Dialogo con Andrea Trivellato, l’ideatore del progetto “Nuove generazioni da costruire”
Il movimento è una porta per imparare il mondo.— Jerome Bruner
Sempre più bambini crescono con un paradosso curioso: hanno accesso a tutto, ma si muovono sempre meno. Meno corsa, meno equilibrio, meno scoperta dello spazio. Il corpo si è trasformato in un territorio poco esplorato.
La bicicletta è una piccola rivoluzione su due ruote. Rappresenta equilibrio, libertà, autonomia.
Quando un bambino pedala capisce che il movimento nasce da lui. Non è passivo. È protagonista.
Se pedala, il mondo si apre.
Se smette, il mondo si ferma.
Una lezione semplice, ma potentissima.
Da questa osservazione nasce “Nuove generazioni da costruire”, un progetto che prova a rimettere al centro il movimento come educazione. Ne abbiamo parlato con il suo ideatore.
- Andrea, partiamo da una domanda base: come nasce questo progetto? L’idea affonda le sue radici lontano, negli anni vissuti sul tatami, quando il Judo era il mio orizzonte quotidiano: allenamenti serrati, trasferte infinite, centinaia di competizioni attraversate più con il fiato corto dell’ansia che con la leggerezza dell’entusiasmo. Nonostante le soddisfazioni raccolte, quel percorso mi ha costretto a guardare in profondità il logorio fisico e psicologico che l’agonismo, lentamente, impone ad ogni individuo. Nella mia vita ho praticato molti altri sport anche impegnandomi, ma solo a livello amatoriale e probabilmente per questo li ho vissuti con uno spirito completamente diverso e decisamente più gradevole. Da quella consapevolezza è maturata la necessità di immaginare un’altra via: un’idea di sport diversa, accessibile, inclusiva, capace di accogliere persone di ogni età e condizione. Un’attività motoria lontana dalla pressione della prestazione, vicina invece al piacere del movimento, al divertimento autentico, alla stimolazione che nasce dal sentirsi liberi di esplorare il proprio corpo senza giudizio.
- Nel nome c’è una parola forte: “costruire”. Perché?
Ogni adulto porta con sé l’eredità del bambino che è stato: un percorso di crescita che modella identità, sensibilità e modo di affrontare il mondo. Per questo costruire fondamenta solide è essenziale: solo radici ben piantate permettono di resistere agli scossoni della vita e di rialzarsi con forza, equilibrio e consapevolezza. Il bambino che inizia a muoversi con regolarità fin dal primo anno di vita costruisce, giorno dopo giorno, le fondamenta del proprio futuro motorio. Nell’adolescenza avrà sviluppato competenze essenziali — equilibrio, coordinazione, flessibilità e agilità — che diventeranno un patrimonio duraturo, un bagaglio prezioso che lo accompagnerà per tutta la vita. Un adulto è come una casa ormai compiuta, della quale possiamo curare soltanto la manutenzione. Per questo è nei bambini che si gioca la vera costruzione del futuro: prendersene cura con attenzione e competenza significa dare forma a adulti più solidi, più resilienti, meno fragili di fronte alle inevitabili scosse della vita.
- Quando ha capito che qualcosa stava cambiando nei ragazzi? Da oltre otto anni collaboro con la Sovrintendenza scolastica della Provincia di Bolzano nell’organizzazione di eventi dedicati alla promozione dello sport per le scuole medie. In questo percorso ho potuto osservare da vicino un cambiamento significativo nei ragazzi della stessa stessa età, sia sul piano motorio sia su quello comportamentale. Se agli inizi era raro incontrare uno studente che non riuscisse a mantenere l’equilibrio in bicicletta — uno su venti, appena — oggi, in alcune classi, se ne contano fino a cinque. La stessa tendenza riguarda la capacità attentiva e i comportamenti: un lento ma costante indebolimento delle competenze di base, come se qualcosa, nel loro modo di crescere e di muoversi nel mondo, si fosse progressivamente assottigliato.
- In questo progetto la bicicletta ha un ruolo centrale. Che cosa insegna ai ragazzi? L’obiettivo è accompagnare i bambini verso la bicicletta fin dai 18 mesi, attraverso l’uso della Balance Bike, per poi guidarli con naturalezza alla bici a pedali. Un percorso che non è solo tecnico, ma culturale: un invito a crescere dentro la bellezza del movimento e nell’utilizzo di un mezzo ecologico, sostenibile e profondamente libero. Promuoviamo l’uso consapevole della bicicletta e della mountain bike in sicurezza, sia negli spostamenti quotidiani sia nelle attività sportive e motorie. Lo facciamo attraverso il gioco organizzato, stimolando e divertendo i bambini, offrendo loro un’esperienza che li aiuta a svilupparsi fisicamente e mentalmente, mentre scoprono il piacere autentico di muoversi nel mondo con equilibrio, coraggio e curiosità.
- Quanto conta la scuola in questo percorso? La scuola riveste un ruolo decisivo: tutti i bambini e i ragazzi la frequentano fino ai sedici anni, proprio nel periodo in cui si formano le principali abilità motorie e si gettano le fondamenta dei futuri adulti. Per affrontare il progressivo impoverimento motorio delle nuove generazioni è indispensabile ripensare con urgenza i programmi scolastici, dedicando alla formazione motoria un’attenzione seria, strutturata e all’altezza delle sfide educative del nostro tempo.
- Qual è il rischio se non interveniamo? È sufficiente osservare un marciapiede affollato o l’ingresso di una scuola per cogliere un dato ormai evidente: sempre più persone, a ogni età, mostrano segni di sovrappeso, goffaggine o difficoltà nei gesti motori più semplici, come il camminare con naturalezza. Questa realtà ci dice con chiarezza che quanto fatto finora non è più sufficiente. Occorre ripensare l’approccio, immaginare nuove idee e adottare metodi capaci di restituire al movimento il ruolo essenziale che ha nella crescita e nel benessere di ciascuno.
- Qual è la sfida più grande oggi? Rimettere in moto la società significa accompagnare ogni adulto a riscoprire un’idea di sport diversa da quella che abbiamo ereditato e che ha dimostrato non essere funzionale, più vicina al benessere e al divertimento che alla performance. Significa anche convincere le istituzioni che, per aspirare a una comunità più sana e resiliente, è necessario adottare un nuovo approccio: progetti innovativi come questo devono nascere fin dall’infanzia, quando il movimento diventa cultura, abitudine e piacere. Solo così potremo formare adulti che continueranno a scegliere l’attività motoria come parte naturale e vitale della loro vita.
- Se dovessi riassumere il senso del progetto in una frase? Giocare e divertirsi sono bisogni profondamente naturali, radicati in ogni fase della vita. Sono convinto che la vera chiave risieda nello sviluppo dell’attività motoria attraverso il gioco: un linguaggio universale che, a qualsiasi età, continua a generare piacere, coinvolgimento e desiderio di esplorare il proprio corpo e il mondo che ci circonda.
- Quando guardi i ragazzi di oggi muoversi, qual è il gesto che le manca di più vedere? La scarsa coordinazione nei movimenti e la limitata destrezza motoria rappresentano segnali evidenti di un bagaglio motorio non adeguatamente sviluppato.
- C’è un momento preciso in cui un bambino capisce che il suo corpo può fare più di quello che pensava. Tu lo vedi succedere? Quando il bagaglio motorio viene costruito fin dai primi anni di vita, i suoi effetti diventano evidenti dopo i dieci anni: è in questa fase che ogni gesto si affina, la coordinazione si consolida e i progressi emergono con rapidità sorprendente, rivelando la solidità delle basi poste nell’infanzia.
- Molti bambini oggi imparano prima a usare uno schermo che a stare in equilibrio su una bici. Che cosa stiamo perdendo in questo passaggio? Hai voglia di parlare dei nostri tempi e delle generazioni che furono, se fossimo nati in questi anni saremmo nella stessa situazione anche noi Educare è un compito esigente: richiede tempo, energie, presenza e spesso anche rinunce. È molto più semplice consegnare a un bambino nel passeggino uno smartphone per tenerlo tranquillo, così come un tempo lo si lasciava per ore davanti alla televisione. È in questi gesti, apparentemente innocui, che inizia la nostra dipendenza dal mondo virtuale e il progressivo allontanamento da quello reale, che poi ci pone di fronte a una verità nuda e improvvisa, alla quale non sempre sappiamo come reagire.
- Nel tuo progetto la bicicletta non è solo uno sport ma quasi un linguaggio. Che cosa racconta una bicicletta a un bambino che la scopre per la prima volta? Per un bambino, la bicicletta è inizialmente un oggetto come tanti, uno dei mille strumenti attraverso cui esplorare un mondo ancora tutto da scoprire. Ciò che ancora non sa è che si tratta di un mezzo straordinario: divertente, liberante, capace di accompagnarlo nel movimento e nella scoperta. Il nostro compito, all’interno di questo progetto, è proprio questo: aiutarlo a riconoscere la magia nascosta in quel semplice oggetto, trasformandolo in una porta aperta sul mondo e sulla propria crescita.
- Parli di “alfabetizzazione motoria”. Se il movimento fosse una lingua, quali sarebbero le prime parole da insegnare? Afferra la bicicletta e lasciati guidare dalla curiosità: esplorala, spingila, cammina al suo fianco mentre impari a percepire e controllare il tuo corpo. Corri leggero come una gazzella, salta agile come un leprotto, sperimenta e combina i movimenti per conquistare equilibrio e coordinazione, prima negli spazi aperti e poi lungo un percorso che richiede attenzione, rispetto delle regole e degli altri.
- In che modo secondo te il movimento aiuta un ragazzo a costruire fiducia in sé stesso?Imparare a coordinare e controllare il proprio corpo durante il movimento, sostenuti dalla fiducia della squadra e dallo sguardo incoraggiante dell’istruttore, diventa un’esperienza che rafforza l’autostima e alimenta la sicurezza in se stessi.
- Molti adulti ricordano l’infanzia come un tempo di libertà fisica: cortili, alberi, strade. Come si ricostruisce oggi quello spazio? Quegli spazi, un tempo così presenti, oggi quasi non esistono più. Eppure sarebbe fondamentale ricrearne le condizioni ogni volta che è possibile: luoghi verdi, aperti, privi di strutture artificiali che orientino il gioco, dove i bambini possano muoversi liberamente e dare forma alla propria creatività motoria. Allo stesso modo, sarebbe auspicabile rendere più accessibili i numerosi campi da calcio, troppo spesso riservati esclusivamente a quel solo sport, e valorizzare gli spazi vuoti lasciandoli nel loro stato naturale, affinché diventino scenari spontanei di movimento, incontro e crescita. Il progetto che ho ideato necessita di spazi aperti e liberi da ostacoli, su cui costruire di volta in volta i giochi del protocollo.
- Nel percorso di crescita di un ragazzo quanto conta il fallimento? Cadere dalla bici è parte della lezione? Insegniamo a riconoscere, comprendere e utilizzare al meglio le proprie abilità per mantenere equilibrio e controllo, imparando anche a proteggersi in caso di caduta. Alleniamo a rialzarsi con prontezza, trasformando l’errore in consapevolezza e ogni caduta in un’occasione di crescita, per prevenire nuove ricadute e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità.
- C’è una differenza tra insegnare uno sport e insegnare a muoversi? Ogni individuo, anche il più piccolo, va stimolato e messo nelle condizioni di cercare e trovare soluzioni in autonomia. In ogni attività è essenziale presentare con chiarezza obiettivi e regole, per poi osservare come ciascun bambino esplori, sperimenti e costruisca il proprio percorso, imparando tanto dall’esperienza personale quanto dall’osservazione degli altri. Solo dopo aver lasciato spazio a questo processo naturale di crescita, e qualora non emergano cambiamenti significativi, è opportuno offrire nuovi spunti: suggerimenti mirati che continuino a favorire l’autonomia, senza sostituirsi alla capacità del bambino di trovare da sé le proprie soluzioni.
- Se dovessi spiegare a un genitore perché il movimento è fondamentale quanto la scuola, cosa direbbe? La scuola nutre l’intelletto e amplia l’orizzonte culturale; lo sport e l’attività motoria arricchiscono il bagaglio motorio, insegnano il rispetto delle regole e dell’avversario, favoriscono la socializzazione e liberano la mente, creando le condizioni ideali per un apprendimento più sereno ed efficace.
- Qual è la cosa più sorprendente che hai visto accadere a un bambino quando scopre davvero il movimento? Cogliere sul volto di un bambino l’espressione di soddisfazione per aver scoperto e compreso un nuovo movimento è il dono più grande per un istruttore. È in quel sorriso che si riflette la fiducia dell’allievo, una fiducia indispensabile per rendere davvero efficaci gli insegnamenti e trasformare ogni gesto in un passo verso la crescita.
- Il progetto parla di generazioni da costruire. Che tipo di adulti immagino possano nascere da bambini che crescono muovendosi di più? Adulti meno stressati, più sani e in forma possono nascere da un nuovo modo di concepire l’attività motoria: un movimento praticato con regolarità perché profondamente divertente, leggero, privo di pressioni e capace di liberare la mente tanto quanto il corpo. Un’attività che non affatica, ma rigenera; che non impone, ma invita; che diventa un rifugio di equilibrio psicofisico e un alleato naturale del benessere quotidiano.
- Secondo te il movimento può insegnare anche qualcosa sulla libertà? Il movimento è una forma di libertà: permette di muoversi, esplorare, essere autonomi. Per comprenderne davvero il valore, basta chiedere a chi convive con dolori articolari che limitano ogni gesto, a chi si affida a una sedia a rotelle per spostarsi, o agli anziani che hanno progressivamente perduto la mobilità di un tempo. È in questi sguardi che si rivela quanto il movimento sia un dono prezioso, da coltivare e proteggere.
- Se dovessi indicare un momento preciso in cui si capisce che un bambino sta davvero crescendo grazie al movimento, quale sarebbe? La conquista dell’equilibrio in bicicletta è un istante che rimane inciso nella memoria di ogni individuo: un piccolo miracolo personale, il primo vero segno di autonomia. È il momento in cui il mondo sembra aprirsi, le mani si staccano dalle certezze e il corpo scopre di potersi fidare di sé stesso. Un ricordo che accompagna per sempre, come la prima volta in cui ci si sente davvero liberi.
- C’è una scena che per te rappresenta perfettamente lo spirito di questo progetto? La guida in fuoristrada è un’arte fatta di gesti precisi, movimenti coordinati, scelte rapide. Un intreccio di tecniche che, all’inizio, può sembrare complesso e persino scoraggiante. E non è da meno il traffico cittadino, con le sue buche improvvise, le grate scivolose, i marciapiedi irregolari, i pedoni che compaiono all’ultimo istante e le auto che tagliano la strada senza preavviso. Ogni spostamento diventa un piccolo viaggio tra insidie e imprevisti. Eppure, osservare chi ha seguito il protocollo muoversi con crescente sicurezza—prima timidamente, poi con naturalezza, fino a trasformare ogni difficoltà in un gioco di equilibrio e controllo—è un’emozione difficile da descrivere. Vederli divertirsi mentre imparano a destreggiarsi in tutte queste situazioni è, per chi ha ideato il percorso, il riconoscimento più grande: la prova viva che la tecnica può diventare libertà, e l’apprendimento può trasformarsi in piacere.
- Se potessi lasciare un messaggio ai ragazzi che stanno crescendo oggi, quale sarebbe?Sperimentare è uno dei modi più profondi per ampliare lo sguardo sul mondo e arricchire le proprie conoscenze. Il movimento, praticato con continuità, mantiene il corpo armonico e la mente libera, e allo stesso tempo rafforza la fiducia in sé stessi, passo dopo passo. Non abbiate timore di condividere dubbi e incertezze: i vostri genitori sono i primi custodi del vostro bene, privi di secondi fini, sempre pronti ad ascoltarvi. E quando serve, affidatevi a persone di esperienza, a chi ha già attraversato le stesse difficoltà e può offrirvi una guida autentica. Meglio cercare risposte in chi vi vuole davvero bene, piuttosto che nel mondo virtuale o tra coetanei che, più che consigliarvi, dovrebbero accompagnarvi soprattutto nei momenti di gioco e leggerezza.
- Quando un ragazzo scende dalla bici dopo una giornata così, che cosa speri si porti a casa, oltre alla stanchezza? L’euforia che nasce dal gioco di squadra, dal sentirsi parte di un gruppo di pari, si mescola alla gioia silenziosa di chi scopre in sé una nuova abilità. È una sensazione luminosa: la fiducia che cresce perché quei movimenti, a volte complessi, improvvisamente scorrono con naturalezza e semplicità. Un piccolo trionfo interiore che lascia il segno e invita a credere un po’ di più nelle proprie possibilità.
- Se tra vent’anni uno di questi ragazzi ti incontrasse per strada, quale frase ti piacerebbe sentirgli dire? Da oltre trentacinque anni mi dedico all’insegnamento delle tecniche di guida in mountain bike, accompagnando persone di ogni età e provenienza, formando nuove figure per il turismo e, negli ultimi dieci anni, portando questo protocollo anche nelle scuole a partire da quelle dell’infanzia. La soddisfazione più grande è scoprire che la passione che ho cercato di trasmettere con tutto me stesso ha messo radici: qualcuno è diventato campione, molti hanno trasformato la bici in una professione nel mondo del turismo, la maggior parte ha semplicemente trovato in essa un compagno di avventure, un modo per divertirsi sui sentieri con gli amici. Talvolta sono i genitori a esprimere la loro gratitudine, soprattutto quelli di bambini e ragazzi che affrontano fragilità fisiche o mentali: parole che arrivano dritte al cuore e ricordano quanto il tempo dedicato possa diventare un dono prezioso. Vorrei soltanto che questa magia continuasse, e se possibile si amplificasse ancora. Perché è anche attraverso questi gesti di stima che ritrovo ogni giorno la motivazione a non smettere mai di dedicarmi a loro, con la speranza di contribuire, passo dopo passo, a un futuro migliore.
Quando l’intervista finisce ciò che resta è un’immagine semplice.
Un gruppo di ragazzi che pedala. Le biciclette scricchiolano un po’, qualcuno ride troppo forte, qualcuno prova a stare davanti come se fosse già una piccola fuga al Tour de France.
Uno cade. Si rialza. Riparte. Nessuno ci fa troppo caso, perché in fondo è così che si impara.
Il sole scende piano dietro gli alberi e per un momento sembra che il tempo rallenti quanto basta per capire che crescere non è un’operazione astratta. Succede nei gesti. Nelle ginocchia sbucciate. Nell’equilibrio trovato all’improvviso. Nel primo tratto di strada fatto senza paura.
Questo il senso di tutto. Non costruire campioni, ma costruire ragazzi che sappiano andare avanti.




