“Domani nell’area di rigore pensa a me”: anatomia poetica di un gesto che sfida la cronaca e il tempo.

Il calcio abita quella vertigine segreta dove l’attesa si fa esposizione totale del corpo, un istante di vulnerabilità assoluta in cui l’azione umana, strappata all’usura del cronometro, si cristallizza in poesia. In questo perimetro di carne, memoria e zolle d’erba si muove la scrittura di Marco Ciriello* che, tra le righe di Domani nell’area di rigore pensa a me (Del Vecchio Editore, 2026), trasforma lo sport in uno scandaglio della condizione umana, elevando il verso a baluardo contro l’oblio del tempo. 

Il titolo della raccolta è una dichiarazione d’amore e una parodia affettuosa di uno dei romanzi più celebri di Javier Marías  (“Domani nella battaglia pensa a me”)  a cui è dedicato un ritratto in “90+5 di recupero” — che a sua volta rimanda al Riccardo III di Shakespeare. Risulta necessario indagare perché l’autore abbia sentito il bisogno di compiere questa traslazione geometrica, sostituendo la vastità cruenta della “battaglia” elisabettiana con lo spazio iper-concentrato e claustrofobico dell’area di rigore, quasi fosse il teatro definitivo in cui si consumano i drammi morali, le colpe e le solitudini dell’uomo contemporaneo. 

«Più che di traslazione geometrica, parlerei di triangolazione che appartiene all’area di rigore, uno spazio in cui la rapida successione del passaggio consente la dilazione anche temporale della poesia. Non ci può essere asfissia in area, ma il posto per ognuno, con le proprie solitudini, magari, senza necessariamente ragionare in termini di colpa. Alle chiese e ai tribunali lascio i giudizi, preferisco il campo e la pagina – che per assurdo seguono la stessa geometria – per la memoria e l’umanità»- afferma Marco Ciriello.  

 I profili dei personaggi omaggiati nel libro appaiono in un ordine che non è cronologico, né alfabetico, né gerarchico; l’autore dichiara di aver costruito il campo, lasciando che le figure arrivassero come ne L’uomo dei sogni. Sorge dunque l’interrogativo su come questa democrazia della memoria abbia plasmato il ritmo della raccolta, o se il rischio di accostare figure opposte (dall’epica prussiana di Beckenbauer alla miniera di Bobby Charlton fino all’indolenza del “Trinche” Carlovich) potesse creare cortocircuiti voluti. 

«La memoria di per sé è democratica, le visioni distorte nella storia dell’uomo purtroppo si verificano quando interviene una preferenza o un’omissione. Motivo per cui nel caso di “Domani nell’area di rigore pensa a me” ho lasciato che le apparizioni – anche di squadre per me avversarie – decidessero per quei novanta minuti più recupero. Dall’epica operaia a Beckenbauer, in campo come nei versi, ognuno con il proprio stile e la propria metrica. L’unica eccezione che ho potuto operare è stata la mia soddisfazione personale: se qualcuno è rimasto fuori è per questa ragione, più imputabile a una mia incapacità nella messa a fuoco»- spiega lo scrittore. 

Tra i versi che compongono questa geografia, la poesia dedicata ad Andrés Escobar risuona come uno dei momenti più commoventi del libro: Ciriello riscrive letteralmente la sua storia, salvandolo dalla morte a Medellín per farlo invecchiare felicemente a Miami. Ci si chiede se la poesia abbia il potere reale di risarcire le vittime della realtà e se questo “tentativo di salvataggio” rappresenti un dovere etico del poeta verso i propri eroi. 

« Si tratta di un risarcimento che per nostra fortuna non risponde a tabelle e calcoli. E non credo valga solo per la poesia, ma anche per la narrativa e il cinema: quando Quentin Tarantino nel finale di “C’era una volta a… Hollywood” salva Sharon Tate dal destino segnato dai seguaci di Charles Manson, in quel momento, nella possibilità che si concede agli esseri umani di una diversa conclusione, l’arte esiste»- precisa Ciriello. 

In questo spazio d’erba e destino, i portieri occupano un posto speciale, descritti spesso come sentinelle o prigionieri tra due pali, in perenne dialogo con l’invisibile o con la propria rovina. Pare lecito domandarsi se questa figura sia quella che più si avvicina alla solitudine e alla vulnerabilità del poeta. 

«Il portiere è un messaggero, uscito da una tragedia greca per sua sfortuna. Ha già visto cosa sta per compiersi davanti a sé, prova a porre rimedio e avvisare gli altri. In questo punto di vista che non può condividere con nessun altro nel campo si consuma la sua solitudine»- sostiene chi ne scrive con tangibile trasporto. 

Le pagine si spalancano bruscamente sui baratri storici del Novecento (la neve di Auschwitz per Árpád Weisz, la dittatura di Videla, la guerra dei Balcani) spingendo a riflettere su come coesistano la leggerezza assoluta di un pallone che rotola e il peso insopportabile dei traumi storici, e se la tragedia sia ciò che dona un senso definitivo al gioco. 

«La palla continua a rotolare nei campi da calcio in giro per il mondo, nelle strade come nei cortili, proprio perché c’è sempre un peso insostenibile sulle spalle degli uomini. E la leggerezza che genera, anche quando diventano adulti, fa in modo che per poco più di novanta minuti tornino i bambini di un tempo, possano distrarsi, dal quotidiano alla grande storia. Tentare di slegare il calcio dalla vita di un Paese come di una persona è un po’come continuare ad affermare che le ideologie siano superate in politica. E questi mondiali ne sono l’esempio»- osserva il giornalista. 

In un presente orfano di miti popolari, scivolato in una dimensione algoritmica dominata dal VAR e dai fondi d’investimento, l’opera si impone come un atto di resistenza romantica in un’Italia che sembra aver smarrito la capacità di abitare le aree di rigore del mondo. 

«Occorre una precisazione: l’Italia è fuori dai Mondiali ed è innegabile la crisi che riguarda il legame calcistico e la sua organizzazione, ma appena fuori dai confini – basta accendere uno smartphone e collegarsi a Instagram – c’è il futuro che va avanti. Può piacerci o meno, possiamo osservare con più curiosità le prossime mosse delle esordienti come delle veterane, ma ogni nazionale ha qualcosa da dire e continua a rinnovare i propri miti popolari, nonostante le regole economiche dettate dalla FIFA che pesano sul gioco e la spettacolarizzazione. C’è sempre una quota, una parte degli angeli, avrebbe detto Ken Loach, che in una partita riesce a svicolarsi dalla logica del presente per restituire a chi guarda la sua natura selvaggia. Sicuramente ho nostalgia di un’epoca che si è conclusa e non può tornare, ma la vera resistenza è continuare a sperare che, anche in un campo pieno di buche, un gesto di quel passato possa manifestarsi in forma diversa»- sottolinea Marco Ciriello decodificando il nostro tempo. 

Appare chiaro quanto in Domani nell’area di rigore pensa a me, Marco Ciriello non desideri contemplare un museo d’ombre ma cristallizzare quello calcistico come spazio di “natura selvaggia”, capace di opporsi alla standardizzazione algoritmica del presente. La poesia diventa, in tal modo, l’unico codice estetico in grado di miscelare insieme l’eroismo della memoria e la cruda istanza della cronaca, trasformando l’area di rigore in un epicentro dove la sconfitta non è mai definitiva e la speranza si riproduce nel gesto irriducibile e sempre possibile del gioco.

*Marco Ciriello (in foto) è uno scrittore, giornalista e blogger , considerato una delle voci più originali e liriche della narrazione culturale e sportiva contemporanea italiana. Collabora con testate nazionali quali La Gazzetta dello Sport, Il Mattino, Domani e nel 2015 il celebre giornalista Gianni Mura lo ha inserito tra i cento nomi dello sport dell’anno. La sua scrittura si distingue per un timbro fortemente ritmico e visivo, che risente della petite musique céliniana e del neorealismo cinematografico, trasformando il gesto atletico in una griglia interpretativa del Novecento e in uno strumento filosofico per analizzare la condizione umana. Autore di documentari culturali per Sky Arte HD su Sciascia, Pound e la Triennale di Milano, ha pubblicato opere civili come Il vangelo a benzina (2012) e Per favore non dite niente (2014, sul caso Moro), narrazioni sportive d’autore quali Maradona è amico mio (2018), Valentino Rossi, il tiranno gentile (2021, Premio Selezione Bancarella Sport 2022) e Marco Pantani. Alto sui pedali (2023), la distopia visionaria I calciatori selvaggi (2022) e infine la raccolta di poesie calcistiche (si veda copertina) Domani nell’area di rigore pensa a me (Del Vecchio Editore, 2026), in cui lo sport si fa verso, memoria e resistenza contro la morte del tempo.

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