Bordocampo

Lo immaginiamo spesso solo come uno spazio d’erba adiacente al rettangolo di gioco, ma durante le partite dei nostri figli si trasforma.

Un magnete che porta in sé un piccolo segreto poetico.

Una risonante metonimia che, attraverso un processo di univerbazione, vive una fusione.

Il bordocampo diventa un essere vivente fatto di persone, i genitori, che non sempre riescono a mantenere l’idillica unione tra bordo e campo

I due termini, in quei minuti di gioco, vivono uno scontro.

Il campo (dal latino campus, spazio aperto, pianura, spazio agricolo, ma anche terreno di scontro militare, campo di battaglia) prevarica sul bordo (dal francese antico bort, lato della nave, limite estremo, estremità di una superficie).

Il bordocampo subisce una separazione, una spaccatura, una rottura. 

Fischio d’inizio

Inizia la partita.

I 90 minuti di gioco si trasferiscono a bordo campo.

Assistiamo ad una partita all’ultimo sangue.

Noi genitori siamo l’ago della bilancia tra campo e bordo.

Campus 0-Bort 0

Primi minuti di gioco.

Si sta a bordocampo come testimoni discreti.

Il fotografo attende l’attimo.

Il guardalinee assiste al gioco.

L’allenatore fornisce indicazioni di gioco.

I sanitari osservano prontamente.

Poi, però, gli occhi e le orecchie ricadono inevitabilmente su noi genitori.

Gli occhi strabuzzano.

Le orecchie ne risentono.

Campus 1-Bort 0

Campus segna il primo goal.

I genitori trasformano il bordocampo.

I genitori a bordocampo perdono l’equilibrio.

I genitori decretano un dominio assoluto di campus su bort.

Siamo abbastanza vicini da sentire il respiro e il sudore dei nostri figli, ma allo stesso tempo siamo costretti all’immobilità e all’astensione dall’azione.

Siamo vicinissimi all’evento, ma non possiamo prenderne parte direttamente.

Siamo collocati in una posizione di osservazione privilegiata, ma siamo privi di potere decisionale. 

Diventiamo degli invasori.

Invadiamo concettualmente una striscia di terra.

Invadiamo verbalmente una zona franca.

Invadiamo emotivamente uno spazio di transizione.

Il bordo campo si trasforma in una barriera di ansie.

Il genitore contesta l’arbitro.

Non era fuorigioco.

Quello non era fallo. 

Forse non ci vedi. Ti servono un paio di occhiali?

Il genitore critica il mister.

Ma sei capace ad allena’!

Che diavolo di formazione hai schierato?

Che cambi hai fatto?

Il genitore urla istruzioni tattiche.

Passala!

Tira!

Copri l’uomo!

Quando il bordo campo contesta, critica e urla, il gioco perde la sua leggerezza.

Non stiamo più semplicemente tifando, ma proiettiamo le nostre frustrazioni, i nostri desideri di riscatto o le nostre ansie da prestazione sui figli.

I nostri figli non giocano più per il puro piacere del gioco, ma li induciamo a muoversi per dimostrare qualcosa a chi li osserva.

Il gioco cessa di essere un fine.

Diventa un mezzo per compiacere i genitori, i nonni, gli zii, gli amici.

Quando lo sguardo dei nostri figli si stacca dalla palla per cercare, con un misto di ansia e speranza, gli occhi del padre o della madre, in quel preciso istante, la funzione del gioco cambia.

Il gioco subisce una metamorfosi.

Il tempo del gioco si trasforma in tempo del giudizio.

Non siamo più spettatori a bordocampo, ma ci sentiamo attori nel rettangolo di gioco.

I protagonisti, però, non siamo noi.

Fine primo tempo

Il bordo campo ha bisogno di silenzio.

Un silenzio che non è disinteresse, ma comprensione dello sforzo effettuato dai nostri figli in ogni minuto della partita.

Un silenzio nel quale dobbiamo fare un passo indietro per permettere ai nostri figli di fare un passo avanti.

Un silenzio dove il tempo del gioco torna a essere, finalmente, leggero.

Un silenzio che non significa non tifare, ma tifare senza l’ossessione del risultato a tutti i costi.

Un silenzio che faccia immergere in una dimensione altra: quella della pura paidía, del gioco libero, spensierato e fine a se stesso.

Se noi genitori comprendessimo questo silenzio, lo sport riprenderebbe la sua vera natura.

Giocare per il piacere di giocare.

Tutti ci sentiremmo più rilassati, soddisfatti, appagati. 

Campus 1-Bort 1

La partita ricomincia e trova il suo equilibrio.

Quando noi genitori accettiamo il ruolo di comparse e non di registi, restituiamo ai nostri figli lo spazio sacro della linea bianca.

I nostri figli non si sentono più costretti a dimostrare chi sono, ma si sentono liberi di scoprire quanto sia bello essere lì, in quel momento, senza nient’altro da chiedere se non il prossimo passaggio, il prossimo scambio, il prossimo sguardo di intesa.

Triplice fischio

Stiamo a bordocampo – in silenzio.

Sosteniamo la squadra – con equilibrio.

Supportiamo i nostri figli – senza pressioni.

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