Tom stava in piedi vicino alla porta del garage, guardando fuori. La vecchia mazza da baseball, quella che aveva segnato il suo primo fuoricampo, era appoggiata al muro accanto a lui. Il legno era visibilmente consumato in alcuni punti, levigato dalle mani e dal tempo. 
Ellen si avvicinò alle sue spalle, sistemandosi il cappotto. 

“Sei pronto?” chiese. 

Tom annuì, senza voltarsi. Aveva il cuore pesante, un groviglio di pensieri che non riusciva a sciogliere. La giornata era grigia, e il sole sembrava ancora indeciso se fare capolino tra le nuvole. Salirono in macchina e guidarono in silenzio verso il campo. Lì, il vento soffiava leggero, portando con sé l’odore dell’erba appena tagliata. Tom parcheggiò e scese, stringendo la mazza come se fosse un’ancora. Ellen camminava accanto a lui, guardandosi intorno. 

“Non è cambiato molto,” disse lei, cercando di spezzare il silenzio. 
Tom si limitò a un cenno. Si avvicinò alla rete dietro la base di casa e si fermò lì, scrutando il campo vuoto. Le linee bianche erano appena visibili, sbiadite dal tempo e dall’abbandono. 
“E allora? Vuoi insegnarmi?” Ellen gli sorrise, cercando di coinvolgerlo. 
Lui la guardò per un attimo, poi posò la mazza a terra. 
“Va bene,” disse infine. “Proviamo.” 
Le mostrò come posizionare i piedi, come impugnare la mazza. Ellen cercava di seguire le istruzioni, ma le sue mani erano ancora troppo insicure, i movimenti impacciati. Dopo qualche tentativo, riuscì a colpire la palla, ma questa rotolò appena sull’erba. “
Non è così facile come sembra,” disse Ellen, ridendo nervosamente. 

Tom cercò di sorridere, ma il suono della mazza che colpiva la palla risuonava nella sua mente come un’eco lontana. Si ricordò dei pomeriggi passati a praticare, a immaginare grandi successi di sogni mai avverati, come colpi mancati. 
Provarono ancora. Tom lanciava la palla, Ellen cercava di colpirla. Ogni volta Tom correggeva la sua postura, la presa, il movimento. Ma i risultati erano sempre modesti. Ellen si fermò, stanca.
“Forse non sono tagliata per questo,” disse, con una risata che nascondeva la frustrazione. 
Tom restò in silenzio per un momento, poi riprese la mazza.
“Lascia che te lo mostri,” disse. 
Si posizionò come faceva un tempo, ricordando ogni dettaglio. Il campo era vuoto, nessuno lo guardava. Lanciò la palla in aria e colpì. Un suono secco, preciso. La palla volò lontano, oltre la recinzione. Tom abbassò la mazza, respirando a fondo. Si voltò verso Ellen, che lo guardava con un misto di ammirazione e malinconia. 
“Non ho mai smesso di pensarci,” disse lui, quasi a se stesso. 
Ellen si avvicinò, prendendogli la mano. “Lo so,” rispose piano. “E non importa.” 
Rimasero lì per un po’, in silenzio, guardando la palla che si era persa nell’erba alta. Il vento continuava a soffiare, e il cielo era diventato più scuro. Quando decisero di tornare a casa, Tom sentiva ancora quella vecchia fiamma bruciare dentro di lui. Ma non era più un fuoco divorante, piuttosto una brace calda, che illuminava il passato senza consumarlo. Camminarono verso la macchina con la mazza appoggiata sulla spalla di Tom. 
Il campo era rimasto vuoto, silenzioso, mentre il tramonto colorava il cielo di rosso

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