A settembre condividiamo tutti la stessa vertigine e la stessa necessità di ritrovare il ritmo.
Riaprono le scuole, si riempiono gli uffici, la sveglia torna a bussare prima dell’alba e persino il primo caffè della giornata sembra aver perso la sua magia.
Poi, c’è chi questa sensazione deve modularla a 300 chilometri orari.
Benvenuti nella ripresa della Formula 1.
Dopo la sosta estiva, il circus non riparte con calma, affonda subito sull’acceleratore.
Giusto il tempo di riordinare le idee dopo i decibel di Monza, fare i conti con l’incognita del nuovissimo tracciato di Madrid e già ci si proietta verso i muri strettissimi di Baku, nel weekend dal 24 al 26 settembre: 7,6 metri d’aria senza margine d’errore.
In questa fase della stagione non basta essere veloci, ma bisogna, soprattutto, riabituare il cervello alla velocità.
E bisogna farlo subito, sotto i riflettori costanti dei media, delle telecamere on-board e delle analisi millimetriche.
La ripresa dopo la pausa non è solo una questione tattica, piuttosto una sfida neuro-psicologica brutale.
Rientrare in pista significa rimettere a dura prova il proprio sistema nervoso centrale, ricordandogli che, a 300 Km/h, non c’è tempo per l’elaborazione logica del pensiero: la corteccia cerebrale è troppo lenta.
Per risultare impeccabile sotto la lente di ingrandimento del mondo intero, il pilota deve affidarsi interamente al proprio sistema nervoso autonomo e alla memoria propriocettiva.
Quando smetti, anche solo per tre settimane, di cavalcare costantemente il limite, il cervello recupera la sua percezione del pericolo naturale, per cui, rimettersi la visiera e buttarsi in curva a pochi centimetri dal muretto, richiede un atto di condizionamento mentale immediato: zittire l’amigdala e riattivare uno stato di Flow istantaneo.
Se, per un attimo, il pilota riflettesse su cosa sta facendo invece di lasciarlo fare all’istinto, il micro-ritardo nell’attivazione neuromuscolare si trasformerebbe in un bloccaggio di ruota, in un decimo perso o in un impatto contro le barriere.
E quando ogni tua micro-esitazione viene sezionata al ralenti dei replay televisivi, la pressione psicologica diventa una zavorra invisibile.
Ritrovare il ritmo, dunque, significa prima di tutto gestire questa sovraesposizione mentale.
Vale sul tracciato cittadino di Baku, ma vale, nel nostro piccolo, anche quando rientriamo in ufficio o a scuola sentendoci gli occhi di tutti addosso e con la pretesa di essere subito perfetti.
La vera lezione della Formula1 non è la velocità pura, ma la pazienza neuro-cognitiva: l’abilità di non forzare il ritmo per dimostrare qualcosa agli altri, ma di lasciare che corpo e mente ritrovino la loro naturale sincronia, un giro alla volta.
Bentornato settembre. E buon ritmo a chi deve ritrovare il proprio, dentro e fuori dall’abitacolo.

