Di Annalisa Nicastro
Tom si sedette sul divano, la lattina di birra gli faceva sudare la mano. La partita stava per cominciare e fuori il sole calava dietro i tetti delle case. Un altro giorno che se ne andava, pensò, un altro giorno in cui non aveva combinato nulla di buono.
Aveva passato la mattinata in garage a sistemare la vecchia mazza, quella con cui aveva fatto il suo primo fuoricampo. Era ancora lì, appesa alla parete, come un ricordo che non voleva sbiadire.
Ellen entrò in soggiorno, asciugandosi le mani nel grembiule. Si fermò sulla soglia, guardandolo come se aspettasse qualcosa.
“Allora,” disse lei, “ti va di uscire?”
Tom scosse la testa, senza staccare gli occhi dalla TV. “No, voglio vedere la partita.”
“Di nuovo quella storia del baseball?” chiese lei, un po’ spazientita. “Pensavo che magari, oggi…”
“Lascia perdere, Ellen. È importante.”
Lei sospirò, si sedette accanto a lui, ma sapeva che non sarebbe durata. Dopo un minuto, si alzò e andò in cucina, lasciandolo solo con i suoi pensieri.
Sul campo, i giocatori si preparavano. Tom li osservava con attenzione, cercando di prevedere ogni mossa. C’era qualcosa di ipnotico nel gioco, nel modo in cui ogni azione sembrava dipendere dalla precedente, come se fosse tutto già scritto e non ci fosse spazio per il caso. Ma poi, quando il lanciatore prese posizione, Tom sentì un fremito, un presentimento che gli fece stringere la lattina ancora più forte tra le mani.
Il primo lancio fu una palla curva, veloce, precisa. Il battitore nemmeno aveva fatto cenno di muoversi. Il secondo tiro, un cambio di velocità, lasciò il battitore ancora più confuso.
“È così che si fa,” mormorò Tom tra sé, “così si chiude una partita.”
Ma non era solo la partita che lo teneva incollato allo schermo. Era qualcos’altro, qualcosa che aveva a che fare con i giorni passati sul diamante, con i pomeriggi a lanciare palline contro il muro del cortile, sperando che un giorno qualcuno lo notasse. Era stato bravo, sì, abbastanza bravo da giocare nelle leghe minori, ma non abbastanza da arrivare in alto. Troppo lento, avevano detto, troppo prevedibile. E così aveva smesso, prima che il gioco lo spezzasse del tutto.
Il terzo lancio partì, una fucilata dritta nel guantone del ricevitore. Strikeout. Tom lasciò andare il respiro che non sapeva di trattenere. Ellen tornò in soggiorno, appoggiò le mani sui fianchi.
“Davvero non vuoi uscire nemmeno oggi?” Tom annuì, ma non disse nulla. Aveva la sensazione che stesse perdendo qualcosa, qualcosa di importante, ma non riusciva a mettere a fuoco cosa fosse. Forse era solo per colpa della birra, o forse erano i ricordi che tornavano a galla, mescolandosi con la partita.
“Sai,” disse lei, con un tono più morbido, “potremmo andare al campo. L’ho visto oggi, è vuoto. Potremmo fare qualche lancio, come ai vecchi tempi.”
Tom si voltò verso di lei, sorpreso. “Il campo?”
Ellen sorrise, timida. “Sì, perché no? Solo noi due. Puoi mostrarmi come si fa un lancio perfetto.”
Ci pensò per un momento. La partita stava andando verso la fine, ma la tentazione di rivivere quei momenti era forte, quasi irresistibile.
“Va bene,” disse infine, spegnendo la TV. “Andiamo.”
Uscirono insieme, mano nella mano, mentre l’ultimo bagliore del tramonto colorava il cielo di arancione. Tom sentiva il cuore battere un po’ più forte, e per la prima volta in tanto tempo, un piccolo sorriso si fece strada sul suo volto. Quella sera, sul campo deserto, con il crepuscolo che avanzava, Tom si preparò a lanciare. Si prese il tempo necessario, ricordando ogni movimento, ogni respiro. Ellen era lì, pronta a ricevere, e lui sentì di nuovo quella vecchia sensazione, quella che aveva perso da tanto.
Lanciò la palla con tutta la forza che aveva, e per un istante, tutto sembrò perfetto

