Justin Fashanu nasce a Londra, figlio di radici lontane e diverse, Nigeria e Guyana, e cresce presto dentro una frattura: a sei anni viene separato dai genitori insieme al fratello, passa attraverso una casa-alloggio e poi approda in una famiglia adottiva nel Norfolk. È lì che comincia a correre davvero, non solo dietro a un pallone, ma dentro una possibilità.

Il calcio lo riconosce subito, il suo talento non ha bisogno di spiegazioni. Già a diciassette anni esordisce con il Norwich City e in poco tempo diventa una promessa luminosa del calcio inglese: segna, inventa, sorprende. 

C’è un gol, contro il Liverpool, che resta sospeso nel tempo, premiato come il più bello dell’anno, un gesto puro che racconta tutto quello che Justin potrebbe diventare.
Poi arriva quel numero che cambia il modo in cui il mondo ti guarda: un milione di sterline. È il primo calciatore di colore britannico a essere valutato così.
Non è più solo un giocatore: è un simbolo. e i simboli, spesso, pesano.

Il passaggio al Nottingham Forest non è l’inizio di una consacrazione, ma di un abisso. L’allenatore, l’ambiente, le voci che iniziano a circolare sulla sua vita privata. Non è ancora il momento del coming out, ma è già il momento del sospetto e il sospetto, nello sport, è una forma sottile di esclusione.

Justin continua a giocare, si sposta, cambia squadre, cambia paesi, come se cercasse un luogo in cui poter essere intero. Ritrova a tratti il gol, poi lo perde di nuovo, come si perde qualcosa che non dipende solo da te. Un infortunio lo rallenta, ma non è quello a fermarlo davvero.
Nel 1990 decide di dire la verità e non lo fa in un tempo accogliente, in un mondo pronto. Lo fa solo perché non può più fare altrimenti.

Diventa il primo calciatore professionista a dichiararsi gay. Una frase che oggi sembra un passo avanti, ma allora era un qualcosa di impensabile. Il titolo di un giornale lo espone, lo definisce, lo consegna a uno sguardo collettivo, che non sa comprendere.

Il calcio che fa? Si allontana, gli spogliatoi si fanno più freddi e le possibilità si restringono.

Non perde il talento, ma perde lo spazio per esprimerlo. E quando un atleta perde lo spazio, perde anche una parte di sé.

La cosa più dura non è solo l’ostilità esterna. È la solitudine, che si infiltra dentro le relazioni. Anche il legame con il fratello si spezza, come se la verità avesse un prezzo da pagare, non solo nel lavoro, ma anche negli affetti più profondi. Justin si ritrova a camminare senza rete, in un mondo che non perdona chi rompe le regole non scritte. Eppure continua.

Gioca dove può, come può, attraversa paesi e campionati minori, cercando una possibilità, che non sia solo sopravvivenza. Si avvicina alla religione, cerca risposte, cerca pace, ma anche lì trova resistenze, come se non esistesse un luogo davvero pronto ad accoglierlo per intero.

Poi, nel 1998, arriva un’accusa, grave, destabilizzante.
Justin si difende, sostiene che il rapporto fosse consensuale, ma capisce subito che non si tratta solo di dimostrare qualcosa, si tratta di essere creduto in un mondo che lo ha già giudicato.

Lascia poche righe scritte prima di morire in cui parla di innocenza, di paura di non avere un processo equo, di un desiderio semplice e immenso: trovare pace.

Il 3 maggio 1998 la sua vita si interrompe a Londra. Troppo presto e troppo in solitudine.

Le accuse contro di lui, dopo, verranno archiviate, ma questo non restituisce nulla.
Eppure la sua storia non finisce lì. Perché ci sono vite che non cambiano il presente in cui esistono, ma il futuro che viene dopo.
Justin Fashanu è stato questo: una linea tracciata quando non c’era ancora strada, un nome che oggi permette ad altri di immaginarsi visibili, dicibili, possibili.

Anni dopo, il calcio lo riconosce. Entra nella Hall of Fame inglese, come se il tempo provasse a rimettere ordine, a dire finalmente ciò che allora non era stato capace di dire. Ma il riconoscimento più vero non è nei premi, è nello spazio che ha aperto.

Oggi ci sono calciatori che possono scegliere se parlare o no, possono decidere tempi, modi, parole. Non è ancora facile, ma è possibile. E quella possibilità porta dentro, anche se non sempre lo si nomina, il peso e il coraggio di Justin.

Perché dire chi si è, quando il mondo non è pronto ad ascoltare, non è solo un gesto personale è un atto che cambia la grammatica di tutti.
Il coraggio è questo: restare fedeli a una verità che non ti protegge, che non ti premia, che non ti salva, ma che, nonostante tutto, apre la strada a chi verrà.

Per approfondire:

Forbidden games: The Justin Fashanu Story (2017)

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