Il tempo di cui siamo osservatori e artefici interpreta il corpo come superficie esposta, continuamente osservata, giudicata e il linguaggio dello sport si offre come una chiave potente per leggere le fragilità contemporanee. Dentro quella grammatica fatta di disciplina e prestazione, controllo e attesa, ma anche di caduta, limite e ripartenza, si apre uno spazio più profondo, dove il successo non è mai separato dal fallimento. È in questa soglia sottile che si è collocato l’incontro con il direttore sportivo Giorgio Perinetti al Gutenberg Calabria, progetto culturale che da oltre vent’anni intreccia scuola, libri e società in un confronto vivo fra autori e lettori, nella culla degli istituti scolastici della Regione, con platee studentesche di ogni età e volumi ad hoc.
La ventitreesima edizione, dedicata al tema “Catastrofi e mondi nuovi”, ha offerto la possibilità di intendere le fratture intime non come punti di arresto ma come passaggi, crepe da cui filtra comprensione, trasformazione, opportunità. Lo sport diventa metafora naturale: arena di vittorie ma pure luogo in cui si impara il significato più autentico della sconfitta, il peso del limite, la presenza silenziosa della fatica.
L’incontro del 21 maggio scorso, ospitato nell’auditorium Scopelliti del Liceo “E. Fermi” di Catanzaro, che accoglie anche un indirizzo sportivo, ha preso forma grazie all’intuizione e alla sensibilità della docente di Italiano e Latino, Manuela Morelli, che ha fortemente voluto la presenza di Perinetti dopo averne ascoltato la testimonianza durante la trasmissione tv “Domenica In”. Accanto a lei, il docente di Scienze Motorie e Sportive Antonio Raione, che lo aveva conosciuto durante la sua esperienza in Serie A come preparatore atletico e ne ha ricordato il carisma umano e professionale, capace di lasciare un segno, che va oltre il campo.

Giorgio Perinetti si è presentato in punta di piedi, eppure la sua voce ha aperto varchi. La lunga stagione vissuta nei grandi club del calcio italiano — Roma, Juve e Palermo, anche Napoli, Avellino, Siena, Bari, Venezia, Genoa, Brescia — e il suo lavoro accanto a giovani atleti, gli hanno insegnato che, ciò che appare ordinato all’apparenza spesso nasconde equilibri fragili, e che non tutto ciò che accade si lascia comprendere nel momento in cui si concretizza.
Il suo libro “Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di bello”, scritto con il giornalista Michele Pennetti e pubblicato da Cairo Editore, nasce da un percorso di elaborazione del dolore dopo la scomparsa della figlia Emanuela, avvenuta il 29 novembre 2023 a soli 34 anni, a causa di una grave forma di anoressia nervosa. Il progetto prende forma da un’intervista rilasciata proprio a Pennetti per il “Corriere della Sera”, a distanza di un anno dalla perdita e si consolida nel tempo anche attraverso il confronto con l’altra figlia Chiara, trasformando lentamente il dolore privato in racconto condiviso, in parola che cerca una forma per restare.
Emanuela, professionista della comunicazione sportiva, del marketing e dei social media, stimata da atleti e dirigenti, conosceva bene quell’universo in cui l’immagine sembra dettare il ritmo dell’esistenza e la percezione esterna pesa quanto, se non più, della realtà. Come in una partita complessa, i segnali esistono, ma non sempre si lasciano vedere; le difficoltà si muovono spesso ai margini del campo visibile.
Nel dialogo con gli studenti, tra domande e contributi video, le riflessioni di Giorgio Perinetti hanno assunto la plasticità di una confessione lucida e struggente, in cui sport ed esistenza hanno finito per specchiarsi.
«Non mi sono accorto della malattia. L’ho vista, ma non l’ho riconosciuta. Nel calcio, come nella vita, si osservano i movimenti ma non sempre si interpretano i segnali giusti. C’erano bugie, piccole e grandi, che abbiamo compreso solo a posteriori, come quando a fine partita rivedi un’azione e capisci dove è cambiata la storia. Vivevamo in città diverse e come in una squadra che non comunica abbastanza, alcuni messaggi si sono persi. Mi domando spesso se avrei potuto fare di più nel turbine quotidiano e del lavoro che ti assorbe, se la presenza di sua madre, mancata prematuramente anche lei, avrebbe fatto la differenza nell’intercettare per tempo il disagio, se avrei dovuto tenere mia figlia più vicina, leggere meglio certi silenzi o richieste implicite. Ripenso a quel suo ingenuo attaccamento alla vita e al cibo negli ultimi, istanti, quando il corpo era già profondamente debilitato e dopo una caduta in casa si era reso necessario il ricovero. Da questa esperienza, intrisa di dolore ma anche di consapevolezza, nasce il senso del mio racconto: nello sport si impara che dalle sconfitte si può ripartire, ma solo se si ha la forza di guardarle in faccia. Se anche una sola ragazza, un solo ragazzo o un solo genitore troverà il coraggio di aprirsi dopo aver ascoltato la nostra storia, allora questo dramma avrà avuto in parte un senso. Non bisogna temere la fragilità o escludere il coetaneo più introverso, che fugge dallo stare in compagnia, il figlio che parla poco e si chiude in sè ma predisporsi all’ ascolto e al dialogo. Il campione non è chi non cade, ma chi riconosce la caduta e riparte. E pensando ai disturbi alimentari, sempre più diffusi tra i giovani e rispetto alle dinamiche dei quali con il supporto di esperti, sono impegnato in termini di sensibilizzazione, posso dire che se la medicina può fare miracoli, l’amore li compie certamente».
Nel silenzio attento di una generazione, queste parole hanno smesso di essere soltanto racconto per diventare esperienza condivisa, eco che si imprime, verità concreta.
A rendere ancora più intenso il momento, le note di “Fiore di maggio, il celebre brano di Fabio Concato, interpretato dalla voce di Lucia Perricelli con l’accompagnamento di Davide Xu alla chitarra e di Greta Mellea al violino: una musica lieve, quasi trattenuta con cui gli allievi hanno amplificato tutte le emozioni vissute.
La dirigente scolastica dell’istituto, Rosetta Falbo, ha pure rivolto un invito a prestare maggiore attenzione al prossimo e alla vita che ci circonda, ricordando come questa rappresenti una missione quotidiana a cui la scuola guarda ogni giorno con responsabilità e impegno.
Lo spessore di una parabola vitale, lo insegna lo sport e lo cristallizza la letteratura, non si misura dalla quantità dei risultati e non è il calco di una perfezione artificiosa ma è frutto di un esercizio continuo di umanità, sacrificio, passione e voglia di rialzarsi dopo ogni piccolo o rovinoso inciampo.

In foto: Giorgio Perinetti incontra gli studenti di Catanzaro e la copertina del libro.

