“Insieme tutto è possibile”: dieci anni di Palestra Popolare Quarticciolo

Ci sono luoghi che nascono per insegnare uno sport e finiscono per costruire una comunità. La Palestra Popolare Quarticciolo è uno di questi. In un quartiere troppo spesso raccontato attraverso etichette e pregiudizi, questo spazio rappresenta ogni giorno un punto di riferimento per bambini, ragazzi e famiglie, dove l’allenamento diventa occasione di crescita, inclusione e riscatto.

Dietro ogni lezione, ogni allenamento e ogni gara c’è un’idea precisa: offrire ai più giovani un luogo in cui sentirsi accolti, imparare il rispetto, la disciplina e il valore della condivisione, dimostrando che lo sport può essere molto più di una semplice attività fisica.

Abbiamo incontrato chi, con passione e impegno quotidiano, porta avanti questo progetto per raccontare la storia della palestra, le sfide affrontate, i risultati raggiunti e la visione che continua a guidarne il cammino.

Intervista a Fabrizio uno dei fondatori della Palestra Popolare Quarticciolo

Come nasce l’idea di aprire la Palestra Popolare Quarticciolo?

L’idea nasce dal collettivo universitario Degage, un gruppo che si occupava di politiche cittadine e di periferie. Ne facevano parte, tra gli altri, Pietro, Alessia, Michele e Manu. Li incontrai durante una manifestazione contro CasaPound e mi raccontarono che volevano ripartire proprio dalle periferie aprendo una palestra di pugilato.

Quando mi dissero che avevano scelto il Quarticciolo, per me fu naturale unirmi al progetto: è il quartiere in cui sono cresciuto.

Il 25 agosto 2015 occupammo l’ex locale caldaia di via Ostuni. Da quel momento iniziammo un anno di lavori completamente autofinanziati e il 24 settembre 2016 inaugurammo ufficialmente la palestra.

Quali sono state le difficoltà più grandi?

Sicuramente quelle economiche. All’inizio abbiamo fatto tutto da soli: mettevamo soldi di tasca nostra, organizzavamo aperitivi e cene di autofinanziamento.

Ma la difficoltà più grande è stata conquistare la fiducia del quartiere. Andavamo nei bar e nei lotti a raccontare il progetto. Io ero del Quarticciolo, ma avevo solo 17 anni. Molti ci guardavano con diffidenza: ci dicevano che eravamo gli ennesimi ragazzi destinati a mollare tutto dopo poco.

Poi hanno iniziato a vederci lavorare giorno e notte dentro quello spazio e qualcosa è cambiato. Chi passava ci portava un caffè, chi regalava un sacco da boxe, chi un frullino, chi del cemento. È diventata davvero la palestra costruita da tutto il quartiere.

Le istituzioni vi hanno sostenuto?

All’inizio no.

Il Municipio è arrivato solo anni dopo, quando avevamo già ristrutturato completamente lo spazio, investendo migliaia di euro senza alcun finanziatore o fondazione alle spalle.

A quel punto ci è stato riconosciuto il valore del lavoro svolto e ci è stato assegnato un contratto di affitto 6+6 anni. Di fatto il Comune ha riconosciuto che avevamo restituito alla città un luogo rimasto abbandonato per oltre vent’anni.

Quanto è cambiato il sogno iniziale?

Credo che nemmeno noi sapessimo davvero dove saremmo arrivati.

Avevamo le idee molto chiare su quello che volevamo fare, ma non immaginavamo una crescita di queste dimensioni. Oggi non è più soltanto una palestra di quartiere: è diventata un punto di riferimento sociale conosciuto ben oltre il Quarticciolo.

C’è mai stato un ritorno economico?

No. Non abbiamo mai creato questo progetto per guadagnarci.

Per anni abbiamo allenato gratuitamente, organizzando la nostra vita intorno alla palestra. Studiavamo o lavoravamo per mantenerci e dedicavamo tutto il tempo libero al progetto.

I primi rimborsi spese sono arrivati solo quattro anni fa, grazie ad alcuni bandi. Solo quest’anno, dopo dieci anni, stiamo provando a riconoscerci un piccolo rimborso attraverso la cassa della palestra.

Va ricordato che la palestra ha sempre sostenuto economicamente anche tutto il progetto di Quarticciolo Ribelle, dal doposcuola alle altre attività sociali.

Cos’è Quarticciolo Ribelle?

È l’insieme delle persone che hanno costruito questo percorso.

Nel tempo si sono aggiunti tantissimi ragazzi e volontari. Oggi Quarticciolo Ribelle comprende la palestra, il comitato di quartiere, il doposcuola e tutte le iniziative nate attorno a questo presidio sociale.

C’è una storia che vi ha fatto capire di aver lasciato il segno?

Più che una singola storia, ce ne sono centinaia.

Ci sono bambini che abbiamo conosciuto a nove o dieci anni e che oggi sono adulti. Alcuni hanno scelto strade diverse, ma continuano a riconoscere il valore della palestra e del lavoro svolto nel quartiere.

Ci sono famiglie che hanno trovato sostegno attraverso il comitato, persone che hanno ottenuto una casa grazie alle battaglie collettive, bambini che hanno partecipato a eventi e conosciuto realtà, che altrimenti non avrebbero mai incontrato.

Paradossalmente, mentre noi costruivamo una comunità, nel quartiere aumentavano le piazze di spaccio. Da una parte cresceva qualcosa di positivo, dall’altra cresceva anche il degrado. È stata una sfida continua.

Come affrontate il tema della disciplina senza trasformarla in rigidità?

La disciplina nello sport è fondamentale.

In palestra esistono regole precise e gerarchie che vanno rispettate. Ma noi non siamo soltanto allenatori: siamo esempi.

Io sono nato qui e ho sempre pensato che non puoi chiedere qualcosa ai ragazzi se non sei il primo a dare il buon esempio. Essere presenti nel quartiere significa anche avere autocontrollo e assumersi una responsabilità.

Fuori dalla palestra il rapporto cambia: rimaniamo tecnici, ma siamo anche persone che partecipano agli sfratti, alle iniziative sociali, alle lotte del quartiere.

Non abbiamo mai voluto espellere ragazzi per il semplice gusto di punirli. Però pretendiamo che chi indossa la maglia della palestra mantenga un comportamento corretto anche fuori. Non puoi fare il prepotente e poi rappresentare questo progetto.

Quali attività, dedicate ai più giovani, considerate più importanti?

La palestra è il presidio quotidiano più riconosciuto, ma non è l’unica attività.

C’è il doposcuola, il teatro, laboratori culturali e tante iniziative rivolte ai bambini.

Per noi il cambiamento parte sempre dai più piccoli. Sono loro il futuro del quartiere. Non si tratta di indottrinarli, ma di insegnare loro a sentirsi protagonisti della comunità e a non essere indifferenti a quello che succede intorno.

Quali sono oggi le sfide principali?

Essere un presidio sociale significa essere scomodi.

Lo sei per le istituzioni quando fai emergere problemi reali e lo sei anche per chi vive di criminalità.

Eppure siamo sempre stati rispettati anche da chi stava dall’altra parte, perché tutti riconoscevano che la palestra rappresentava un’opportunità per i ragazzi del quartiere.

Il momento più difficile?

Sicuramente il periodo del Decreto Caivano.

Ci siamo trovati improvvisamente a confrontarci non più con il Municipio ma direttamente con il Governo. Uno dei primi interventi previsti era lo sgombero del doposcuola.

Ci siamo chiesti come fosse possibile che, in un quartiere con decine di piazze di spaccio, il primo obiettivo fosse eliminare l’unico presidio sociale esistente.

Abbiamo reagito coinvolgendo tutta la città. Il corteo del 1° marzo ha portato in strada circa 15 mila persone. Intellettuali, artisti e personaggi pubblici hanno preso posizione.

Per il momento siamo riusciti a fermare quello sgombero grazie alla mobilitazione nazionale.

Se poteste cambiare una sola cosa nelle politiche sportive italiane, quale sarebbe?

Lo sport di base riceve pochissimi investimenti.

Nel pugilato, chi riesce ad allenarsi a tempo pieno spesso entra nei gruppi sportivi delle forze armate o delle forze dell’ordine, ricevendo uno stipendio.

Un ragazzo di borgata, invece, deve lavorare tutto il giorno e poi allenarsi nelle poche ore libere.

Questo crea una disuguaglianza enorme. Servirebbe investire molto di più nello sport popolare e nelle realtà sociali.

Come immaginate la palestra tra dieci anni?

Oggi siamo una palestra con oltre 300 iscritti, in una sede molto più grande rispetto a quella originaria.

Abbiamo costruito una struttura che non ha nulla da invidiare alle palestre commerciali.

Per noi sport popolare non significa sport di serie B, ma sport accessibile a tutti con la stessa qualità tecnica. Oggi lavorano con noi tecnici qualificati che hanno trasformato la loro passione in una professione.

Personalmente questa è la mia più grande vittoria. Ho iniziato a 17 anni senza sapere dove sarei arrivato. Oggi, a 29 anni, lavoro nel mio quartiere insieme ai miei amici, nella palestra che abbiamo costruito con le nostre mani.

Ho avuto la fortuna di incontrare persone come Manu, Pietro, Alessia, Gigi e tanti altri che mi hanno fatto crescere. Oggi posso dire di essere padrone della mia vita e questo vale quanto qualsiasi risultato sportivo.

Tra dieci anni immagino una palestra ancora più forte, con risultati agonistici importanti e un quartiere più sereno, così da poter dedicare sempre più energie allo sport e meno alle emergenze sociali.

Se doveste riassumere la vostra missione in una frase?

“Insieme tutto è possibile.”

È il nostro slogan dal 2016 e continua a rappresentarci.

Siamo partiti dal nulla. Forse non abbiamo cambiato tutto, ma abbiamo dimostrato che un’alternativa può esistere.

Dieci anni fa un ragazzo che scendeva in strada aveva davanti quasi una sola direzione. Oggi, invece, ha una scelta: può entrare in palestra, frequentare il doposcuola, organizzare eventi, imparare un mestiere, diventare educatore o tecnico sportivo.

Questa è la differenza più grande.

Non abbiamo risolto tutti i problemi del Quarticciolo, ma abbiamo aperto una strada che prima non c’era. E questo, forse, è il risultato più importante di tutti

A dieci anni dalla sua nascita, la Palestra Popolare Quarticciolo dimostra che lo sport può diventare uno strumento di trasformazione sociale, capace di creare legami, opportunità e senso di appartenenza. Dietro i risultati sportivi ci sono migliaia di ore di volontariato, sacrifici e una scelta quotidiana: restare nel proprio quartiere per costruire, anziché arrendersi. La loro storia racconta che il cambiamento non nasce dai grandi proclami, ma dalla costanza di chi ogni giorno apre una porta, tende una mano e offre un’alternativa. Perché, come ricorda il loro slogan, “insieme tutto è possibile”.

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