“La natura non ha fretta, eppure tutto si compie.”— Lao Tzu

Settembre è il momento dell’anno in cui il corpo ricorda ciò che la mente aveva dimenticato.

Non è il primo allenamento.

Non è la prima sveglia dopo l’estate.

Non è nemmeno il ritorno al lavoro o alla scuola.

È un istante quasi impercettibile.

Il respiro smette di rincorrere il tempo e ricomincia a camminargli accanto. I passi ritrovano una cadenza. Le mani tornano a conoscere il gesto. Il cuore ricomincia a battere nel modo giusto.

Settembre non è il mese della ripartenza, ma quello della misura.

Abbiamo imparato a raccontare il tempo come una corsa. Ogni giorno deve essere più veloce del precedente, ogni risultato più grande, ogni traguardo più vicino. Misuriamo la vita con i calendari, gli orologi, i cronometri.

Ma esiste un tempo che nessuno strumento può registrare: il nostro ritmo interno.

Lo sport lo sa da sempre. Ogni disciplina possiede un ritmo invisibile.

Il maratoneta conosce quello del respiro. Il canottiere quello dell’acqua. Il ginnasta quello dell’equilibrio. Il tennista quello dell’attesa tra un punto e l’altro. Il calciatore quello di una squadra che, improvvisamente, si muove e respira, come se avesse un solo unico cuore.

Il ritmo non coincide con la velocità.

Si può correre fortissimo ed essere fuori ritmo o procedere lentamente ed essere perfettamente accordati con ciò che si sta vivendo.

Ecco una delle lezioni più preziose dello sport: non ci insegna semplicemente ad andare avanti, ma a riconoscere il tempo giusto: quello in cui accelerare e quello in cui aspettare.

Ci insegna persino il tempo in cui fermarsi senza sentirsi sconfitti, perché anche le pause hanno un ritmo.

Lo sanno gli atleti che recuperano dopo un infortunio. Lo sanno i bambini che imparano giocando, senza chiedersi quanto manca all’arrivo. Lo sa il pubblico, che trattiene il respiro un istante prima di un rigore. Lo sa chiunque abbia scoperto che certe vittorie maturano nel silenzio molto prima di diventare visibili.

In un’epoca di accelerazione permanente ci viene chiesto di essere sempre disponibili, sempre performanti, sempre un passo avanti. Abbiamo trasformato la fretta in una virtù e la lentezza in una colpa… qui la natura continua a offrirci un’altra lezione.

Il mare non anticipa le onde, gli alberi non affrettano l’autunno e il cuore non salta un battito per arrivare prima.

Ogni cosa viva possiede una sua cadenza e, quando la forza la tradisce, spesso, si spezza.

Anche noi, forse, soffriamo ogni volta che dimentichiamo la nostra.

Ritrovare il ritmo non significa tornare dove eravamo.

Significa ascoltare chi siamo diventati.

Per questo settembre assomiglia a un’accordatura. Come accade agli strumenti prima di un concerto: non si tratta di produrre subito musica, ma di cercare la nota giusta.

Di eliminare il rumore, riconoscere quella frequenza segreta nella quale il corpo, la mente e il cuore smettono di essere avversari e tornano finalmente a parlarsi.

In questo numero di Sportlights proveremo ad ascoltare il ritmo nascosto dello sport. Quello dei gesti, del sonno, del respiro, della musica, delle città, delle sconfitte, dei bambini, del pubblico.

Perché ogni storia sportiva, prima ancora di essere una storia di risultati, è una storia di tempo e d’amore.

Amore per un gesto ripetuto migliaia di volte, per una disciplina che ci cambia o per una passione capace di restituirci una parte di noi che credevamo perduta.

C’è un battito che ci accompagna dal primo istante della nostra vita. Non ci chiede di essere i più veloci, i più forti o i più applauditi. Ci chiede soltanto di essere presenti.

Diventare davvero se stessi significa avere il coraggio di ritrovare il proprio ritmo.

Solo così, quando accade, ci accorgiamo che il tempo non è più qualcosa da inseguire.

È un compagno di viaggio che, finalmente, cammina al nostro fianco.

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