Il corpo dell’atleta è considerabile in egual misura superficie narrativa, oggetto di desiderio collettivo e specchio delle contraddizioni del nostro tempo.  Questo è ancora più plasticamente evidente nell’ambito di competizioni che catalizzano l’attenzione del globo. Per questa ragione sfogliare le pagine di “Dentro le Olimpiadi e le Paraolimpiadi” (Mimesis Edizioni, 2026 copertina in foto) insieme al curatore del volume, Paolo Corvo* equivale ad intrecciare performance, fragilità, identità, turismo, spettacolo e costruzione mediatica dell’immagine. Il corpo in quest’ottica diviene uno spazio politico e sociale attraverso cui leggere le trasformazioni profonde della contemporaneità. 

«Oggi il “corpo olimpico” -ragiona Paolo Corvo- racconta molto bene la società in cui viviamo. Non è più soltanto un corpo naturale o spontaneo, ma un corpo costruito attraverso allenamento, controllo, tecnologia, alimentazione. Negli atleti vediamo riflessa un’idea che ormai attraversa anche la vita quotidiana: la necessità di migliorarsi continuamente, di essere efficienti, competitivi, sempre all’altezza della situazione. Le Olimpiadi rappresentano una sorta di versione estrema della cultura contemporanea della prestazione. Il corpo dell’atleta diventa simbolo di successo, disciplina e capacità di superare i limiti. Ma negli ultimi anni, è emersa con più forza anche un’altra dimensione: quella della fragilità. Pensiamo alla pressione psicologica, all’ansia da risultato, alla salute mentale degli sportivi, temi che oggi vengono finalmente discussi apertamente. Per questo il corpo olimpico non racconta soltanto la forza. Racconta anche la fatica di reggere aspettative enormi e la difficoltà di mantenere sempre un’immagine vincente. In fondo gli atleti ci colpiscono perché mostrano qualcosa che appartiene anche alla nostra esperienza quotidiana: il desiderio di riuscire e, insieme, la paura di non farcela». 

Attraverso la sfaccettata panoramica del macrocosmo olimpico e paralimpico invernale che Corvo propone con il proprio lavoro, si entra tra le pieghe di un sistema culturale capace di produrre significati, di plasmare immaginari collettivi e di offrire rappresentazioni dell’oggi.  

«L’idea del volume nasce-spiega il curatore- dalla convinzione che un evento come Milano-Cortina 2026 non possa essere interpretato da un solo punto di vista. Le Olimpiadi non sono semplicemente una manifestazione sportiva. Sono un grande evento mediatico, turistico, economico e culturale che coinvolge territori, istituzioni, comunità locali e immaginario collettivo. Per questo abbiamo scelto una struttura multidisciplinare. I sociologi si concentrano sulle trasformazioni culturali e sociali che accompagnano i Giochi; i giornalisti analizzano il modo in cui le Olimpiadi vengono raccontate e trasformate in narrazione pubblica; gli studiosi di turismo e ospitalità riflettono sugli effetti che un evento di questa portata produce sui territori, sull’economia locale e sulle pratiche di viaggio contemporanee. Ci interessava soprattutto evitare una lettura troppo semplificata o celebrativa. Oggi i grandi eventi sportivi funzionano come una lente che rende visibili fenomeni più ampi: il rapporto tra centro e periferia, tra sostenibilità e sviluppo, tra identità locale e dimensione globale. Milano-Cortina permette quindi di osservare molte dinamiche del presente, non soltanto nello sport ma nella società nel suo insieme». 

Una sfida, quella di intercettare un magma narrativo tanto ampio e diversificato, che rivela quanto in una logica di inclusione (reale, tentata o apparente) e in considerazione di modelli dominanti che si impongono sulla scena, alcune rappresentazioni corporee finiscono col cristallizzarsi, relegandone altre al margine.   

«Negli ultimi anni le narrazioni olimpiche sono cambiate molto. C’è sicuramente una maggiore attenzione alle storie personali degli atleti, alle differenze culturali, alla salute mentale, alla presenza femminile e alla pluralità delle esperienze corporee. In questo senso le Olimpiadi cercano di apparire più inclusive rispetto al passato. Tuttavia i modelli dominanti restano ancora molto forti. Lo sport olimpico continua spesso a valorizzare il corpo giovane ed efficiente. La logica della performance e dell’immagine tende inevitabilmente a privilegiare alcune figure considerate più adatte alla comunicazione mediatica contemporanea. 

Per questo esiste ancora una tensione tra apertura e conformismo. Da una parte si cerca di raccontare la diversità, dall’altra rimane molto presente un ideale di perfezione fisica e di successo individuale. Le storie più interessanti sono forse quelle che incrinano questa immagine patinata dello sport e mostrano anche il limite, l’errore, la vulnerabilità. Quando succede, il racconto sportivo diventa più umano e più vicino all’esperienza reale delle persone» – evidenzia il sociologo. 

Quando la perfezione si incrina, il corpo smette di essere soltanto simbolo di eccellenza e diventa finalmente umano. È in questa frattura che le Paralimpiadi aprono uno spazio culturale nuovo che travalica il paradigma abilista per trasmettere tangibilmente esempi di corporeità autentica e multiforme, mettendo da parte approcci edulcorati e costruendo sentieri alternativi.     

«Le Paralimpiadi stanno avendo un impatto culturale molto profondo perché contribuiscono a cambiare il modo in cui pensiamo il corpo e la normalità fisica. Per molto tempo la disabilità è stata letta quasi esclusivamente come mancanza o deficit rispetto a un modello considerato normale e desiderabile. Oggi, invece, il discorso sta lentamente cambiando. Gli atleti paralimpici mostrano che esistono molte forme possibili di forza, movimento e capacità. Lo fanno non attraverso una retorica pietistica, ma attraverso la competizione sportiva, il talento e la qualità della performance. Questo contribuisce a mettere in discussione l’idea che esista un solo modello legittimo di corpo “abile”. Naturalmente non bisogna idealizzare questo processo. Restano ancora molti stereotipi e molte disuguaglianze sociali. Però le Paralimpiadi hanno avuto il merito di aprire uno spazio culturale nuovo, in cui la differenza non viene più vista soltanto come limite, ma anche come possibilità di ridefinire il nostro sguardo sul corpo umano. E forse il cambiamento più importante è proprio questo: capire che la normalità non è qualcosa di fisso, ma una costruzione culturale che cambia nel tempo»-rimarca lo studioso. 

A fare da scenario a queste rivoluzioni culturali, etiche ed estetiche, che tramite manifestazioni su larga scala investono l’opinione pubblica si stagliano i contesti naturalistici, rispetto ai quali occorre affrontare una riflessione per quanto concerne l’impatto ambientale, relativo alla presenza umana massiccia, al circuito economico, intesi come fattori invasivi, vettori di mutazione, risorsa e contaminazione nel medesimo istante.  

«Credo che oggi anche i territori entrino pienamente nella dimensione spettacolare dei grandi eventi sportivi-afferma l’esperto. Con Milano-Cortina le Alpi diventano immagini globali: paesaggi da raccontare, fotografare, condividere sui social e trasformare in esperienza turistica. Questo fenomeno ha aspetti molto interessanti ma anche ambivalenti. Da un lato c’è la possibilità di dare visibilità internazionale ai territori alpini, attrarre investimenti e creare nuove opportunità economiche. Dall’altro però esiste il rischio di ridurre il paesaggio a semplice scenografia, subordinando tutto alle esigenze dello spettacolo e del consumo turistico. Le Olimpiadi contemporanee non riguardano quindi soltanto lo sport, ma anche il modo in cui consumiamo i luoghi. Oggi il paesaggio viene spesso vissuto attraverso immagini, esperienze rapide e condivisione digitale. La vera sfida sarà capire se un evento come Milano-Cortina riuscirà a produrre una relazione più sostenibile con il territorio oppure se finirà per aumentare ulteriormente le pressioni ambientali e turistiche sulle montagne, con la pericolosa diffusione dell’overtourism». 

ll corpo dell’atleta, il paesaggio alpino e persino la peculiarità del viaggio finiscono dunque per fondersi dentro la stessa logica dell’esposizione e del consumo trasformando anche la pratica sportiva in un banco di prova per tarare lo stato di salute della società, i suoi umori e suoi valori materiali ma soprattutto immateriali. 

«Oggi le Olimpiadi non sono più soltanto una competizione sportiva- conferma Corvo. Intorno ai Giochi si costruisce un’intera esperienza che riguarda il viaggio, il tempo libero, il benessere e persino l’identità personale. Chi partecipa a un evento olimpico spesso non cerca soltanto lo spettacolo sportivo, ma anche emozioni, coinvolgimento, partecipazione collettiva e condivisione sociale. Negli ultimi anni il turismo si è trasformato profondamente. Sempre più persone scelgono luoghi ed esperienze legate allo sport, alla natura e alla qualità della vita. Le Olimpiadi si inseriscono perfettamente in questa cultura contemporanea dell’esperienza. Il corpo non è più soltanto qualcosa da guardare, ma qualcosa da vivere: attraverso l’attività fisica, il viaggio e la ricerca di benessere. Anche il marketing territoriale utilizza sempre di più queste immagini. Le destinazioni turistiche vengono promosse attraverso idee di vitalità, autenticità e stile di vita attivo. In questo senso le Olimpiadi diventano una grande vetrina internazionale capace di collegare sport, turismo e consumo culturale. Proprio questo intreccio mostra quanto il corpo sia diventato centrale nell’immaginario contemporaneo». 

Alla luce di tali considerazioni si può facilmente dedurre come il villaggio olimpico, sia riflesso del villaggio globale (parafrasando McLuhan) nei meandri del quale pur celebrando l’incontro tra popoli e il valore della condivisione, si finisce per dar spazio all’atavica tensione tra lo spirito collettivo e il desiderio di consolidamento personale. 

«Le Olimpiadi mantengono ancora una forte capacità di creare partecipazione collettiva-rileva il docente. I Giochi producono rituali condivisi, emozioni comuni e momenti di identificazione che coinvolgono atleti, spettatori, volontari e comunità locali. In certi momenti lo sport riesce ancora a creare un senso di appartenenza che supera differenze sociali, culturali e generazionali. Allo stesso tempo, però, sarebbe ingenuo ignorare la dimensione sempre più spettacolare e commerciale delle Olimpiadi contemporanee. I media e i social network tendono a valorizzare soprattutto il successo individuale, la visibilità personale e la costruzione dell’immagine pubblica degli atleti. Lo sport entra così pienamente dentro la logica dell’intrattenimento globale. Per questo oggi convivono due anime diverse. Da una parte c’è ancora il desiderio di vivere un’esperienza collettiva e condivisa; dall’altra c’è una forte individualizzazione dello sport e delle sue narrazioni. Ed è proprio questa tensione a rendere le Olimpiadi uno specchio molto interessante della società contemporanea, che oscilla continuamente tra bisogno di comunità e desiderio di affermazione individuale». 

Dopo la pandemia, l’idea del corpo invulnerabile esaltata dallo sport contemporaneo ha iniziato a mostrare delle crepe. L’esperienza condivisa della fragilità ha trasformato il modo di guardare agli atleti e alla prestazione fisica. Anche le Olimpiadi, da sempre emblema di potenza e resistenza, sono entrate in questa nuova sensibilità, più attenta ai limiti umani che al mito dell’infallibilità. 

«Probabilmente Milano-Cortina 2026-commenta il ricercatore ci consegna un’immagine del corpo umano più complessa rispetto al passato. Per molto tempo lo sport olimpico ha celebrato soprattutto il corpo forte, vincente e quasi invulnerabile. Dopo la pandemia, però, guardiamo il corpo in modo diverso. Abbiamo riscoperto la fragilità, il limite e la dipendenza reciproca tra le persone. Questo cambiamento culturale potrebbe influenzare anche il modo in cui verranno vissute le Olimpiadi. I Giochi non saranno soltanto uno spazio di competizione, ma anche un luogo simbolico in cui riflettere sulla convivenza collettiva, sulla cooperazione e sulla necessità di affrontare insieme le grandi incertezze del presente. Viviamo infatti in un periodo segnato da tensioni geopolitiche, crisi ambientali e polarizzazioni sociali molto forti. In un contesto simile, eventi globali come le Olimpiadi assumono inevitabilmente un significato culturale e politico. Forse il messaggio più importante che Milano-Cortina potrà lasciare non riguarda solo la vittoria sportiva, ma la consapevolezza che nessuna società può esistere senza relazioni, fiducia reciproca e senso del limite». 

Dentro questa nuova presa d’atto, si modifica anche lo spirito con cui osserviamo la prestazione e con esso si ridefinisce il senso stesso dell’eccellenza nello sport. Il risultato ed il gesto atletico acquisiscono valore al netto dei riconoscimenti ottenuti. 

«Le Paralimpiadi stanno contribuendo in modo molto significativo a cambiare il nostro sguardo sul corpo e sulla performance sportiva. Oggi gli atleti paralimpici vengono riconosciuti sempre di più come sportivi di altissimo livello, capaci di esprimere talento, preparazione e competitività, e non soltanto come simboli di sacrificio personale. Questo cambiamento è importante perché permette di superare due rappresentazioni opposte ma entrambe limitanti: quella pietistica e quella eroica. Per molto tempo la disabilità è stata raccontata o come mancanza o come eccezione straordinaria. Le Paralimpiadi, invece, stanno lentamente normalizzando la differenza, mostrando che esistono molte forme possibili di abilità e di eccellenza sportiva. Naturalmente il percorso non è ancora concluso. Persistono stereotipi, disparità economiche e minore attenzione mediatica rispetto allo sport olimpico tradizionale. Però il cambiamento culturale è evidente. Le Paralimpiadi stanno contribuendo a rendere più ampia e meno rigida la nostra idea di corpo, di normalità e persino di successo sportivo» – sottolinea Corvo. 

A fare da contraltare a questa presa di coscienza sensibile, a tratti, romanticizzata dai buoni propositi, interviene però l’evidenza che, mentre lo sport amplia le sue narrazioni, il corpo degli atleti continua a essere sottoposto a una visibilità incessante che trasforma ogni azione in “spettacolo” sottoposto a giudizio.  

«Oggi il corpo degli atleti è sempre più esposto allo sguardo pubblico. Gli sportivi non vengono osservati soltanto durante la competizione, ma continuativamente attraverso televisioni, piattaforme digitali, social network e campagne pubblicitarie. Il corpo atletico diventa così immagine, racconto, brand personale e oggetto di consumo mediatico. Questo processo offre sicuramente grandi opportunità di visibilità e successo economico. Gli atleti contemporanei non sono più soltanto sportivi, ma figure pubbliche che devono gestire la propria presenza mediatica in modo costante. In molti casi la costruzione dell’identità pubblica diventa quasi importante quanto la prestazione sportiva stessa. Questa esposizione permanente produce anche forti pressioni psicologiche. Gli atleti devono confrontarsi continuamente con aspettative, giudizi e commenti pubblici. Ogni gesto, ogni errore, ogni cambiamento fisico può essere osservato e discusso. Per questo il rapporto con il proprio corpo diventa sempre più complesso. Le Olimpiadi contemporanee mostrano così non solo la spettacolarizzazione dello sport, ma anche le difficoltà di vivere dentro una società fondata sulla visibilità continua» – osserva Paolo Corvo. 

Le Olimpiadi e le Paralimpiadi, ora è chiaro, valicano la cornice di un evento sportivo, influenzando il modo in cui guardiamo il corpo umano, il limite, il successo, l’imperfezione e persino la nostra idea di convivenza. Nel loro prisma si esplica forse l’unicità della potenza corporea declinata come capsula di senso intrinseco ed estrinseco, che permane seppur il destino del suo involucro sia quello di cedere, di perire, di mutare. 

*Paolo Corvo  (in foto)  è sociologo e professore associato dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ove dirige il Laboratorio di sociologia e insegna Culture del viaggio e dinamiche sociali e Social Video Design on Food. Si occupa di tematiche relative al cibo e ai consumi, al turismo enogastronomico sostenibile, agli indicatori di qualità della vita, benessere e felicità. Ha svolto attività di ricerca e di formazione per enti pubblici e privati su temi riguardanti il turismo e lo sviluppo socioeconomico del territorio, i processi di globalizzazione e la società civile.  Fra le sue pubblicazioni oltre a quella già citata si ricordano: Paolo Corvo, Fabio Massimo Lo Verde (editors), Sport and Quality of Life. Practices, Habits and Lifestyles, Springer, Cham. (2022) La ninfa Atalanta. Caratteristiche e prospettive di un’impresa fatta in casa, in Lupo Maurizio, Emina Antonella, Benati Igor (a cura di) Visioni di Gioco. Calcio e società da una prospettiva interdisciplinare. Volume secondo, il Mulino, Bologna, pp.65-80.. (2022).

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