C’è sempre una linea.

Bianca, tracciata sull’erba o sulla terra rossa. Dipinta sul parquet.

Una riga d’acqua davanti alle dita di un nuotatore, un’asticella sospesa sopra un materasso, il bordo oltre il quale il piede non può andare.

Lo sport è pieno di linee.

Curioso, se pensiamo che abbiamo imparato a raccontarlo soprattutto attraverso il momento in cui qualcuno le supera.

Più veloce, più alto, più lontano.

Un centesimo in meno. Un centimetro in più.

Il limite precedente scompare dal tabellone.

Inoltre, un altro compare immediatamente qualche passo più avanti, perché il record possiede questa piccola crudeltà.

Forse per questo abbiamo imparato a guardare in modo cauto la frontiera.

Come se fosse sempre un nemico. Come se dire “non posso” fosse necessariamente una resa e dire “ancora” una virtù.

Il corpo, però, conosce una lingua decisamente meno incline alla propaganda.

Tre allenamenti dopo, quel dolore continua a fare male. Il fiato si accorcia prima del solito. Una gamba non risponde come dovrebbe. La paura arriva un secondo prima del salto e si mette lì, proprio nel punto in cui bisogna decidere se partire oppure no.

Qualche volta bisogna partire.

Qualche volta no.

La parte difficile è riconoscere la differenza.

Ottobre, per noi di Sportlights, comincia proprio da quella linea.

Dal limite che un atleta prova a spostare ogni giorno e da quello che, invece, deve imparare a riconoscere.

Da quello imposto dal regolamento e da quello scritto nel corpo. Dall’età che qualcuno considera già una sentenza, dall’infortunio che divide una carriera in un prima e un dopo, dalla paura, dalla sconfitta. Persino dalla possibilità di dire basta.

“Basta” è una parola strana nello sport.

Sembra sempre pronunciata un attimo troppo presto.

Eppure persino una gara esiste grazie al limite.

Provate a cancellare le righe di un campo entro il limite.

Inoltre, ciò che è consentito e ciò che non lo è.

Non avrete liberato lo sport.

Lo avrete fatto scomparire.

Abbiamo bisogno di un confine per sapere dove mettere i piedi. Poi, semmai, provare a portarne uno appena più avanti.

Naturalmente esistono limiti meno innocenti.

Sono quelli che mettiamo addosso agli altri.

Troppo piccolo.

Troppo grande.

Troppo vecchia.

Troppo fragile.

Non abbastanza forte, non abbastanza veloce.

Quel corpo non è adatto.

Quella disabilità impedirà.

Quell’infortunio ha chiuso una carriera.

Frasi dette quasi sempre da bordo campo, dove è molto più facile sapere fin dove possa arrivare qualcun altro.

Dentro, intanto, qualcuno continua ad allenarsi.

Magari lentamente. Magari male. Magari un centimetro alla volta.

Ma insiste.

Ci sono limiti, allora, che meritano di essere attraversati.

Alcuni custoditi, altri ancora dovremmo semplicemente smettere di pronunciarli.

Lo sport non ci ha insegnato che possiamo tutto. Sarebbe una bugia e il corpo è un pessimo complice delle bugie.

Ci ha insegnato qualcosa di più difficile: capire fin dove arriviamo.

Ci saranno giorni in cui andremo un centimetro oltre ieri e giorni in cui sarà necessario fermarsi un metro prima.

Vittorie che nessun tabellone sa registrare: quella frazione di secondo in cui un atleta arriva davanti alla propria linea, la guarda, sente il corpo, la paura, tutto il rumore intorno.

Poi decide.

Fino a qui.

Oppure fa ancora un passo.

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