Lo sport sembra chiedere una sola cosa agli atleti: correre, saltare, vincere. Dobbiamo sempre ricordare però che sotto una maglia, una divisa o una medaglia esiste una persona.

La storia dello sport è attraversata da gesti che nascono proprio da un’impossibilità di restare in silenzio.

Il 16 ottobre 1968, allo Stadio Olimpico di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio dei 200 metri. Hanno appena corso più veloci di quasi tutti gli uomini del pianeta. Smith ha stabilito addirittura il record del mondo. Dovrebbe essere il momento perfetto della vittoria. Invece ambedue scelgono altro.

Quando inizia l’inno americano abbassano il capo e alzano un pugno coperto da un guanto nero, con un gesto che dura pochi secondi. Pochi secondi possono essere un’eternità.

Molti anni dopo quella fotografia continuerà a essere ricordata come una delle immagini più potenti del Novecento anche se in quel momento non appare eroica, appare semplicemente scomoda.

Smith e Carlos salgono sul podio senza scarpe, mostrando le calze nere che raccontano la povertà di milioni di afroamericani. Portano sul petto il simbolo dell’Olympic Project for Human Rights. Carlos indossa una collana in memoria di coloro che sono stati dimenticati dalla storia, delle vittime senza nome, dei corpi che nessuno ha pianto abbastanza.

Non stanno festeggiando la vittoria, stanno ricordando mentre lo stadio fischia.

Vengono espulsi dal villaggio olimpico, ricevono minacce, pagano un prezzo che nessuna medaglia può compensare.Molti giornali nei giorni seguenti li insultano.

Ma il punto non è ciò che hanno perso. Il punto è che, per la prima volta, milioni di persone hanno visto qualcosa che non volevano vedere.

A volte un pugno alzato non è un gesto di rabbia, è un gesto di memoria.

Passano quasi sessant’anni. Siamo in un altro continente, un altro sport, con un’altra forma di coraggio.

Le calciatrici della nazionale iraniana sono schierate sul campo prima di una partita di Coppa d’Asia. Davanti a loro c’è la bandiera del loro Paese. Dagli altoparlanti parte l’inno e loro restano in silenzio, semplicemente non cantano.

A guardarle da lontano sembra che non stia succedendo nulla ma ci sono silenzi che fanno più rumore di qualsiasi slogan.

In quel momento quelle donne sanno che ogni secondo può avere conseguenze. Sanno che il loro gesto verrà osservato, interpretato, giudicato. Eppure restano immobili con lo sguardo davanti e la bocca chiusa.

Nel linguaggio dello sport siamo abituati a celebrare il movimento ma esistono momenti in cui il gesto più potente è l’assenza di movimento. È non fare ciò che tutti si aspettano.Tra il pugno nero di Città del Messico e il silenzio delle calciatrici iraniane scorrono decenni di storia. Eppure c’è un filo invisibile che li unisce.

Entrambi ci ricordano che il corpo di un atleta può diventare un luogo di coscienza, di scelta, di responsabilità.

Lo sport non è un territorio separato dal mondo. Non è un campo perfetto in cui esistono soltanto il talento e il risultato.

Il mondo entra prepotentemente sempre. Entra persino sul podio o durante un inno nazionale.

Entra contro le discriminazioni, le guerre, le paure, i diritti negati.

Allora accade qualcosa di raro: un atleta diventa una domanda rivolta a tutti noi.

Che cosa avremmo fatto al suo posto?

Continuiamo a ricordare quei pugni alzati e quel silenzio ostinato, perché non raccontano soltanto il coraggio di chi li ha compiuti ma raccontano il momento preciso in cui un essere umano decide che tacere non è più possibile.

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