Diventare, come capitano, una figura credibile e collaborativa in un campo di calcio può essere fondamentale per fare in modo che l’arbitro sia più disposto ad ascoltare, a spiegare le proprie decisioni e, soprattutto, a gestire serenamente la partita.
Bisogna partire da un dato che spesso, quando si è dentro la gara, si dimentica: l’arbitro si trova a gestire più di cinquanta persone tra giocatori in campo, panchine, staff, senza contare tutto quello che arriva dagli spalti. Voci, proteste, richieste, tensioni. Tutto contemporaneamente.
In questo contesto il capitano può avere un ruolo decisivo.
Un buon capitano deve riuscire a comunicare all’arbitro, fin dai primi minuti, una cosa molto semplice: dalla sua squadra può aspettarsi collaborazione.
È da qui che nasce la fiducia.
Conta quello che si dice, naturalmente, ma conta moltissimo anche il modo in cui ci si avvicina all’arbitro. Andargli incontro senza correre, mantenere un atteggiamento deciso ma non aggressivo, rispettare la distanza, riuscire a conservare calma anche quando intorno tutti sembrano averla persa.
Sono comportamenti che danno autorevolezza molto più di una voce alzata.
Durante una partita arriverà inevitabilmente un episodio sfavorevole. Un fallo, una decisione contestata, un compagno che protesta convinto di avere ragione.
Ed è proprio in quel momento che il capitano può fare la differenza.
Se il fallo c’è stato, continuare a negarlo soltanto perché lo ha commesso un proprio compagno non serve a nessuno. Anzi. Riconoscere l’errore, intervenire per calmare il giocatore e impedire che una decisione corretta diventi il pretesto per una protesta collettiva può cambiare completamente il rapporto con il direttore di gara.
L’arbitro, a quel punto, percepisce qualcosa di diverso: questo capitano non mi sta attaccando, sta cercando di gestire la partita insieme a me.
Ed è un passaggio importante.
Parlare con l’arbitro non significa protestare. Si può richiamare la sua attenzione su un episodio, chiedere una spiegazione, segnalare una situazione che si sta ripetendo senza per questo accendere gli animi.
La reputazione di un capitano, durante una gara, si costruisce molto velocemente.
Se l’arbitro capisce che parlare con te non significa aprire ogni volta una discussione infinita, sarà probabilmente più disponibile ad ascoltarti quando avrai davvero qualcosa da dire.
Gli arbitri queste cose le notano.
Naturalmente non significa diventare amici dell’arbitro. E nemmeno cercare di portarlo dalla propria parte.
Significa costruire una dinamica professionale tra arbitro, capitano e squadra, invece del solito scenario dell’arbitro contro otto giocatori che urlano contemporaneamente e nel quale, alla fine, nessuno ascolta più nessuno.
Un capitano capace di controllare la propria squadra ottiene spesso maggiore disponibilità al dialogo. Il suo compito, però, non è condizionare l’arbitro né cercare favoritismi.
L’obiettivo è un altro: costruire un rapporto credibile basato sul rispetto, sull’autocontrollo e soprattutto sulla coerenza.
Questo vale anche quando una decisione non viene condivisa.
Partire con «Hai sbagliato» mette immediatamente l’arbitro sulla difensiva. Cercare prima di capire cosa abbia visto, ascoltare la sua spiegazione e poi, se necessario, far presente con fermezza il proprio punto di vista permette invece di mantenere aperto il dialogo.
E c’è una richiesta che un capitano può e deve fare: che venga utilizzato lo stesso metro di giudizio per entrambe le squadre.
Fermezza e rispetto possono stare nella stessa frase.
Forse è proprio questa la qualità più difficile da trovare in un capitano: riuscire a farsi ascoltare senza avere bisogno di alzare la voce.
Proteggere i propri compagni senza trasformare ogni episodio in una protesta. Essere dalla parte della propria squadra senza perdere lucidità. Sapere quando intervenire e, cosa ancora più difficile, quando fermare gli altri.
Perché la fascia al braccio indica chi è il capitano.
Il modo in cui si comporta quando la partita si accende spiega perché lo è.

