Affermare che uno sportivo faccia del proprio corpo lo strumento performativo per eccellenza risulterebbe lapalissiano. 

 Nel panorama sportivo un corpo è anzitutto osservato, raccontato, giudicato. Gli atleti vivono dentro una dimensione pubblica permanente, rispetto alla quale ogni vittoria, ogni presa di posizione, ogni fragilità contribuisce a costruire un’identità che supera il campo da gioco.  In virtù di un effetto domino, parallelamente anche i tifosi, valicando il ruolo di spettatori immobili partecipano emotivamente, si schierano, trasformando lo sport in uno spazio di appartenenza collettiva e di confronto culturale. 

A condurci nell’esplorazione di questi incastri sarà il sociologo, saggista e giornalista, Pippo Russo*, grazie al quale proveremo a decodificare le trasformazioni che hanno plasmato il modo in cui atleti e tifosi interpretano oggi la propria identità, siano essi immersi nella placenta sportiva oppure incorporino un riflesso di tale connotazione nella quotidianità.  

Nel mondo dello sport, infatti, l’identità non è una monade, anzi prende forma nello sguardo degli altri, nelle narrazioni mediatiche, nei simboli condivisi e nei legami che uniscono pubblico e protagonisti della scena sportiva. 

«Le principali teorie sociologiche tendono a trattare lo sport come un fatto sociale totale, cioè a guardarne la complessità e gli assetti di sistema. In questo contesto, la figura dell’atleta e la sua identità emergono quando si passa su un livello più specifico dell’analisi: l’attenzione verso le dinamiche di emancipazione (culturale, di classe, di genere) traccia una linea di innovazione nell’analisi della figura dell’atleta, della sua identità e dei valori che rappresenta. Una linea più recente, che probabilmente è anche la più feconda per interpretare gli attuali mutamenti dello sport come fenomeno culturale, è quella che analizza la figura dello sportivo come celebrity. Oggi i campioni sono personaggi pubblici da star system, chiamati a recitare questo ruolo anche dall’evoluzione dei sistemi di comunicazione e di interconnessione»-precisa Pippo Russo. 

Lo sport, come anticipato, disegna pure i confini identitari che in quell’ambiente intercettano un microcosmo in cui riconoscersi, emozionarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande. 

«Per comprendere quanto queste dinamiche siano centrali nella complessa formazione identitaria, occorre isolare alcune prospettive. Ne indicherei due: quella dell’atleta e quella dello spettatore-appassionato. Per quanto riguarda l’atleta, la sua identità viene forgiata dalla piena dedizione alla sua attività sportiva che è fatta non soltanto di gare e di training, ma da una disciplina esistenziale che necessita di essere inflessibile se si vuole raggiungere risultati di alto livello. Per quanto concerne il pubblico, lo sport traccia territori dell’appartenenza e dell’identificazione immediate: che si tratti delle squadre rappresentative di un territorio più o meno ampio o di un atleta in cui il pubblico si riconosce perché incarna valori ampiamente condivisi, il pubblico trova nello sport forti segmenti di identificazione» – ragiona lo studioso. 

Tra gli atleti, la squadra e i tifosi si crea così una connessione intrisa di rituali, simbolismi, elementi aggreganti impliciti. Un rapporto che muta insieme allo sport e che oggi appare sempre più influenzato dalla comunicazione e dal mercato. 

«Nella relazione tripartita fra atleta, team e pubblico-riflette Russo- l’identità è un elemento di sfondo che presiede alle dinamiche di integrazione. È fatta di storie, tradizioni, rappresentazioni, esperienze vissute o tramandate. Il tifoso ne è il principale depositario, poiché non sempre i club rimangono fedeli a quel patrimonio. Nell’epoca della comunicazione spinta e del marketing, giocare coi simboli e ibridarli è diventato uno sport nello sport. Quanto agli atleti, devono adattarsi a loro volta, riservandosi uno spazio per esprimere un’identità propria che è una forma di autodeterminazione. Si tratta di una negoziazione complessa, i cui esiti sono tutt’altro che scontati». 

Nel nostro secolo dunque gli atleti sono volti pubblici, figure mediatiche, presenze costanti nello spazio digitale. La loro immagine diventa linguaggio, rappresentazione multisettoriale. 

«Siamo in un’epoca in cui, molto più spesso, sono gli atleti a tentare di influenzare le rappresentazioni mediatiche che di loro vengono date. Si tratta di un mutamento proprio di un tempo storico che trasforma gli atleti in personaggi, attori della scena mediatica, influencer. In questo modo cambia anche la percezione che il pubblico ha dell’atleta: la sua dimensione performativa è soltanto parte del complessivo metro di giudizio cui viene sottoposto. È certamente un aspetto che ha conseguenze positive e negative, ma anche inevitabile» -rileva l’esperto. 

In un clima di perenne esposizione è naturale dover modulare l’impatto con questioni che per molto tempo sono rimaste invisibili o volutamente marginalizzate, come quello dell’identità sessuale in ambito sportivo. 

«Chi decide di fare coming out-rimarca Russo– lo fa dopo avere attraversato un lungo percorso di introspezione, sofferenza e volontà di riscatto. A quel punto, il timore per il giudizio che il pubblico potrebbe dare è la parte meno rilevante della questione. Piuttosto, che lo voglia o no, dal momento in cui fa coming out l’atleta diventa esponente di una battaglia per il diritto della persona all’autodeterminazione sessuale e alla sua tutela rispetto a ogni forma di discriminazione». 

Nonostante i numerosi esempi di libertà, accettazione di sé e di accessibilità alla pratica agonistica (si pensi alle Paralimpiadi) nonché alle incisive testimonianze di molti professionisti, il mondo dello sport continua spesso a essere attraversato da resistenze culturali profonde, che spesso rendono difficile esprimere sé stessi. 

«Ritengo che molta rilevanza vada riconosciuta alla necessità di abbattere le barriere che persistono. La scelta di identità o orientamento sessuale è una questione privata che diventa pubblica quando viene fatta oggetto di discriminazione o repressione. Ci sono poi alcune discipline sportive in cui le culture machiste o esplicitamente omofobe, si esprimono in modo virulento, ciò rende più difficile assumere pubblicamente certe posizioni» – evidenzia il sociologo. 

Per questa ragioni molti atleti scelgono di “investire” nella propria visibilità pure un “capitale” collettivo, affinché il proprio ruolo pubblico sia anche il modo per aprire un varco legittimo e legittimato nello sport e in società. 

«L’attivismo degli atleti- sottolinea Pippo Russo– è un segno di assunzione di responsabilità sociale. Si rendono conto di occupare la scena pubblica, rendendoli dei grandi comunicatori e che dunque un messaggio da loro comunicato ha un impatto diverso. Ma perché questa assunzione di ruolo avvenga, serve anche che ci sia una presa di consapevolezza e che il contesto, a partire dallo stesso mondo dello sport, sia favorevole a questo modo di declinare il ruolo pubblico dell’atleta. A volte l’attivismo degli atleti prende piede malgrado le pressioni in senso contrario dei dirigenti (delle società o delle federazioni sportive). Questo apre un conflitto nel conflitto ma la crescente propensione a mobilitarsi è un ottimo segnale». 

Persino la tifoseria di fronte a tali evidenze umane ha affinato in termini di sensibilità il proprio modo di guardare agli atleti e alle loro identità fuori dal campo.

«Fra i tifosi- commenta il saggista- è in corso un processo di maturazione, un diverso atteggiamento verso l’attivismo degli atleti. Anche quando ne prendono le distanze ma lo fanno a partire dalla contrapposizione basata sulle idee politiche anziché sul principio che “l’atleta deve pensare solo a fare l’atleta”. Ciò è rivelatore di come lo sport, sempre più, si trasformi in una fra le principali arene della discussione pubblica e della formazione di segmento di cittadinanza».

 Quando i riflettori si spengono e il corpo segue i suoi ritmi biologici vi è un momento in cui l’identità dell’atleta viene messa profondamente in discussione: quello della fine della carriera, quando la competizione smette improvvisamente di occupare il centro della propria vita.

«Si tratta di un passaggio molto delicato- ammette Russo- che purtroppo l’atleta non sempre è pronto ad affrontare. In quel passaggio si consuma qualcosa che non è semplicemente far calare il sipario sulla carriera, né soltanto un mutamento identitario. C’è piuttosto un distacco molto difficile da un piano di vita pienamente organizzato intorno alla propria attività di atleta: tutto ciò, da un momento all’altro, finisce. Sotto il profilo identitario, si tratta di compiere una rapida operazione di storicizzazione del passato (ancora fresco) da atleti: senza mettere completamente alle spalle quella vasta parentesi di vita (che anzi può tornare utile, nel caso si intraprenda una carriera legata ancora al mondo dello sport) ma rendendosi conto che c’è da cominciare una seconda vita. Si tratta, forse, della sfida più impegnativa a cui un atleta deve sottomettersi».

A ben rifletterci, lo sport cristallizza proprio questo: la parabola di persone che non incarnano più soltanto il risultato ma anche desideri, conflitti, battaglie e trasformazioni collettive. Gli atleti diventano archetipi attraverso cui la società osserva sé stessa, mentre i tifosi continuano a cercare nello sport un’oasi, un abbraccio, uno specchio.

«La mediatizzazione dello sport proietta gli atleti su una dimensione del tutto innovativa, che li forza a sperimentare un modo diverso di stare sulla scena. Assume un valore crescente la capacità di produrre comunicazione e immagine, e questo determina una diversa membership che esalta alcuni atleti piuttosto che altri» – fa notare Pippo Russo.

Lo sport allora, non è soltanto un corpo a corpo, una medaglia o un punto in più. È uno spazio in cui si intrecciano identità, emozioni, discussioni e bisogni trasversali. Attraverso gli atleti e lo sguardo dei tifosi, continua a raccontare i cambiamenti sociali, le tensioni e l’impulso sempre più forte di trovare nuove forme di modellamento personale e di comunità.

*Pippo Russo (in foto)   È docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Firenze. Saggista e giornalista con all’attivo svariate pubblicazioni, collabora con diverse testate nazionali e internazionali, tra cui Domani, Corriere dello Sport – Stadio, Guerin Sportivo, Lettera43. In precedenza ha collaborato con Corriere della Sera, il manifesto, Il Riformista, Il Fatto Quotidiano, Pubblico, l’Unità, Panorama, Satifiction, Soccer Illustrated, Lettera43, la Repubblica, Contrasti, Quattro Tre Tre, Calciomercato.com, Giornale di Sicilia, L’Ora e La Sicilia. Ha ideato alcune rubriche di successo, tra cui Pallonate, inizialmente pubblicata su Il Manifesto e successivamente su l’Unità e Il Fatto Quotidiano; Sicilianismi, apparsa per due anni nell’edizione palermitana di la Repubblica; e Parole, pubblicata con cadenza domenicale dal 2010 nell’edizione fiorentina di la Repubblica.

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