Una vita sul diamante
Dalla pallina da baseball lanciata dal padre davanti al negozio di famiglia, nel cuore di Nettuno, a una carriera lunga quasi una vita: scudetti, due Olimpiadi, la maglia azzurra e record che raccontano dedizione e continuità. Poi il passaggio all’insegnamento, per trasmettere ai più giovani non soltanto la tecnica, ma anche l’amore per il baseball e il valore di una squadra.
Roberto, quando hai capito che il baseball non sarebbe stato semplicemente lo sport che praticavi, ma sarebbe diventato una parte della tua vita?
Diciamo che ho iniziato davvero presto a indossare il primo guantone. Avevo quattro o cinque anni e mio padre mi lanciava una pallina nel guanto, semplicemente per farmi contento. Mio padre era un grandissimo tifoso del vecchio Nettuno, quello che vinceva negli anni Sessanta e Settanta, e mi ha trasmesso questa passione fin da subito.
Ho iniziato a giocare davanti al negozio dei miei genitori, nella zona del vecchio porto. Già a sette o otto anni scendevo al porto per giocare con ragazzi un po’ più grandi di me. È lì che mi sono fatto veramente le ossa.
Poi sono entrato nella prima squadra agonistica, nella categoria Ragazzi, e dopo aver vinto uno scudetto nel 1977 si è aperta davanti a me una strada completamente nuova. Sono entrato nella Nazionale italiana Cadetti e ho partecipato al mio primo Campionato europeo in Belgio, ad Anversa. È stato proprio lì che il baseball mi è entrato definitivamente nel cuore e nel sangue: per me è stata la consacrazione assoluta.
Ho sempre cercato, con tutto me stesso, di arrivare in prima squadra. Attraverso la scalata nei settori giovanili del Nettuno sono riuscito finalmente a raggiungere quel traguardo, che per me ha rappresentato il sogno di una vita.

Hai giocato per 27 anni ai massimi livelli. Se ripensi oggi a quella carriera, qual è il momento che ti torna più spesso alla memoria?
Ventisette anni sono tanti, tantissimi. Ci sono momenti bellissimi da raccontare, ma anche momenti difficili, perché il baseball è uno sport che tanto ti dà e tanto ti toglie. Chi riesce a rimanere più a lungo sulla cresta dell’onda diventa un campione e rimane nella storia.
Tra i ricordi più belli ci sono sicuramente le vittorie dei campionati italiani. Il primo scudetto degli anni Novanta, quello del 1990, è arrivato dopo diciassette anni di attesa per i tifosi del Nettuno. Forse è stato il più bello in assoluto: era lo scudetto dei giovani rampanti, dei ragazzi emergenti arrivati in prima squadra che, dopo qualche anno di sofferenza, riportavano alla città un titolo che mancava da tanto tempo.
A quella vittoria si sono aggiunti altri titoli italiani, praticamente ogni due anni: ne abbiamo vinti cinque in dieci anni. Con quella squadra magnifica abbiamo fatto la storia di un intero decennio.
Un altro ricordo straordinario è il primo Campionato europeo vinto con la Nazionale italiana, nel 1997 a Parigi. È stata una cavalcata eccezionale. Lo ricordo con grande orgoglio anche per la mia prestazione personale: sono stato uno dei migliori giocatori del torneo, con una media battuta di 500, 18 valide su 36 turni. Ho giocato, praticamente, un Europeo perfetto.
E quello che ti emoziona di più?
Sicuramente quello del mio esordio con la Nazionale, nel 1993, agli Intercontinentali.
Nonostante fossi un esordiente, un rookie, disputai un torneo straordinario. Sono stato sicuramente uno dei migliori battitori della competizione. Ricordo che ne parlarono anche i giornali: arrivai terzo nelle classifiche delle medie battuta, preceduto soltanto da due giocatori cubani di livello mondiale.
Per me fu una grande soddisfazione: dimostrai di poter competere ad altissimo livello anche in una competizione internazionale così importante.

Hai giocato due Olimpiadi, ad Atlanta e Sydney. Cosa significa per un atleta trovarsi dentro un’Olimpiade e vivere lo sport in una dimensione così grande?
Le Olimpiadi… quale sogno! Sono il sogno di qualsiasi atleta, il punto di arrivo a cui tutti aspirano. È un traguardo quasi irraggiungibile, purtroppo non è per tutti. Quando ci arrivi, entri in una dimensione incredibile: direi quasi nella città dei balocchi per uno sportivo. Un mondo ovattato, in cui ti ritrovi fianco a fianco con grandissimi campioni provenienti da tutto il mondo e da ogni disciplina.
È una cosa incredibile, difficile da raccontare. Siamo tutti lì, con la stessa divisa, animati dallo stesso intento. La cosa che ti rimane più nel cuore, quella che ti porti dietro per tutta la vita, è la sfilata inaugurale. Ricordo tutti noi atleti vestiti con gli abiti forniti dal CONI, diversi per ogni nazione, mentre sfilavamo davanti a un pubblico di 80.000 persone, rappresentando l’Italia.
È una sensazione fantastica che ancora oggi mi fa venire i brividi. Penso che le Olimpiadi rappresentino una dimensione unica, un’esperienza che auguro a tutti i ragazzi di poter vivere.

I numeri della tua carriera sono impressionanti: 1.369 presenze, 1548 valide e 322 doppi. Ti capita ancora di pensare a questi record oppure, con il tempo, hanno lasciato spazio ad altre cose?
I numeri della mia carriera sono impressionanti. A volte ci ripenso e, guardandomi indietro, mi rendo conto di quanto sudore, impegno e sacrificio ci siano voluti per raggiungere quei risultati. È proprio questo che mi porta ad apprezzare ancora di più tutto quello che sono riuscito a conquistare.
Parliamo di 1.369 presenze, 1.548 valide e 322 doppi. Ci sono anche altri primati: 5.951 presenze alla battuta e 80 bunt di sacrificio. Voglio ricordare che questi record sono ancora imbattuti, e non lo dico per presunzione. Penso che siano difficili da superare perché sono il risultato di una carriera molto lunga, trascorsa ad altissimi livelli.
Oggi è più difficile raggiungere certi numeri, perché i ragazzi disputano meno partite durante l’anno e hanno meno possibilità di mantenere quella continuità nel tempo. Un merito che voglio riconoscermi è quello di aver giocato fino a 45 anni, nel baseball moderno.
Poi c’è uno dei record più particolari e, se vogliamo, anche più dolorosi: gli hit by pitch, cioè le volte in cui sono stato colpito dal lanciatore. È successo ben 123 volte! Praticamente ero un bersaglio facile per i pitcher.
A tutto questo aggiungerei i risultati ottenuti in difesa, con circa sei Guanti d’Oro, che conservo a casa. Quando ho iniziato ad allenare ho un po’ abbandonato il controllo dei miei record. Non sono mai stato uno che si vantava dei propri risultati davanti ai ragazzi. Quello che mi dispiace è che oggi non tutti i giovani conoscano questi numeri e sappiano cosa abbiamo realizzato in quegli anni.
Nel 2009 hai fondato l’Academy of Nettuno insieme a Leonardo Mazzanti. Dopo una vita passata a cercare la prestazione, cosa hai scoperto lavorando con i ragazzi?
L’Academy, per me e per Leo (Leonardo Mazzanti, ndr), è stata una grandissima intuizione. Già nel primo anno siamo partiti con 120 ragazzi di tutte le età e con un gruppo di allenatori di grandissimo spessore. Si è creato un interesse enorme, qualcosa che ha lasciato il segno nella storia della città.
Tanti di quei ragazzi oggi giocano in Serie A, e questo è per noi un grandissimo motivo d’orgoglio. È stato bellissimo accompagnarli nel loro percorso, portarli in campo e insegnare loro non soltanto la tecnica, ma anche l’attitudine e l’amore per il baseball.
Con alcuni abbiamo iniziato quando erano piccolissimi: li abbiamo praticamente presi in braccio! Li abbiamo seguiti negli anni, visti crescere e sbocciare, fino a ritrovarli in prima squadra e anche nelle Nazionali. È una soddisfazione enorme vedere bambini che a cinque o sei anni muovevano i primi passi nel minibaseball e che oggi giocano ad alti livelli.
L’Academy è ancora attiva. Abbiamo l’Under 18 e la Serie C, che portiamo avanti in franchigia con il San Giacomo, oltre alle categorie giovanili, come Under 15, Under 12, minibaseball e Nettuno 45. Continuiamo a lavorare bene nel settore giovanile, perché investire sui ragazzi è fondamentale per il futuro del baseball.
C’è anche un altro aspetto che mi incuriosisce molto: quanto può diventare importante lo sport per quei ragazzi che rischiano di perdersi, di prendere strade sbagliate? Quanto può aiutare avere un campo, una squadra, delle regole e qualcuno che dia loro una direzione?
È molto importante. Viviamo in un mondo dominato dai cellulari, dai tablet e dall’intelligenza artificiale. Purtroppo sentiamo spesso parlare di risse e di episodi di violenza. Alcuni ragazzi non riusciamo a recuperarli, ma quando, grazie ai nostri sforzi, riusciamo a portarli in campo, per noi è sempre una vittoria: per loro, per i genitori e soprattutto per la società.
Il baseball è uno sport di squadra con regole chiare e rigide. Ogni gesto tecnico richiede molta concentrazione: è uno sport in cui l’intelligenza, il ragionamento e la strategia sono fondamentali.
È difficile coinvolgere i ragazzi all’inizio, ma una volta entrati nel nostro mondo, nella maggior parte dei casi non lo lasciano più. Cerchiamo di accompagnarli fino alle categorie Senior. Vediamo miglioramenti nella vita sociale e, spesso, anche a scuola. Il baseball è fatto di ragionamento, numeri e decisioni da prendere in pochi istanti: capacità utili anche fuori dal campo.
Credo che, se accompagnati nel modo giusto, i ragazzi possano trovare nel baseball una vera scuola di vita, capace di aiutarli anche quando saranno adulti.
Quando guardi un ragazzo di quattordici o quindici anni, cosa cerchi prima della tecnica? Il talento, la personalità, la voglia di imparare o qualcosa che ancora non sa di avere?
Un ragazzo che arriva a 14 o 15 anni dalle categorie giovanili ha già alle spalle diversi anni di baseball. Noi allenatori, grazie all’esperienza e a quello che scherzosamente chiamo il nostro occhio clinico, riusciamo a individuare chi ha più attitudini e chi ne ha meno.
La serietà, la professionalità e il modo in cui i ragazzi si muovono in campo sono aspetti a cui teniamo moltissimo. Naturalmente c’è chi ha più talento, chi è più pronto e chi è più abile. Il nostro compito, però, è cercare di portare allo stesso livello anche chi è rimasto un po’ indietro.
Abbiamo visto tanti ragazzi partiti dalle retrovie raggiungere, grazie al lavoro, all’abnegazione e alla presenza costante in campo, i compagni che inizialmente sembravano più avanti. Qualcuno è riuscito persino a superarli e ad arrivare nelle massime serie, fino alla Nazionale.
Questo è il bello del nostro sport: tutti possono avere l’opportunità di arrivare in alto, se hanno la voglia, la determinazione e il cuore per andare avanti.
Quando allenavi la Nazionale U15, quali erano le caratteristiche che cercavi nei ragazzi per costruire una squadra competitiva a livello internazionale?
Quando allenavo le Nazionali giovanili, il lavoro di selezione era impegnativo perché avevamo pochissimo tempo a disposizione. A volte organizzavamo provini e raduni collegiali con 50 o 60 atleti provenienti da tutta Italia. Avevamo appena tre giorni per ogni stage e dovevamo individuare le migliori individualità, ruolo per ruolo, in vista della competizione.
Non avevamo un database come quello dei Senior: i ragazzi non erano seguiti statisticamente con la stessa continuità e spesso mancava uno storico completo delle loro prestazioni. Tutto il lavoro si svolgeva quindi sul campo. Dovevamo osservare i ragazzi, valutare le loro prestazioni e affidarci anche all’intuito.
I risultati sono stati molto soddisfacenti. La cosa che mi rende più orgoglioso è che circa il 90% dei giocatori selezionati da me e dal mio staff gioca oggi in Serie A. Alcuni fanno parte della Nazionale italiana Senior e due o tre hanno firmato con organizzazioni della Major League Baseball. Anche con poco tempo a disposizione, siamo riusciti a individuare ragazzi con le qualità necessarie per affrontare competizioni internazionali.
Se potessi tornare al primo giorno della tua carriera e parlare per cinque minuti con quel ragazzo che ancora non sa dove lo porterà il baseball, cosa gli diresti?
Gli direi che si sta avvicinando allo sport più bello del mondo. Gli direi di avere passione, di allenarsi sempre con la massima intensità e di non mollare nei momenti difficili.
Il baseball è uno sport in cui si sbaglia molto. È uno sport particolare, in cui anche una media battuta di una valida ogni tre turni può rappresentare un risultato eccellente: dieci su trenta, cento su trecento. In America, giocatori con queste statistiche possono guadagnare milioni. Questo fa capire quanto sia particolare il nostro sport!
Per questo bisogna avere un obiettivo. Io avevo il mio, e lo avevano anche i miei compagni: raggiungere la massima serie e poi conquistare un posto in Nazionale. E se si riesce anche a stabilire qualche record e a lasciare il proprio nome nella storia, tanto meglio.
Il messaggio che voglio dare a tutti i ragazzi è questo: nulla è precluso. Quando ci si mette anima e cuore, si può arrivare fino in fondo. Si può costruire una carriera come la mia, quella di Roberto De Franceschi, una carriera lunghissima, che ricorderò sempre con tantissimo amore.
Un ringraziamento a Roberto De Franceschi per aver ripercorso con noi le tappe più significative della sua carriera, dai successi sul diamante alle Olimpiadi, fino all’impegno nella formazione dei giovani. Un viaggio tra ricordi, passione e valori che racconta non solo un grande campione, ma anche l’uomo che continua a trasmettere il suo amore per il baseball alle nuove generazioni.

