Lo sport, per lungo tempo, ha costruito la propria solidità muovendosi esclusivamente a passo d’uomo.
Ci sono state donne che hanno deciso di trasgredire le regole non scritte, aprendo strade nuove e mostrando che capacità, caparbietà e audacia non hanno genere. Dal basket all’atletica, dallo sci alle corse automobilistiche, queste pioniere hanno sfidato pregiudizi e paure, imponendosi con risultati eccellenti. Tra loro c’è Ada Pace, torinese di nascita, classe 1924, che con le sue vittorie e la sua personalità ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dello sport italiano.
Fin da giovane, Ada si distingue nel praticare pallacanestro, atletica e tiro a segno: forza, precisione e concentrazione diventano parte del suo carattere. Dopo la guerra, la passione per la velocità la porta prima sulla Vespa, partecipando alle gare del Vespa Club tra il 1947 e il 1948, e poi a partire dagli anni ’50, alle competizioni automobilistiche. La Piaggio nota il suo piglio e la inserisce nella squadra ufficiale, permettendole di correre in manifestazioni prestigiose come la Sei Giorni, la Mille Chilometrie la Mille Miglia, vincendo anche il Trofeo Gincane per tre anni consecutivi lasciando senza parole persino chi si ostinava a definirla “La corridrice” pur di non attribuirle il titolo di pilota.
Nel 1951, Ada sorprende tutti vincendo la Torino San Remo su una Fiat 1500 6C, affrontando resistenze e incredulità: la direzione di gara non prevedendo che una donna potesse salire sul podio improvvisò la consegna di un mazzo di fiori (curioso pensare che la madre della vincitrice rimase in auto a suggellare un protocollo a cui il cosmo maschile era scarsamente abituato). Da quel momento, Ada diventa una figura rispettata e ammirata da grandi nomi del motorismo come Enzo Ferrari, Elio Zagato, i fratelli Maserati, Cesare Florio e Piero Taruffi, conquistando rispetto e attenzione con la sua tecnica. A costruire la sua leggenda contribuiscono anche quell’ attraversamento del fiume Ete a nuoto, pur di continuare la competizione dopo un incidente (possibilità che non le viene accordata per ragioni di sicurezza) e tutte le pretestuose segnalazioni di non conformità del mezzo, ai danni delle sue iscrizioni in gara. Esse divengono un boomerang per i denuncianti, i quali spesso si rifiutano di salire sul podio in posizioni inferiori a quelle di una donna e in altri casi vengono squalificati aver sollevato questioni false nei suoi riguardi.
Tra i tratti distintivi di Ada Pace spicca l’ironia: sul retro della sua vettura, dove altri avrebbero messo la targa, scrive “Sayonara”, un termine che adotterà anche come pseudonimo di gara su concessione della Commissione Sportiva Automobilistica Italiana.Per i colleghi maschi è un piccolo scherzo, un modo per salutare beffardamente chi ha appena superato. La parola giapponese nasconde un significato più profondo: non è un semplice arrivederci ma un saluto formale e definitivo, un commiato che va oltre la separazione momentanea. Un segno leggero che diviene solco culturale.
Tra le gare più ardue affrontate da Ada Pace c’è il Giro automobilistico delle Calabrie, percorso di oltre 770 chilometri tra Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza e la Sila, fino a 1.620 metri di altitudine (il percorso che disegna idealmente un grande otto e fa macinare chilometri dal 1949 al 1957). Ada è una delle poche donne in gara – insieme ad Annamaria Peduzzi e Maria Teresa De Filippis – e affronta curve, salite e discese con lucidità e coraggio, conquistando la stima degli avversari e del pubblico.
L’esistenza della campionessa però non è immune alle rovinose discese. Nel 1961, assiste alla dipartita del suo compagno di vita, il pilota Giulio Cabianca, perito in un tragico impatto durante le prove sul circuito di Modena; da allora Ada corre sempre con il casco rosso che lui le aveva regalato.
Nel 1972, un’altra ferita la segna profondamente: il figlio adottivo Cesare muore a soli otto anni in un incidente domestico: intento a giocare rimane accidentalmente impiccato a un albero nel giardino di casa.
Il 27 febbraio 1965, durante il 5° Rally dei Fiori a Borghetto Santo Spirito (SV), la vettura di Ada Pace si scontra con un camion che arriva in contromano. L’urto è violento ma Ada ne esce illesa. L’episodio segna però la fine della sua carriera agonistica ad alto livello (11 titoli italiani conquistati nei più importanti circuiti percorsi in sella a svariati bolidi prestigiosi) anche se continua a partecipare a raduni e gare di regolarità, spinta sempre da un’indomita vocazione.
Ada Pace muore nel 2016, all’età di 92 anni, affidandoci una preziosa eredità fattuale e morale.
La sua storia (e non solo) raccontata nel volume “Sayonara”(Officine Editoriali da Cleto, 2025), del giornalista Bruno Gemelli, rimane un esempio di come una donna possa farsi spazio in un mondo dominato dagli uomini senza rinunciare alla propria personalità, alla propria forza e alla propria indipendenza. L’auspicio più puro è che la straordinarietà da lei incarnata per epoca e condizioni socioculturali, si confermi nella contemporaneità come un’ordinaria possibilità di esprimere il talento per le sue colleghe (di ogni disciplina) del nostro secolo, raccogliendone meritatamente il frutto e continuando a tenere alta la guardia per le future generazioni.
Roberta Cricelli
Foto: Ada Pace ed Elio Zagato alla “12 ore di Monza” del 1961, Wikipedia
Bibliografia
• Gemelli, Bruno — Sayonara, Officine Editoriali da Cleto, 2025.
Sitografia
• https://www.corrieredellacalabria.it/2025/08/27/poveri-ma-belli-2/
• https://www.sentieristerrati.org/2019/02/04/ada-pace-una-donna-a-tutto-gas/
• https://www.treccani.it/enciclopedia/ada-pace/
• https://it.wikipedia.org/wiki/Ada_Pace
*Bruno Gemelli è un giornalista catanzarese. Dal 1988 al 1990 è stato portavoce del presidente della Regione Calabria. Dal 1999 al 2002 è stato direttore responsabile del portale calabriaweb, il primo magazine online realizzato in Italia. Ha collaborato con diverse testate regionali e nazionali. Ha pubblicato: Caro Attila (Frama Sud, 1978), Cessaré (Frama Sud, 1978), insieme a Pietro Melia. In questa Calabria (editoriale progetto 2000, 1987). ‘Ndranghita & Mass media scarti di magazzino, blob cartaceo (editoriale progetto 2000, 1991). Il silicio e la parola – La Calabria racconta su internet (editoriale progetto 2000, 2001). Il Il gobbo del Quarticciolo. Vita e morte di Giuseppe Albano (Città del Sole, 2009). Il grande otto – Storie dimenticate di Calabria (Città del Sole, 2013). Lo strano delitto – prefazione di Lou Palanca (Città del Sole, 2015). L’ape furibonda – prefazione di Susanna Camusso (Rubbettino, 2018), insieme a Claudio Cavaliere e Romano Pitaro. Il pappagallo silenzioso (Città del Sole, 2022). I Dimenticati (Città del Sole, 2024). L’ultima sciamberga – I bordelli nella Catanzaro degli anni ‘50 (Local, 2025).

