Alle volte capiamo le persone dal modo in cui entrano in un campo, qualunque campo, e accettano le regole, i limiti, la possibilità di non essere abbastanza. Lo sport, anche quando fingiamo di ignorarlo, è ovunque. È la forma visibile della vita: un sistema di linee entro cui proviamo a stare, una partita continua tra ciò che siamo e ciò che non riusciamo a essere.
E per David Foster Wallace, il tennis non era solo uno sport, era una lingua. Il tennis, scriveva, è geometria: linee dritte, angoli, traiettorie. Un ordine quasi rassicurante, se non fosse che dentro quell’ordine si muove qualcosa di imprevedibile: il corpo, il vento, la paura.
È come “giocare a scacchi correndo”, ma forse è anche peggio: perché qui non puoi fermarti a pensare. Devi pensare mentre cadi, mentre corri, mentre la palla ti arriva addosso come una domanda a cui non sei pronto.
Wallace lo sapeva bene.
Da ragazzo era stato un ottimo giocatore, non potente, non spettacolare, non uno di quelli che vincono per superiorità fisica. Cercava di rimanere, rimandare la palla, ancora e ancora, e aspettare che l’altro sbagliasse. Una strategia la sua quasi vigliacca, forse, ma anche profondamente umana.
Perché alle volte accade anche che non vinci perché sei più forte, vinci perché resti.
Alle volte invece accade anche il contrario. Gli altri crescono, diventano più veloci, più forti, più sicuri. Il loro corpo comincia a rispondere meglio del tuo e tu resti indietro. Non è un crollo improvviso è una distanza che si allarga piano.
Wallace racconta questo momento con una lucidità disarmante: quando capisci che non basta più essere intelligenti, che il mondo, come il campo, non premia solo chi calcola meglio per intelligenza, ma chi colpisce più forte.
Ed è lì che allora succede qualcosa di decisivo: o smetti, oppure trasformi quella perdita in uno sguardo. Wallace ha scelto lo sguardo. Ha smesso di inseguire la vittoria e ha iniziato a osservare e in questo passaggio, quasi invisibile, è diventato uno dei più grandi narratori dello sport.
Quando guardava Roger Federer, per esempio, non vedeva solo un campione, vedeva qualcosa che sfugge alle leggi: una bellezza che non è solo tecnica, ma quasi metafisica. Come se il tempo rallentasse per lui, come se la palla restasse sospesa un istante in più, giusto il tempo necessario per essere colpita nel modo perfetto.
I “momenti Federer”, così li chiama, sono attimi in cui la realtà sembra piegarsi.
Ma il punto non è Federer, non è nemmeno il tennis. Il punto è che, a un certo livello, l’avversario smette di essere l’altro.
Nel suo romanzo più radicale, Infinite Jest, il tennis diventa una metafora ossessiva: ripetizione, disciplina, variazioni infinite. Ma soprattutto diventa un confronto solitario: sul campo non c’è mai davvero l’altro, c’è solo una versione di te stesso da affrontare, quella che cede, che ha paura, quella che vorrebbe smettere.
Il vero match è sempre interno.
E qui il discorso si allarga. Perché Wallace non ha mai parlato solo di sport, ha parlato di una società che trasforma tutto in intrattenimento, anche il dolore, anche la fatica, anche la perdita.
Nel mondo che lui racconta nel libro, esiste un film talmente piacevole da rendere chi lo guarda incapace di fare altro. Una felicità così totale da diventare letale.
Viviamo circondati da versioni leggere della realtà, da simulazioni che ci evitano lo sforzo, da scorciatoie emotive che ci proteggono dal fallimento. Ma il tennis, quello vero, non ti protegge, ti espone.
Non puoi fingere, non puoi distrarti, non puoi scappare. Ogni punto è una verità.
Wallace ha abitato fino in fondo l’esperienza del limite e ha capito che c’è un punto in cui non puoi migliorare abbastanza, un punto in cui devi guardare in faccia ciò che sei. E non è un punto comodo. Il perdente, in questo senso, oggi non è chi fallisce, è chi vede.
Chi non può più nascondersi dietro la promessa della vittoria, chi resta dentro la partita anche quando sa che non sarà il migliore.
Il 12 settembre 2008 Wallace si è tolto la vita, aveva 46 anni .
È una fine che c’entra con quella tensione continua tra controllo e abbandono, tra lucidità e fatica, che attraversa tutto ciò che ha scritto.
Resta però una cosa, resta quell’immagine semplice e feroce: un campo diviso da una rete, due metà perfette, e qualcuno che continua a rimandare la palla, non per vincere ma per restare dentro.
Perché a volte la vera sfida non è essere il migliore, è non uscire dal campo.

