Misurarsi con la preparazione di una pratica fisica e mentale, per il piacere di mettersi alla prova o di seguire un evento sportivo, significa entrare in una dimensione di viaggio, che è, prima di tutto, un’esperienza a tutto tondo. Correre, pedalare, camminare, assistere a una competizione: ogni gesto si lega a un luogo preciso, a un tempo condiviso, a una presenza concreta. Su queste fondamenta prende forma il concetto di turismo sportivo, ponendosi come anello di congiunzione tra la messa in gioco del corpo e la scoperta di un territorio, così da entrare in contatto con gli spazi, le persone, le abitudini locali. La qualità dell’esperienza dipende dalla relazione che si crea con il contesto. L’attesa che precede l’attività permette di osservare, riconoscere, entrare gradualmente in sintonia con l’ambiente. L’autenticità, in tal senso, come ci spiega il sociologo Nico Bortoletto* non è un elemento accessorio ma il fondamento che dà valore al turismo sportivo quale opportunità riconoscibile, che mette radici, anche e già, nell’attesa di essere accolta.
«L’autenticità- precisa l’esperto– che è costruzione sociale per eccellenza, si configura (anche) come un dato capace di evocare un rapporto di comprensione diretto tra persone e luoghi. Le configurazioni valoriali attuali, veicolate dai media (general-, social-, personal-) sono date da sistemi individuo-centrici e sono definitoriamente pervadenti e intrinsecamente omologanti. Il turista –sportivo e non– legittimamente, ricerca nella comunità ospitante, dei uoghi che gli permettano di collocarsi utilmente rispetto ad un “altro” generalizzato sempre più difficile da cogliere nel processo di costruzione del sé. I prodotti culturali (materiali o immateriali) turisticamente orientati che un luogo produce o offre, acquisiscono nuovi significati per la comunità locale, nel divenire rappresentazioni diacritiche del proprio sé comunitario etnico o culturale, costituendosi, alla fine, come un veicolo di rappresentazione verso il pubblico esterno. Questo dato determina una doppia trasformazione, da una parte della comunità, dall’altra dell’ospite, che vede, in questa comunità e/o in quei luoghi, una esplicitazione di una qualità intrinseca, fino ad allora solo attesa, che si legherà poi a quel differimento della gratificazione che costituisce grande parte della fatica sportiva e, al tempo stesso, la sua stessa ragione d’essere».
Un aspetto quello dell’autenticità del turismo sportivo su cui Bortoletto ha avuto modo di ragionare tra le pagine del volume “Sport and Quality of Life: Practices, Habits and Lifestyles”, curato da Paolo Corvo e Fabio Massimo Lo Verde e pubblicato da Springer Nature Switzerland AG nel 2022. Nel contributo, intitolato “Authenticity as Element of Connotation in Sport Tourism Activity. Some Empirical Elements from the Italian Arena”, egli ha analizzato il ruolo dell’autenticità come elemento di costruzione dell’esperienza nel turismo sportivo, con riferimento ad alcune evidenze empiriche del contesto italiano, indagando anche circa ciò che influisce sulla percezione autentica di un vissuto pure mentre si attende di “attraversarlo”.
«L’autenticità- sottolinea lo studioso– non si avverte solo “sul posto”, ma viene prodotta prima, attraverso rappresentazioni che guidano lo sguardo e l’esperienza. I lavori di Dean MacCannell, risalenti agli anni ’70 dello scorso secolo, mettono in luce un’utile distinzione tra il concetto di autenticità esibita (staged authenticity) derivato, come noto, dall’applicazione dell’idea goffmaniana di scena e retroscena degli spazi sociali per spiegare come il turismo moderno cerchi autenticità, ma, spesso, trovi semplicemente rappresentazioni costruite. I luoghi turistici mettono in scena pratiche e culture “autentiche” adattate ai visitatori. Questa messa in scena distingue tra “front stage” (spazio per turisti) e “back stage” (vita reale dei locali). I turisti, però, difficilmente accedono al vero “dietro le quinte”. Ne deriva un’autenticità percepita, ma in gran parte artificiale. ll ruolo dei media e delle narrazioni è centrale sotto questo profilo perché anticipa l’esperienza turistica, costruendo significati prima ancora del viaggio. Nella prospettiva di Dean MacCannell, i turisti non affrontano l’esperienza da “neutri”, ma sono già orientati da immagini, racconti e simboli. I media (film, social, pubblicità) selezionano e semplificano la realtà, creando versioni idealizzate dei luoghi. Le narrazioni sportive (grandi eventi, miti degli stadi, imprese degli atleti) rafforzano questo processo, trasformando spazi reali in luoghi simbolici carichi di emozione e identità. L’immaginario collettivo, alimentato da questi discorsi, funziona propriamente come una “sceneggiatura”: il turista riconosce come autentico ciò che corrisponde alle aspettative già interiorizzate, anche se è in parte costruito».
Emerge dunque quanto molto di ciò che il turista sportivo considera parte del percorso si costruisca in un’anticamera di narrazioni e ritualità in grado di rendere verace l’azione, ancor prima che si compia, cristallizzandola e pregustandola in tutta la sua precostituita e confortevole forma.
«È opportuno ricordare- rimarca il sociologo– come David Harvey, fissi un ulteriore importante elemento per la comprensione del problema dell’autenticità, introducendo il concetto (derivato da Baudrillard) di “simulacro”, inteso come copia di un originale inesistente, presente solo in una iper-realtà in cui vero e falso sono, sostanzialmente, indistinguibili. In quanto tali, vero e falso prescindono dalle dimensioni di tempo e luogo e, ad esempio, confortano l’oramai rilevante teorizzazione sui non-luoghi come siti spaziali decontestualizzati, duplicati, riciclati e persino simulati. Le competizioni, i media sportivi, i documentari e i social diffondono narrazioni ricorrenti (lo stadio “mitico”, la tifoseria “vera”, l’atmosfera “unica”) che definiscono cosa debba apparire autentico. Così, il turista sportivo interiorizza modelli precisi. Si aspetta determinati rituali, emozioni e scenari e tende a interpretarli come segni di utenticità quando li incontra. In questo senso è “socializzato”, perché condivide un immaginario collettivo che guida percezioni e giudizi: l’esperienza diretta diventa una sorta di sostanziale verifica di ciò che già conosce».
È facile perciò comprendere come cori, gesti e simboli, si configurino quali pratiche performative capaci di produrre e riprodurre un senso di appartenenza e di autenticità condivisa all’interno delle comunità di tifosi e dei contesti sportivi.
«I rituali comprendono una serie di attività che si svolgono in un ordine prestabilito, come l’uso di frasi o parole particolari, la recitazione, il canto, la danza, le processioni di gruppo o il trattamento rispettoso di oggetti sacri (simboli). L’ordine di svolgimento delle singole attività è prestabilito e in nessun caso può subire modifiche; pertanto, nei rituali non c’è spazio per la spontaneità. Ogni rituale mette in scena determinate storie basate su credenze (che hanno origine in racconti mitici) e trasmette verità o messaggi fondamentali volti a scatenare reazioni emotive nei partecipanti alla cerimonia e a unire il gruppo in una esperienza comune, nonché nella comune
ricerca di un determinato obiettivo. Secondo Lord Raglan (in un testo dello scorso secolo, più volte ristampato, “The Hero”), il mito è un elemento indispensabile di un rituale costantemente ripetuto
e ne funge da spiegazione. Durkheim, che considera la religione come la base dell’ordine sociale, considera i rituali come un insieme di regole legate al mito che guidano il nostro comportamento, indicando come l’uomo debba trattare le cose sacre. Essi aiutano le persone a unirsi e a vivere di tanto in tanto esperienze comuni, esprimendo riflessioni e azioni comuni. Una cerimonia svolta ciclicamente – una forma di comunione comune – fornisce la base per l’esistenza e il rinnovamento di un gruppo sociale»-evidenzia Bortoletto.
Il turismo sportivo si muove perciò tanto sulle coordinate di un feedback individuale o collettivo, quanto sulla base del racconto che un contesto (urbano o rurale che sia) è stato in grado di plasmare in funzione di un’aspettativa ricettiva e di un’offerta ragionata, nell’ambito di un preciso progetto strategico atto a incarnare una promessa di veracità.
«Nelle strategie di branding territoriale-riflette il docente-è possibile rintracciare una vera e propria “regia simbolica”: elementi storici, culturali e paesaggistici vengono selezionati e trasformati in segni riconoscibili (tradizioni, cibo, architetture, stili di vita). In questo senso, l’autenticità non è semplicemente “data”, ma scientemente costruita attraverso processi narrativi assimilabili a ciò che Dean MacCannell definisce “autenticità messa in scena”: una rappresentazione credibile e soprattutto desiderabile per il turista. Le strategie di branding operano sostanzialmente una traduzione del patrimonio culturale localizzato in risorsa economica.
Si può dire che il capitale culturale locale (saperi, pratiche, simboli) venga convertito in valore
economico attraverso la sua valorizzazione turistica. L’autenticità diventa quindi un asset competitivo: più un territorio appare autentico, più è attrattivo e differenziato sul mercato globale.
In ogni caso per una efficace azione di branding non si può imporre l’autenticità solo dall’alto (istituzioni, enti turistici), ma questa deve idealmente emergere da un processo di negoziazione tra attori locali, visitatori e media. Le comunità locali partecipano (attivamente o passivamente) alla definizione di ciò che viene percepito come autentico, mentre i turisti contribuiscono a legittimarlo
attraverso le loro aspettative e le loro pratiche. Questo processo riflette le dinamiche dell’immaginazione sociale (richiamando Arjun Appadurai), in cui i significati circolano e si trasformano a livello globale. Un aspetto critico è che il branding, pur puntando sull’unicità, tende a standardizzare l’autenticità. Si creano format riconoscibili (borghi “tipici”, esperienze “locali”)
che rispondono alle aspettative del mercato turistico globale. Ne emerge un paradosso: l’autenticità viene costruita secondo logiche replicabili, finendo quasi inevitabilmente per perdere parte della sua spontaneità e ricalcando il già accennato concetto di simulacro».
In ragione di tali sollecitazioni, l’autenticità nel turismo sportivo, specie in una fase preliminare può essere letta come una forma di “teatralità”, in cui ciò che appare genuino è in realtà il risultato di costruzioni culturali e simboliche che orientano le aspettative. Ne deriva una tensione tra artificialità dell’evento e percezione soggettiva di autenticità, basata su ciò che viene vissuto come coerente e significativo. La dissonanza tra aspettative ed esperienza svolge una funzione sociologica centrale, perché non produce solo eventuale delusione, ma diventa un meccanismo di rielaborazione del senso: lo scarto vissuto porta a ridefinire ontinuamente il significato attribuito all’esperienza sportiva e a ciò che viene considerato autentico.
«Ciò che il turista percepisce come autentico non coincide necessariamente con una realtà “originaria”, ma con una rappresentazione costruita per risultare credibile rispetto alle sue aspettative. L’autenticità attesa, infatti, nasce prima dell’esperienza, attraverso immaginari, media e narrazioni sociali In questo senso si collega alle dinamiche dell’immaginazione sociale descritte da Arjun Appadurai: il turista arriva già “pre-orientato”, con un’idea di autenticità che desidera soprattutto confermare. La messa in scena, quindi, non è solo una strategia dell’offerta, ma anche una risposta a una domanda simbolica già strutturata. L’autenticità messa in scena non è necessariamente percepita come falsa: se l’esperienza è coerente con le aspettative e produce coinvolgimento emotivo, può essere vissuta come autentica. In questo senso emerge una dimensione performativa, in cui l’autenticità si “realizza” nell’interazione tra turista e contesto. Conta meno
l’origine “pura” dell’esperienza e più la sua credibilità simbolica. Da questa premessa emergono alcune tensioni ricorrenti nel rapporto tra percezione e costruzione. Il turista cerca qualcosa di “vero”, ma spesso incontra esperienze progettate. La tensione nasce quando questa costruzione diventa troppo visibile, rompendo l’illusione. Le esperienze, infatti, sono pensate per essere replicabili e vendibili, mentre l’autenticità rimanda all’unicità: da qui una contraddizione strutturale del turismo contemporaneo. Riprendendo John Urry, lo “sguardo turistico” seleziona ciò che deve apparire autentico, anche quando questo non coincide con ciò che è significativo per
la comunità locale. In questa logica, come osserva Grant McCracken, l’autenticità diventa a tutti gli effetti un oggetto di consumo, e la tensione emerge quando l’esperienza si riduce a segno —fotografia, racconto, storytelling — più che a pratica vissuta. Occorre considerare, in modo quasi paradossale, che nel turismo contemporaneo il grado di dissonanza tra aspettative ed esperienza è generalmente contenuto e lo è ancora di più nel turismo sportivo, dove il contesto funge da cornice mentre la prestazione (o la visione dell’evento) costituisce il nucleo dell’esperienza. Tuttavia, la dissonanza non è solo un errore dell’esperienza turistica (o sportiva), ma svolge una funzione sociologica centrale: è un momento generativo di significato, che attiva processi di riflessione, adattamento e rielaborazione simbolica. Quando l’esperienza non corrisponde alle aspettative si produce una tensione interpretativa che richiama la cognitive dissonance elaborata da Leon Festinger. Nel turismo sportivo questo accade, ad esempio, quando una destinazione idealizzata (performance perfetta, paesaggio incontaminato, esperienza “epica”) si scontra con limiti reali come fatica, affollamento o condizioni meteo. La dissonanza spinge allora il soggetto a ristabilire coerenza, rielaborando ciò che è accaduto, modificando le aspettative future o ridefinendo il valore dell’esperienza stessa. In questo processo, la dissonanza può trasformare un’esperienza da semplice consumo a processo di apprendimento. Le difficoltà o gli scarti rispetto alle aspettative possono essere reinterpretati come prova, sfida o crescita personale. il significato si sposta così da prestazione ideale a esperienza autentica, da controllo ad adattamento, da immagine a vissuto corporeo. Questa dinamica si inserisce in una visione dell’esperienza come processo temporale —anticipazione, fruizione e memoria — in cui la fase post-esperienziale rielabora retroattivamente il senso di ciò che è accaduto. In questo quadro, ciò che inizialmente appare come “delusione” può essere reinterpretato come più autentico proprio perché imperfetto, imprevisto o non costruito. Si crea così una tensione con l’autenticità attesa: l’esperienza reale, meno “scenica”, può acquisire un valore più profondo. La dissonanza alimenta inoltre la narrazione: le esperienze che deviano dalle aspettative sono spesso quelle più raccontate e memorabili. Nel racconto, offline o sui social, il soggetto riorganizza l’esperienza, trasformando la dissonanza in prova di autenticità o
resilienza. Nel turismo sportivo la dissonanza assume una funzione specifica perché valorizza la dimensione corporea e performativa: la prestazione, anche quando limitata come nel caso degli amatori, resta centrale e contribuisce a una memoria più intensa e significativa dell’evento» – osserva il professore.
Un affresco scientifico e fattivo, quello restituito da Nico Bortoletto, che ci conduce a constatare quanto la fase dell’attesa può essere interpretata come componente costitutiva dell’esperienza turistica e sportiva, in quanto momento in cui immaginazione sociale, consumo simbolico e temporalità dell’esperienza si intrecciano, prefigurando e già in parte costruendo il significato del viaggio, come egli stesso conferma.
«Gli spettatori di un evento-afferma– forse i primi turisti sportivi della notte dei tempi, costituiscono una componente naturale degli eventi sportivi, ovviamente a partire da eventi competitivi ad elevato richiamo che generano aspettative di tipo identificativo-valoriale. Per tale ragione coloro che viaggiano ai fini della visione di un evento sportivo sono usualmente distinti tra persone che si recano ad eventi sostanzialmente ricreativi o comunque non ricadenti negli sport di élite e spettatori che viaggiano per eventi legati ad un elevato livello di competizione o complessità organizzativa. I primi eventi investono per lo più piccole comunità e restituiscono una dimensione identitaria differente dai secondi, più legata ai luoghi ed agli atleti presenti in campo, spesso parenti od amici degli spettatori, configurandosi come un sé socializzante di prossimità, particolarmente legato al gioco come elemento ricombinatorio del quotidiano esperienziale. Il grande evento o comunque l’evento pubblico di dimensioni maggiori, ha un impatto che si confronta con la dimensione della psicologia (e sociologia) delle folle: costituisce un momento di sospensione dalla realtà entro il quale gruppi allargati, spesso sconnessi in altre dimensioni del quotidiano, trovano un set simbolico condiviso entro il quale condividere spaccati emozionali e al tempo stesso, esperienziali. Questi spaccati emozionali agiscono su più livelli e in quanto tali, possono integrare dimensioni del quotidiano personale talvolta irriducibili. La fase dell’attesa non è semplicemente un momento “vuoto” che precede l’esperienza turistica, ma ne costituisce una componente strutturale e altamente significativa; per il noto antropologo Arjun Appadura l’attesa è il momento in cui il viaggio viene costruito mentalmente attraverso immagini, narrazioni e aspettative. general media, social network e in generale le rappresentazioni culturali contribuiscono a creare una “anticipazione immaginata” che orienta desideri e comportamenti. In questa prospettiva, l’esperienza turistica inizia ben prima della partenza: l’attesa è già esperienza, perché è il luogo in cui si definiscono significati, aspettative e identità del viaggiatore.
Anche un altro antropologo, Grant D. McCracken, definisce l’attesa come una fase di grande investimento simbolico. Pianificare un viaggio, scegliere una destinazione o condividere l’imminenza della partenza sono pratiche che producono valore identitario. Il viaggio diventa così un “progetto narrativo”: l’attesa contribuisce a costruire status, appartenenza e auto-rappresentazione, spesso amplificati dalla comunicazione digitale (es. countdown, wishlist, storytelling pre-partenza)».
Lo sport declinato nella dimensione di un divertissement costrutto e costruttivo, immaginifico e immaginato, diventa un esempio di come l’essere umano avverta in ogni espressione del proprio vivere l’esigenza di cimentarsi in qualcosa di unico, non riuscendo però quasi mai a smarcarsi da uno schema, che consciamente o inconsciamente ne influenza l’aspettativa ancor prima che tutto si compia, definendo il perimetro del reale. Persino mentre pianifica di divertirsi o forse, paradossalmente, soprattutto in quel momento.
( Si ringrazia la direttrice di Sportlights, Giulia Carlucci, per i preziosi spunti di riflessione con cui ha arricchito la costruzione di questo articolo).

- Nico Bortoletto (in foto) è professore associato di Sociologia (SPS/07) all’Università di Teramo dal 2019, si occupa di sociologia dello sport e sviluppo comunitario, con particolare attenzione a partecipazione sociale, sport tourism, organizzazioni sportive e ruolo degli sport tradizionali nella costruzione dei legami comunitari. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna nel 1997, consegue il dottorato in Politiche Sociali e Sviluppo Locale nel 2006. Dopo collaborazioni e docenze tra il 2000 e il 2006 tra le università di Bologna e Teramo, diventa ricercatore all’Università di Teramo nel 2006. Nel 2017 ottiene l’abilitazione scientifica nazionale a professore di II fascia e nel 2019 viene nominato professore associato. Ha svolto anche attività di docenza presso le università di Bologna, Modena e LUMSA. Dal 2006 è titolare di insegnamenti nell’ambito della sociologia e dei metodi di ricerca, in particolare per i corsi legati al turismo e al tempo libero. Organizza seminari e ha partecipato a programmi di mobilità internazionale e visiting in Europa e fuori Europa. Autore di svariate pubblicazioni ha partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali. È stato coordinatore scientifico dei progetti INTERREG “APPRODI” (2018–2021) e “APPRODI Plus” (2022), e responsabile di unità locale in un PRIN nel 2009.Dal 2007 a oggi ha fatto parte di diversi collegi di dottorato presso l’Università di Teramo, l’Università di Perugia e programmi internazionali. Dal 2010 ha inoltre partecipato a scuole e dottorati internazionali in ambito sociologico e politologico. È membro di comitati scientifici ed editoriali di collane e riviste accademiche, in particolare con FrancoAngeli e Aracne, ed è referente per riviste nazionali e internazionali nel campo delle scienze sociali. È attivo nell’European Sociological Association (RN28 Society & Sport), di cui è stato co-coordinatore tra il 2019 e il 2022. È membro del comitato scientifico AVIS nazionale e dal 2022 coordinatore della sezione Sport & Attività Fisica dell’Associazione Italiana di Sociologia.
