Come si sono evoluti e perché l’Italia è ancora in “caricamento”.
Avreste mai immaginato che un prodotto di semplice intrattenimento videoludico casalingo potesse esplodere a tal punto da diventare qualcosa di pari alle partite sportive?
Parliamo di una competizione accanita senza precedenti, con fan, squadre, team, sponsor, manager e tutto ciò che ne concerne, esattamente come negli sport tradizionali.
Immaginate tutto questo, ma con partecipanti (chiamati anche pro-player), che si sfidano in vere competizioni su titoli come Fortnite, Call of Duty, League of Legends (LoL), Counter-Strike 2 o EA Sports FC.
Grazie al libro The Game (J.Ierussi, D.Filosa, S.Franchi – Ed. La Tribuna) l’autore ed esperto di diritto dell’industria videoludica ed E-sports Lawyer Jacopo Ierussi spiega chiaramente come sono nati e perché in Italia essere un professionista diE-sport sia molto più difficile che negli Stati Uniti.
In parole povere, gli E-sport sono videogiochi giocati come un vero e proprio evento competitivo, con arbitri, regole, faticosi allenamenti e, soprattutto, una grandissima voglia di vincere.
Come riportato da Ierussi, infatti, l’equazione è molto chiara: se c’è competizione e struttura, allora E-sport = sport!
Tutto nasce decenni fa nelle vecchie sale giochi o nei garage, dove i ragazzi si sfidavano per il punteggio più alto. Con l’avvento di Internet, il tutto si è spostato progressivamente online, portando le sfide a livelli globali.
Grazie a ciò, paesi come gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno costruito un’industria gigantesca.
I giocatori sono delle vere e proprie star, che guadagnano cifre da capogiro, al pari dei grandi atleti, con contratti milionari, tutele legali e visti sportivi.
Ovviamente, qui arriva il “bug” italiano… Perché in Italia è tutto più difficile rispetto agli altri paesi?
Come spiega Ierussi nel suo libro, se all’estero corrono su una Ferrari, in Italia l’industria degli E-sport viaggia ancora con il freno a mano tirato, a causa di leggi vecchie e di una burocrazia legnosa.
Recentemente c’è stato un passo avanti: nel gennaio 2025, il CONI ha riconosciuto la FIES (Federazione Italiana E-sport) come associazione benemerita.
È il primo passo per dire: “Ok, ci siete e siete importanti per lo sport”. È la “spuntina blu” necessaria per essere poi riconosciuti ufficialmente e per costruire regole serie.
Mentre in Italia stiamo iniziando a salire pian pianino di livello, nel resto del mondo si parlava già di Olympic E-sports Games, ovvero le Olimpiadi degli E-sport, che si sarebbero dovute tenere in Arabia Saudita.
Parlo al passato perché, purtroppo, a fine 2025 il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha annunciato a sorpresa la rottura dell’accordo.
Strade separate, dunque, niente più Olimpiadi in Arabia.
Ma il CIO non ha rinunciato all’idea; ha deciso di riprovarci cercando un nuovo modello e una sede che possa rispecchiare meglio i valori olimpici.
Questo dimostra che, a livello mondiale, il settore è ancora un cantiere aperto: servono capitali, regolamentazioni chiare e valori condivisi.
Tornando al “bug” italiano, resta ancora da definire bene il ruolo dei pro-player.
L’INPS e le riforme del lavoro sportivo stanno provando ad adattarsi, ma il mare della lenta burocrazia rallenta tutto. Oggi molti ragazzi si trovano in un limbo contrattuale: spesso vengono inquadrati con semplici contratti di collaborazione generica o prestazioni d’opera, invece di avere le tutele di un vero atleta professionista.
Altri nodi dolenti ancora da regolamentare vanno dall’antidoping e l’anticheating, fino agli inquadramenti contrattuali specifici e ai diritti televisivi.
In conclusione, siamo in una fase di transizione incredibile: l’Italia finalmente sta cercando di mettersi in regola (anche se la strada è ancora lunga), mentre il progetto mondiale delle Olimpiadi deve ripartire dopo lo stop in Arabia Saudita.
Gli E-sport sono il futuro, ma costruire lo stadio giusto richiede tempo.

