“Non si nasce donna: lo si diventa.”— Simone de Beauvoir
Nello sport questa frase pesa più che altrove, perché diventare non è teoria: è fiato corto, muscoli che apprendono, occhi che imparano a non chiedere permesso.
Diventare è un verbo atletico.
Lo sapeva Sara Simeoni, quando saltava oltre l’asticella e oltre l’idea che un corpo femminile dovesse restare misurato.
Lo ha dimostrato Francesca Lollobrigida, che ha pattinato con un figlio nel cuore e il cronometro negli occhi, portando in pista la maternità come forza, non come parentesi.
Lo ha nuotato Federica Pellegrini, attraversando vasche e solitudini, vincendo anche quando non c’era podio.
Si diventa allenandosi alla propria voce.
Si diventa rialzandosi a ogni caduta.
Si diventa quando il mondo ti assegna un posto e tu scegli la tua direzione.
Diventare donna, nello sport, non è un’idea astratta: è una traiettoria fatta di allenamenti invisibili, di regole scritte da altri, di ostacoli così abituali da sembrare parte del campo.
Il 4 marzo è una data che ritorna.
Ce l’ha insegnato Lucio Dalla: una data può diventare racconto, nascita, identità. In fondo diventare è questo: dare un nome al giorno in cui scegli di esserci.
In copertina tre donne camminano su una linea sottile di luce. Portano una ruota, un ramo d’ulivo, una sfera.
Una ruota — il tempo che ritorna.
Un ramo d’ulivo — la pace che si costruisce.
Una sfera — il gioco che tiene insieme il mondo.
Movimento. Pace. Gioco.
Tre parole che raccontano lo sport.
Tre parole che raccontano la donna.
Questo numero di Sportlights è dedicato a lei.
Non celebriamo la donna per un giorno. Forse lo sport è questo: una lingua che si parla con il corpo.
Per anni le hanno detto che era “troppo”.
Troppo emotiva.
Troppo fragile.
Troppo madre.
Troppo delicata per essere forte.
Lei ha risposto nel modo più sportivo possibile: gareggiando. Ha corso con i pregiudizi addosso come zavorre.
Ha saltato ostacoli invisibili.
Ha sollevato pesi che non erano nei regolamenti.
Spesso ha dovuto dimostrare il doppio per essere considerata la metà.
Ha vinto sorridendo: la forma più raffinata del dissenso.
Le donne nello sport attraversano lo spazio. Non chiedono di essere forti: lo dimostrano e mentre lo fanno, educano. Insegnano che si può essere competitive e solidali. Con determinazione e grazia. Con grinta e cura. Si può lottare e poi tornare a casa ad abbracciare. Si può essere molte cose, senza smettere di essere se stesse.
Avanzare, anche senza applausi, resta il gesto più rivoluzionario.
Le donne non chiedono la luce.
La creano.
Ogni gesto è una fenditura nel buio. La loro forza è una tenacia sottile: madri e campionesse, ferite e invincibili, vulnerabili e immense.
Lo sport misura distanze.
Le donne misurano orizzonti.
Questo numero non è una dedica, ma un riconoscimento: la luce non è concessa, è attraversata.
Dall’atleta.
Dalla madre che resta fuori campo.
Dalla ragazza che si allena all’ alba quando nessuno guarda.
Dalla dirigente, dalla tifosa, dalla fisioterapista, dalla cronista.
Tutte insieme.
L’8 marzo arriverà puntuale, giallo come una mimosa per rassicurare. Ma nello sport sappiamo che la memoria non è un fiore. È un muscolo. Va allenata.
Le donne nello sport chiedono di poter essere semplicemente ciò che sono: competitive e solidali.
Forti e vulnerabili.
Madri e campionesse.
Buon 8 marzo che verrà.
Non come festa da consumare, ma come allenamento quotidiano alla parità: una disciplina lunga, faticosa, bellissima.
Ancora tutta da vincere.
Non celebriamo un giorno.
Alleniamo la luce con Sportlights.

