Gli spettri del mondiale in Qatar attraverso gli occhi di una giovane ragazza coraggiosa

Titolo: La maglia numero 7

Autore: Francesco D’Adamo

Editore: Giunti

Età consigliata: 9+

Sport: Calcio

Specialità principali: coraggio, fratellanza

«Qui non avvengono incidenti» mi spiegò quella notte il vecchio indiano. «Mai. Nessuno si fa mai male». […] «È pieno di spettri» sussurrò poi. «Dappertutto. Attorno agli stadi, lungo le nuove strade, nei centri commerciali. Sono tanti. Ma nessuno li vuole vedere».

Ci sono storie che nascono sotto la luce accecante dei riflettori e altre che si consumano nell’ombra, inghiottite dalla sabbia e dal cemento. Con questo romanzo, Francesco D’Adamo ci porta esattamente lì, nel lato oscuro del “dio Mondiale”, dove la vita umana è considerata un ingranaggio a basso costo e il calcio smette di essere un gioco per trasformarsi in una spietata macchina di sfruttamento.

Al centro di questa discesa agli inferi c’è Lila. Un nome che non può non evocare l’indimenticabile eroina di Elena Ferrante, di cui questa protagonista condivide la stessa pasta: cocciuta, brillante, ferocemente determinata a non lasciarsi ingabbiare da un destino già scritto per lei nel suo villaggio in India. Lila sogna i libri, ama il calcio, ma quando il padre si ammala e il fratello Raj scompare, inghiottito dai cantieri del Qatar, è costretta a dismettere i panni della ragazza sognatrice. In un ribaltamento che ricorda una Mulan contemporanea, Lila si taglia i capelli, si traveste da maschio e si cala in un inferno di scavi soffocanti pur di riportare a casa il fratello.


«Domattina» mi disse «ti trasferisci al tuo nuovo posto di lavoro, a casa del dottor Hussein. Là non ti conviene fare troppe storie». «Voglio telefonare» dissi. «Voglio parlare con la mia famiglia». «Quando vorrò io». «È un mio diritto» provai a dire. Lui mi guardò come se fossi pazza. «Tu non hai nessun diritto» sibilò.

L’impianto narrativo procede a tratti in modo sommario. L’autore sceglie di ibridare le atmosfere di riscatto alla David Grossman (Qualcuno con cui correre riecheggia prepotentemente tra le pagine) con le dinamiche del romanzo di formazione per ragazzi. Questo lo porta a concedersi un finale salvifico, forse fin troppo ottimista, che stride leggermente con la brutale realtà dei numeri.

Eppure, il cuore tematico del romanzo pulsa di un’urgenza innegabile. D’Adamo pone l’attenzione su una ferita che ha sanguinato fino a poco tempo fa e che le luci dei recenti Mondiali in USA non devono farci dimenticare: le 6.500 vittime del Qatar. Lavoratori immigrati intrappolati in sistemi di reclutamento che si rivelano delle trappole con degli epiloghi non sempre a lieto fine, giovani uomini sottomessi a padroni senza scrupoli, privati dei documenti, dei cellulari e persino della dignità della morte.


«Mio giovane amico […] qua c’è un’unica cosa che conta, il Mondiale. È come un dio, a lui si è pronti a sacrificare tutto e tutti. Per l’inaugurazione tutto deve essere pronto e perfetto, a qualunque costo. Di te, di me, di tutti noi non importa niente a nessuno. Noi non contiamo. Siamo invisibili. Serviamo solo a scavare, costruire, servire».

Giudizio in coppe: 🏆🏆/5

La vera forza di questo libro, al netto di qualche ingenuità strutturale, sta nel suo coraggio. Più che un semplice romanzo di avventura, è un atto d’accusa necessario che dà un volto e un nome a chi è stato reso invisibile. Leggerlo significa decidere di non voltare la testa dall’altra parte, scegliendo di guardare negli occhi quegli spettri che, in fondo, ci chiedono solo di essere ricordati.

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