Era passato un mese da quando Tom aveva cominciato a lavorare sul campo. Il terreno, un tempo abbandonato e incolto, stava lentamente prendendo forma. Non era nulla di grandioso, solo un pezzo di terra livellato, con delle linee di gesso tracciate per delimitare le basi. Ma era qualcosa.
Tom si trovava lì quella mattina presto, con il sole che iniziava appena a sorgere. Il vento era fresco, e il cielo, di un pallido azzurro, prometteva una giornata limpida. Si fermò al centro del campo, guardandosi intorno. Le settimane di lavoro, le chiamate, le mani sporche di terra… tutto ciò che aveva fatto per arrivare a quel punto sembrava ridursi a quel momento, a quel piccolo spazio in mezzo al nulla. Ma, per la prima volta, non si sentiva vuoto.
C’erano stati momenti di dubbio. Più di una volta aveva pensato di mollare tutto. Ma qualcosa dentro di lui lo aveva spinto a continuare. Forse era il desiderio di non lasciare andare l’ultima parte di sé che ancora credeva in qualcosa o forse era semplicemente il fatto che aveva bisogno di riempire il tempo, di riempire quel silenzio. Tom si chinò e raccolse una manciata di terra. La fece scivolare tra le dita, guardando i granelli cadere a terra. Non c’era nulla di straordinario in quel gesto, ma gli sembrava in qualche modo importante come se, nel farlo, stesse accettando qualcosa che aveva sempre cercato di evitare.
Mentre stava lì, immobile, sentì il suono di passi alle sue spalle. Si voltò e vide Ellen che camminava verso di lui, portando due tazze di caffè. Era venuta a trovarlo di tanto in tanto durante il mese, ma non era mai rimasta a lungo. Stavolta sembrava diversa, più rilassata.
“Ho pensato che avresti bisogno di questo,” disse lei, porgendogli una tazza.
“Grazie,” rispose lui, accettandola con un sorriso.
Restarono lì, in piedi, a sorseggiare il caffè in silenzio. Non c’era bisogno di dire molto. Ellen guardava il campo, osservando il lavoro che Tom aveva fatto. Si vedeva che era ancora lontano dall’essere finito, ma non importava.
“Dove sono i ragazzi?” chiese Ellen, con un accenno di sorriso.
“Non lo so,” rispose Tom, scrollando le spalle. “Non so neanche se verranno.” Ellen lo guardò di traverso.
“Verranno,” disse con certezza. “Verranno.”
Tom annuì. Non era sicuro che fosse vero, ma in quel momento non importava. Aveva fatto qualcosa, aveva creato un posto. I ragazzi avrebbero deciso loro se venire e se anche non fossero venuti, se anche il campo fosse rimasto vuoto, lui sapeva di aver fatto quello che poteva. Aveva messo un mattone, aveva mosso un passo in avanti.
Rimasero lì per un po’, guardando il sole che si alzava sopra gli alberi. Ellen gli prese la mano, e lui la strinse, sentendo la sua presenza come un’ancora. Il vento continuava a soffiare piano, portando con sé l’odore dell’erba appena tagliata e della terra umida.
“Va bene così,” disse Tom, quasi a se stesso.
“Va bene così.” Ellen annuì, ma non rispose. Non ce n’era bisogno.
Lentamente, iniziarono a tornare verso la macchina, lasciandosi alle spalle il campo silenzioso. Tom sapeva che avrebbe continuato a lavorarci. Un po’ alla volta. Non aveva fretta, non più. C’era qualcosa di buono in quel silenzio, in quell’attesa. E, per la prima volta da tanto tempo, sentì che era sufficiente.

