Ci sono momenti della vita in cui non abbiamo bisogno tanto di ricominciare: abbiamo bisogno di ritrovare il ritmo.
È una differenza sottile, quasi invisibile, ma forse è proprio lì che si nasconde il senso di settembre. Perché settembre arriva ogni anno con la sua promessa di ordine, con le agende da riempire, le sveglie da puntare, le giornate che tornano ad avere confini precisi dopo la libertà scomposta dell’estate. Ci viene chiesto di riprendere il passo, come se la vita fosse una strada dalla quale ci fossimo semplicemente allontanati per qualche settimana. Ma non siamo più quelli di prima, abbiamo dormito in orari diversi, mangiato quando avevamo fame, camminato senza sapere dove stavamo andando, lasciato che il tempo si allungasse e qualche volta si fermasse. Abbiamo perso la misura delle ore e forse, proprio per questo, abbiamo ritrovato per un momento la misura di noi stessi.
Dovremmo imparare ad ascoltare e lo sport può farci da guida perché conosce una verità, che spesso dimentichiamo: non esiste una sola velocità possibile, esiste un ritmo.
Un atleta lo sa meglio di chiunque altro, sa che accelerare quando non è il momento può significare consumare energie che serviranno più avanti, che una gara non si vince necessariamente partendo davanti e che qualche volta la cosa più difficile non è correre più forte degli altri, ma avere il coraggio di correre alla propria velocità.
Nelle lunghe distanze questo diventa quasi una filosofia dell’esistenza. Chi corre sa che il corpo presenta il conto a chi pretende troppo nei primi chilometri. Bisogna ascoltare il respiro, riconoscere la fatica, accettare che ci siano momenti in cui gli altri sembrano andare più veloci. Bisogna avere fiducia nel proprio passo, anche quando non sembra abbastanza.
È una lezione che Nadia Battocletti, con la sua corsa leggera e insieme potentissima, sembra portare dentro ogni gara. La sua storia racconta anche questo: non esiste un tempo universale per diventare ciò che siamo, esiste il momento in cui il nostro corpo trova finalmente la propria cadenza e smette di inseguire quella degli altri.
Anche nel nuoto il tempo ha un’altra consistenza. Federica Pellegrini ha trascorso una vita dentro un cronometro. Ogni centesimo poteva separarla da una medaglia, ogni frazione di secondo diventare memoria. Per anni il tempo è stato qualcosa da battere, una creatura ostile da raggiungere e superare. Poi è arrivato il momento in cui la gara è finita e il cronometro ha smesso di essere un nemico. È lì comincia un’altra forma di libertà. Perché arriva un’età della vita in cui non dobbiamo più dimostrare di essere veloci, dobbiamo capire dove vogliamo andare.
Lo stesso accade a Sofia Goggia ogni volta che torna sulla neve dopo che il corpo le ha imposto una pausa. La montagna però non accetta la fretta e nemmeno il corpo. Ci sono giorni in cui bisogna allenarsi e giorni in cui bisogna aspettare, giorni in cui la fiducia ritorna e altri in cui sembra essersi nascosta da qualche parte. Ritrovare il ritmo non significa cancellare la caduta, significa imparare nuovamente a stare dentro il movimento, dopo aver conosciuto l’immobilità.
E poi c’è Jasmine Paolini, che sembra avere fatto della gioia una parte del proprio modo di stare in campo. La guardi e hai la sensazione che il successo non le abbia ancora tolto lo stupore. Sorride, si arrabbia, ride, si sorprende. Anche nei momenti più importanti conserva qualcosa di infantile nel senso più bello della parola: la capacità di meravigliarsi.
Abbiamo trasformato lo sport in una scienza della prestazione, e naturalmente lo è. Misuriamo la velocità, la distanza, la potenza, il numero dei passi, i battiti, le calorie, i secondi. Abbiamo inventato strumenti capaci di dirci quasi tutto del nostro corpo. Eppure c’è una cosa che nessun dispositivo riesce davvero a misurare: il piacere.
Quello che prova un bambino quando corre senza sapere perché, quello che sente una persona entrando in acqua dopo una giornata difficile, quello che succede quando una bicicletta prende velocità e per qualche secondo non pensiamo più a niente, quello che accade quando il corpo trova un movimento che gli appartiene e improvvisamente la fatica smette di essere una punizione e diventa una forma di libertà.
Abbiamo bisogno proprio di questo, di uno sport che non ci chieda sempre di diventare migliori, più veloci, più forti, più magri, più performanti. Ma di uno sport che, qualche volta, ci permetta semplicemente di tornare a sentirci vivi.
Perché anche la vita ha bisogno di ritmo, ha bisogno di accelerazioni e di pause, di giorni in cui possiamo correre e altri in cui dobbiamo camminare, di mattine in cui tutto sembra possibile e sere in cui l’unica cosa che riusciamo a fare è respirare. Abbiamo bisogno di imparare che rallentare non significa necessariamente perdere terreno e che fermarsi qualche volta è soltanto il modo in cui il corpo prepara il movimento successivo.
Non esiste una tabella di marcia alla quale obbedire, una velocità che dovremmo mantenere per tutta la vita. Guardiamo gli atleti, ognuno ha il proprio tempo e noi dovremmo ritrovare il ritmo di ciò che siamo diventati, è necessario tornare a sentirci dentro il tempo.
Come un atleta poco prima della partenza, quando tutto il rumore dello stadio sembra improvvisamente lontanissimo e rimane soltanto il respiro. Un respiro, un altro. Poi il corpo trova il ritmo e finalmente si parte.

