza.

Viola gli lancia la barretta. Pietro la evita e continua a camminare. Per un momento sembra tutto normale.

Viola prende la maschera. Sul lato interno c’è ancora una piccola V scritta con il pennarello argentato. La sua iniziale. Suo padre l’aveva aggiunta la sera prima del suo primo torneo nazionale. Lei gli aveva detto che era inutile, perché avrebbe riconosciuto la propria maschera. Lui aveva risposto: Le cose importanti si segnano. Viola passa un dito sulla V. Poi prende la felpa e cade qualcosa. Un rumore sordo sul fondo metallico dell’armadietto. Un quaderno con la copertina nera e l’elastico consumato.

Viola resta immobile. Non è suo. Lo sa prima ancora di raccoglierlo. Si siede sulla panca e apre la prima pagina. Riconosce la grafia di suo padre dalla prima parola. La R leggermente inclinata. Le t troppo lunghe. I numeri scritti con una precisione che aveva sempre trovato irritante. Ci sono appunti sugli assalti.

Viola parte troppo lontana. Anticipa la parata. Quando è stanca abbassa la punta.

Più avanti ci sono disegni delle pedane, risultati, nomi di avversarie che Viola aveva dimenticato. Accanto ad alcuni nomi, suo padre aveva scritto poche parole.

Veloce. Attenzione alla seconda intenzione. Non farle scegliere il tempo.

Viola gira pagina e vede un risultato cerchiato tre volte.12-15. Torino. Se lo ricorda. Aveva pianto per quaranta minuti chiusa in bagno perché era convinta che perdere ai quarti significasse aver buttato via mesi di allenamento. Suo padre l’aveva aspettata fuori. Quando finalmente era uscita, le aveva dato una bottiglietta d’acqua.

— Non mi dici niente?

— Hai sete.

— Ho perso.

— Anche.

— Papà.

— Viola.

Lei lo aveva guardato furiosa.

Lui aveva svitato il tappo della bottiglia.

— Se vuoi possiamo passare tutta la sera a parlare della stoccata numero tredici. Personalmente preferirei una pizza. Così avevano mangiato una capricciosa alla stazione. Viola ricorda soprattutto che lui aveva rubato tutte le olive dal suo piatto. Continua a sfogliare. Le pagine diventano meno ordinate. La grafia più veloce. In alcuni punti ci sono soltanto date.

Poi trova una pagina quasi vuota. Una sola frase.

Viola combatte bene quando smette di avere paura di essere toccata.

Resta lì, seduta sulla panca. Il quaderno aperto sulle ginocchia, mentre fuori dallo spogliatoio qualcuno grida. Bernardi dice qualcosa che lei non capisce. Un bambino esulta perché ha appena fatto la sua prima stoccata.

— Ho vinto!

Qualcuno gli spiega che è allenamento e che tecnicamente non ha vinto niente.

— Però l’ho toccato!

Viola chiude gli occhi. Passa il pollice sulla frase di suo padre. Come se la grafite potesse avere una temperatura. Come se da qualche parte, dentro quelle lettere, fosse rimasto qualcosa delle sue mani. Gira pagina.

Milano, 22 novembre.

Viola aggrotta la fronte. La data è tra sei settimane. Controlla di nuovo, come se potesse aver letto male. 22 novembre. Sotto, una sola parola. Leone.

Viola la legge due volte. Poi una terza. Non conosce nessuno che si chiami Leone. Sfoglia le pagine successive. Bianche. Torna indietro. Milano. 22 novembre. Leone. Accanto al nome c’è una piccola croce tracciata a penna. Viola la riconosce. Suo padre la metteva accanto alle cose che non doveva dimenticare.

Le cose importanti si segnano.

— Maestro Bernardi?

Nessuna risposta. Fuori, due lame si incontrano. Tac. Viola guarda ancora quella data. Ventidue novembre. Tra sei settimane. Poi chiude il quaderno e se lo stringe contro il fianco.

Per undici mesi aveva fatto di tutto per non tornare. Adesso, invece, vuole sapere dove andare.

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