Il gioco è ricerca, sperimentazione, crescita, non ha patria e non ha tempo, travalica i confini linguistici, è comunicazione; si abbina all’essere umano fin dalla preistoria. Nel 5000 a. C. in Turchia compaiono i primi dadi, ricavati da ossa di animali, i famosi astragali.

Al 3100 a. C., in Egitto, si data il Senet il più antico gioco da tavolo strutturato di cui si abbia notizia. Spesso, oltre al reperto e alle fonti letterarie, sono le fonti iconografiche (sculture, pitture vascolari e parietali) a testimoniare la presenza di un dato gioco presso un’antica civiltà.

Il gioco, dunque, oltre ad accompagnare la vita dell’essere umano ne caratterizza, sovente, le espressioni artistiche.

Nel 1560 il pittore olandese Pieter Bruegel il Vecchio, realizza Giochi di bambini, un olio su tavola, conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna. La prospettiva dall’alto, “a volo d’uccello”, mostra l’intera piazza di una città, animata dalla presenza di circa 250 bambinə, che giocano. I toni sono caldi, con una preminenza di rosso e marrone; gli svaghi riconoscibili più di 80, tanto da far considerare questo dipinto come una vera e propria enciclopedia ludica del XVI secolo.

Altalena, bambole, trottole, capriole, mosca cieca, bolle di sapone, morra, pentolaccia, bocce, sonagli, lotta, biglie sono solo una piccola rappresentanza dei passatempi raffigurati. Divertimenti forse caduti in disuso nella moderna, iperconnessa e consumistica società occidentale, ma ancora in grado di donare gioia a bambinə in moltissime parti del mondo, meno votate all’usa e getta.

Il quadro di Bruegel, però, si presta anche a un’interpretazione simbolica: l’assenza di veri adulti (sono i corpi infantili a essere caratterizzati da volti maturi e seri), forse mira a rappresentare l’intera umanità come bambinesca e volta a rincorrere affannosamente mere illusioni: inseguire il potere, la gloria, la ricchezza è puerile e futile. La costruzione del dipinto con i moltissimi personaggi impegnati in trastulli vari, dà l’idea di una sorta di caos calmo, forse a simboleggiare una società smarrita e senza guide a cui affidarsi.

Pochi anni dopo, nel 1594, Caravaggio dipinge I bari, olio su tela custodito al Kimbell Art Museum in Texas.

Tre i personaggi attorno a un tavolo da gioco: la vittima, il vecchio complice e il giovane baro. Il primo è un giovane elegante, totalmente concentrato sulle carte da gioco; il secondo è colto nell’atto di indicare con la mano il punteggio del giovane; il terzo è raffigurato nel momento in cui si sta sfilando una carta dalla cintura per poterla sostituire, secondo le indicazioni del socio.

Una scena pulita, essenziale, un’inquadratura ravvicinata, a mezza figura, che consente di cogliere pienamente le espressioni dei tre uomini. Le tinte sono meno fosche e più brillanti rispetto al Caravaggio successivo. La cura dei dettagli (le unghie, i merletti, le stoffe, la scatola del backgammon) coinvolge chi osserva fino a farlə sentire parte integrante della tela.

I volti, gli sguardi, la mimica, il linguaggio del corpo rendono l’opera una perfetta rappresentazione psicologica di alcune tipologie umane: l’ingenuo e i corrotti.

In entrambi i dipinti il gioco diviene una sorta di allegoria per cercare di riprodurre una realtà molto più complessa, che trascende l’apparenza per farsi critica sociale e analisi umana; un gioco che ormai non ha più nulla dell’innocente e puro divertimento fanciullesco.

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