La primavera della prestazione: dentro l’attesa che allena, tra silenzio e adrenalina

Maggio è il mese dell’attesa, quello in cui tutto pare sospeso prima di farsi grumo reale. Una sensazione tangibile pure nella quotidianità di uno sportivo, prima che i riflettori si accendano.

A una dimensione tanto segreta ha accesso chi conosce gli anfratti cerebrali: è lì che si gioca gran parte della prestazione, dove ogni gesto si pianifica molto prima di arrivare sul campo. Per questo motivo, si è scelto di intraprendere un viaggio dialogico con il neuro-scienziato Antonio Cerasa*, al fine di comprendere cosa accade nella mente di un atleta in quell’ “attimo” prima.

Ogni pensiero può rivelarsi un alleato o un ostacolo.

La parentesi pre-performance non è uguale per tutti. Negli sport individuali, la concentrazione si focalizza sulla singola azione, sull’autoregolazione emotiva e sulla visualizzazione della sequenza perfetta. Negli sport di squadra, la preparazione mentale deve contemperare la propria performance con il ritmo del gruppo, l’armonia con i compagni e la gestione delle dinamiche collettive. Ogni atleta deve sintonizzarsi su sé stesso e sul contesto, bilanciando controllo personale e flessibilità sociale.

In questo passaggio, il cervello diventa direttore d’orchestra silenzioso: organizza i gesti già appresi, coordina sequenze muscolari e lascia scorrere le azioni più familiari, senza bisogno di sforzo cosciente. La memoria procedurale fa muovere il corpo quasi in autonomia, come se ogni movimento fosse già scritto nella mente. La memoria di lavoro mantiene sotto controllo le informazioni essenziali, allontanando quelle superflue, mentre la memoria semantica ed episodica richiama esperienze passate e conoscenze acquisite, creando un senso di sicurezza che permette all’atleta di muoversi con fiducia e precisione.

«Nella fase di pre-performance il cervello organizza, seleziona e rende disponibili tutte le risorse accumulate durante l’allenamento, ottimizza e automatizza ciò che è già stato consolidato» – spiega Antonio Cerasa.

Si tratta dunque di dare priorità a ciò che davvero conta. Stimoli esterni, come il pubblico o l’ambiente, devono essere filtrati: stimoli interni, pensieri ed emozioni, modulati. «La prestazione ottimale inizia a mettere radici quando il cervello riduce il rumore e amplifica il segnale: non eliminando gli stimoli, ma imparando a gerarchizzarli» – aggiunge Cerasa.

Su queste fondamenta lo psicologo dello sport (figura professionale ampiamente riconosciuta) trasforma l’attesa in uno spazio attivo: supporta l’atleta nel regolare l’energia, lo guida nella gestione dell’attenzione, impostando la routine pre-gara. «Intervenire nella tappa di attesa significa trasformare un tempo passivo in un’arena funzionale alla prestazione. Immaginare un’azione attiva circuiti neurali molto simili a quelli coinvolti nell’esecuzione reale: è un allenamento silenzioso ma potentissimo» – specifica l’esperto.

Il ruolo dello psicologo si distingue nettamente da quello del mental coach. «Lo psicologo dello sport ha una formazione scientifica e può intervenire anche su aspetti emotivi e clinici; il mental coach, figura più ibrida si interessa di aspetti per lo più motivazionali» – chiarisce lo studioso.

Questa differenza emerge limpidamente nei momenti di fragilità, come l’infortunio o il lungo tempo che intercorre tra una competizione e l’altra. Quando l’attività si interrompe, la motivazione cala e l’identità “agonistica” può vacillare. «Il cervello ha bisogno di feedback continui: senza segnali di avanzamento, la motivazione tende fisiologicamente a ridursi. Micro-obiettivi e piccole sessioni di allenamento o di gara diventano ancore di sicurezza, mantenendo il senso di progresso, di autovalutazione, trasformando la pausa in opportunità di crescita»– ragiona lo scienziato.

La cultura pop ha saputo raccontare certi aspetti invisibili in modi diversi. Nella serie “Ted Lasso” lanciata nel 2020, da Bill Lawrence e Jason Sudeikis (che incarna pure il protagonista) rileva eccentricamente il modo in cui rituali condivisi, dialogo interno positivo e resilienza siano strumenti essenziali per affrontare pressione e incertezza. Ogni parola di incoraggiamento tra allenatori e giocatori diventa “benzina” mentale. Allo stesso modo la musica può diventare un potente catalizzatore individuale: la canzone “Eye of the Tiger” dei Survivor, pubblicata nel 1982 e resa celebre come colonna sonora di Rocky III (iconico tassello di un percorso cinematografico che ha fatto storia) trasmette ritmo, energia e determinazione, evocando concentrazione e senso di sfida.

Tra la narrazione del film e il momento della gara, l’atleta costruisce il proprio equilibrio. Ogni respiro diventa strategia, una conferma di controllo. Visualizzare la sequenza dei movimenti, ripercorrere mentalmente le tappe della performance, regolare la tensione. Negli sport di squadra, occorre percepire il ritmo dei compagni e adeguarsi alle loro risposte , senza perdere la concentrazione personale. Negli sport individuali, il focus resta totalmente centrato sul proprio corpo e sui propri schemi mentali. «Il cervello reagisce al senso di controllo: quando percepisce di poter gestire ogni dettaglio, anche l’ansia si trasforma in energia funzionale» – sottolinea Antonio Cerasa.

Ruolo cruciale già in questa esperienza preparatoria giocano la pressione esterna e la narrativa mediatica. Lo sport è raccontato secondo logiche di notiziabilità: il fallimento cattura più attenzione dei successi. «Una sconfitta può essere amplificata fino a ridefinire la percezione di un atleta, mentre una serie di prestazioni solide può passare quasi in sordina. In ogni caso tanto a livello professionistico quanto in ambito amatoriale, una sconfitta o una vittoria possono divenire paradigmatiche in bene e in male per l’intera comunità di osservatori e di sportivi perciò è utile prepararsi a gestire l’urto dei mezzi d’informazione» osserva Cerasa definendo emblematico in tal senso il modo in cui un campione del calibro di Jannik Sinner ha imparato a schermare queste dinamiche il cui focus non è la prestazione sportiva o il valore di un atleta bensì il prodotto che ciò incarna e la scia che produce.

Nel cristallizzare tali concetti, il film The Damned United (2009) tratto dall’omonimo romanzo di David Peace, diretto da Tom Hooper, segue la vicenda di Brian Clough (interpretato da Michael Sheen) alla guida del Leeds United, mostrando quanto pressione, aspettative e storytelling possano condizionare la performance quanto la tecnica.

Alla luce di queste riflessioni maggio potrebbe definirsi, idealmente, un laboratorio sensoriale. La pre-performance non è solo il tempo che precede la gara: è il cuore invisibile della prestazione, pulsa nella mente dell’atleta come una primavera che attende di farsi viva, goal esplosivo della natura.

*Antonio Cerasa (in foto) è responsabile del laboratorio di neuroimaging presso l’IBSBC-CNR. È stato direttore del
Dipartimento di Scienze Biomediche del CNR a Roma (2025), direttore dell’IBSBC-CNR a Milano (2024) e
presidente dell’Area CNR Mi4 (2024). È inoltre referente scientifico del CNR in diversi accordi con IRCCS,
università, comitati nazionali di ricerca e progetti PNRR. Autore e coautore di oltre 250 pubblicazioni
indicizzate in MedLine (H-Index: 60), ha ricevuto numerosi premi internazionali (tra cui OHBM ed ECTRIMS)
e un premio nazionale per la divulgazione scientifica. Il profilo scientifico è caratterizzato da un ampio
background in neurobiologia e neurofisiologia delle patologie neurologiche e psichiatriche, con una
formazione specifica nello sviluppo di dispositivi medici. Durante il dottorato, l’interesse si è orientato verso
l’imaging genetico per comprendere come i geni possano influenzare il comportamento umano e la
neuroanatomia. Successivamente, l’attività di ricerca si è concentrata sulle basi neurali della
neuroriabilitazione cognitiva nelle malattie neurodegenerative e nei danni cerebrali acquisiti. Collabora con
ingegneri nello sviluppo di algoritmi di intelligenza artificiale applicati alle neuroscienze e nella valutazione
dell’impatto della riabilitazione robotica sulla plasticità neurale. Tra i più recenti ambiti di interesse rientra
la Psicologia Positiva, focalizzata sul benessere mentale. Nel complesso, il profilo rientra nell’ambito delle
neuroscienze traslazionali. È Direttore f.f. del Dipartimento di Scienze Biomediche (DSB-CNR) a Roma,
consulente scientifico presso l’Istituto S. Anna e il Research in Advanced Neurorehabilitation (RAN) di
Crotone, science writer per Hoepli, FrancoAngeli e Carocci, e science communicator per Almanacco CNR,
AGI press e Diritto Penale Uomo (DPU). È in possesso dell’Abilitazione Scientifica Nazionale come
professore associato in Psico-biologia (M-PSI/01) e come professore ordinario in Scienze delle professioni
sanitarie e tecnologie mediche applicate (MED/50). Ricopre il ruolo di Associate Editor per diverse riviste
scientifiche, tra cui Clinical eHealth, TISJ, Frontiers in Psychiatry e Frontiers in Neurology. È inoltre docente
a tempo parziale di “Psicologia Generale” (9 CFU, 72 ore) presso l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro.
Nel 2020 è stato incluso nella lista dei Top Italian Scientists (ranking n. 229). Nel 2022 e 2023 è stato
inserito nella lista dei Top International Scientists. Nel 2023 è stato classificato tra i Top ItalianNeuroscientists (ranking n. 240).

Dalla razionalità ai versi

Apoteosi del limite- Di Roberta Cricelli

C’è un istante breve, assoluto,
il cuore scandisce
un ritmo senza replica,
in cui il mondo si contrae
e resta solo il respiro,
liturgia pulsante
tra carne e volontà.

L’atleta lo abita
come un sovrano esitante
sul proprio trono interiore:
lucido, febbrile, umano.
Non è paura,
non è ardore soltanto:
è tensione sottile, estetica,
che muta il dubbio
in possibilità.

Fuori, il clamore si dissolve.
Dentro, si leva un coro esigente:
aspettative, memorie,
errori mai del tutto sepolti.

Nei giorni sospesi,
come un maggio dell’anima,
attesa e promessa
non ancora compiuta,
il tempo si sfrangia,
l’anima vacilla.

Ogni voce reclama spazio,
ogni silenzio pesa.

L’atleta diviene architetto
del proprio disordine,
edifica senso
dove tutto cede.

È lotta senza platea,
disciplina senza applauso:
restare
quando si vorrebbe fuggire,

credere
quando tutto è opaco,
insistere
senza garanzie.

Poi accade:
non miracolo,
ma allineamento
respiro, gesto, intenzione.

Il caos trova grammatica.

L’atleta si solleva
non contro la pressione,
ma attraverso di essa.

La indossa,
la attraversa,
la domina.

E nel gesto che segue,
netto, irrevocabile,

non vi è soltanto gara,
ma una forma altra, attuale,
di trascendenza:

restare interi
mentre si sfida
il proprio limite.

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