La vita somiglia a una partita di calcio: regole, imprevisti, colpi di fortuna, infortuni e grandi imprese o guizzi geniali. Le somiglia persino se dietro a un pallone non si è stati mai, preferendo, come Walter Vismara, un’ordinata vita impiegatizia, in cui l’unico banco di prova sono le domande del quiz “Lascia o Raddoppia?”. 

Quando dalla fabbrichetta di Vigevano in cui lavora sarà costretto a trasferirsi nella grande città, scoprirà nuovi equilibri e lati di sé proprio grazie al calcio, uno sport a cui il suo datore di lavoro attribuisce un valore quasi sacro, tanto da volerlo celebrare con i dipendenti in campo il Primo Maggio.

Su queste dinamiche si costruisce “Zamora”, il lungometraggio d’esordio alla regia di Neri Marcorè, prodotto nel 2023 per approdare poi al cinema l’anno successivo (disponibile su Rai Play) che, seguendo il canovaccio dell’omonimo romanzo di Roberto Perrone, ci conduce nella Milano degli anni ’60 lungo il percorso esistenziale di un personaggio quasi fantozziano circondato da cavalieri e commendatori ai piani alti e da “spine nel fianco” tra i pari.

La sorte gli riserverà la sorpresa di scoprirsi portiere — proprio lui, così poco avvezzo allo sport — ma incapace di tirarsi indietro di fronte alle richieste di un superiore.

Sotto la guida sgangherata ma competente di Giorgio Cavazzoni (interpretato dallo stesso Marcorè), ex portiere ormai segnato da alcolismo, debiti e da un difficile rapporto con il figlio, Walter Vismara (soprannominato Zamora a mo’ di scherno nelle esternazioni denigratorie eccentriche, sessiste, al limite del grottesco dall’arcigno collega Gusperti, facendo eco al celeberrimo portiere spagnolo degli anni Trenta ) diventa progressivamente un atleta credibile.  A trarne giovamento è anche la sua autostima, dentro e fuori dal campo, fino a fargli guadagnare un ingaggio in una squadra di serie D: un traguardo che va ben oltre la semplice partitella tra scapoli e ammogliati durante la festa dei lavoratori, segnando una svolta reale nella sua parabola. 

La spiccata propensione al ragionamento e alla pianificazione diverranno pure doti sportive quando il protagonista comprenderà come miscelarle all’istinto, quella qualità, anche umanamente, poco esplorata fino ad allora, e della quale, invece, farà tesoro.

Tra un allenamento e l’altro, Walter (interpretato da Alberto Paradossi) si rivela vulnerabile nei sentimenti, ma, soprattutto, capace di mettersi in gioco, persino in amore.

Nel frattempo, il rapporto con Cavazzoni (emblema di una star sprofondata nell’abisso) si sviluppa tra attriti e riavvicinamenti, contribuendo alla riconciliazione dell’uomo con il figlio.

È questo uno dei passaggi emotivamente più riusciti della pellicola poiché cristallizza quanto sia facile sprofondare nel buio dopo aver conosciuto le luci della ribalta, riuscendo comunque a risalire se vi è una rete di affetti e il sostegno necessari.

Il film non punta sull’innovazione, ma sulla solidità: personaggi riconoscibili, dinamiche familiari e un racconto lineare permettono allo spettatore di entrare facilmente nella storia. 

È proprio in questa semplicità che il progetto trova forza, ricordando come lo sport possa essere una metafora efficace del percorso umano: luogo di relazioni, crescita e disvelamento dell’io.

Pur ambientato in un’Italia in pieno boom economico, ancora segnata da machismo e cameratismo, nel clima sportivo e non solo (ben rappresentati dalle figure antagoniste), l’opera sceglie un finale aperto alla speranza. 

Non solo al fischio del 90’, ma anche oltre: perché in ogni epoca storica il vero goal in tutti gli sport (in virtù di un obiettivo universale e nel calcio quale azione pragmatica) come nella vita, lo segna chi impara a stare in campo rispettando sé stesso e gli altri, trovando il coraggio di fidarsi, di mettersi in gioco e restando all’interno di uno schema, ridefinendolo per essere libero.

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