Ci sono storie in cui il baseball non è soltanto una passione, ma una vera eredità di famiglia. Per Marco Sandulli il diamante è stato il luogo in cui raccogliere un testimone prezioso, lasciato da un padre e da uno zio, che hanno scritto pagine importanti della storia della Roma Baseball, conquistando per due volte lo scudetto. 

​Cresciuto respirando il profumo del campo, dei guantoni e delle sfide, Marco ha costruito il suo percorso seguendo una tradizione familiare fatta di talento, sacrificio e amore per questo sport. 

​Il baseball è una passione che non conosce età: è sufficiente indossare di nuovo una divisa, infilare il guantone e tornare sul diamante affinché i ricordi prendano il sopravvento. Non importa quanti anni siano passati, vi è la certezza che, per qualche ora, si possa tornare a essere quelli di un tempo, con la stessa voglia di giocare, di scherzare e di stare insieme. 

​In questo numero dedicato al tema “Il tempo del gioco”, abbiamo voluto farci raccontare da Marco Sandulli quel tempo speciale, che, sul campo, sembra scorrere in modo diverso. 

Lei è cresciuto con un padre e uno zio che hanno vinto due scudetti con la Roma Baseball. Quanto questa storia familiare ha influenzato il suo rapporto con il baseball? È stato un peso, una responsabilità o, soprattutto, una grande fortuna? 

È stato un grande insegnamento. Non l’ho mai vissuta come un obbligo e non ho mai sentito il peso di quel cognome sulle spalle. Mio padre e mio zio mi hanno trasmesso l’amore per questo sport, ma senza impormi nulla. Il caro, vecchio baseball ha rappresentato trentacinque anni della mia vita. 

C’è un insegnamento tecnico che suo padre le ripeteva continuamente e che ancora oggi, quando prende in mano il guantone, le torna in mente? 

Più che dal punto di vista tecnico, mio padre cercava soprattutto di tenere a bada il mio carattere ribelle, che spesso mi portava a scontrarmi con gli arbitri. Quello era il suo insegnamento più grande. 

Il baseball di oggi è molto diverso da quello dei suoi tempi. Dal punto di vista tecnico, qual è l’aspetto che secondo lei è migliorato di più e quale, invece, si è un po’ perso? 

Con questa risposta probabilmente mi farò qualche altro nemico, ma il baseball che giocavamo noi era, a mio avviso, il vero baseball italiano. Su nove giocatori in campo, sei erano italiani e tre americani, americani veri. Nei nostri dugout si parlava inglese e si respirava davvero la cultura del baseball. I ruoli chiave affidati agli stranieri erano lanciatore, ricevitore e interbase; se un italiano ricopriva uno di quei ruoli significava che era davvero un fenomeno. Oggi, invece, capita di vedere squadre con appena tre italiani in formazione, salvo rare eccezioni. Inoltre noi abbiamo avuto la fortuna di giocare con Americani, magari a fine carriera, ma provenienti dalla Tripla A o addirittura dalle Major League. 

Che sensazione le restituisce rimettere piede sul diamante dopo tanti anni? In quei momenti riaffiora il campione oppure il ragazzo che giocava semplicemente perché si divertiva? 

È un’emozione bellissima, anche perché l’ultima volta che avevo preso in mano una palla per lanciarla era il 2001. La differenza è che allora, prima di scendere in campo, facevo stretching per sciogliermi, mentre a marzo, quando sono tornato a lanciare nella partita in ricordo di un compagno che non c’era più, avrei avuto bisogno dello Svitol… ero completamente arrugginito! 

Una precisazione è d’obbligo: non mi sono mai sentito un campione, un buon giocatore sì, anche se qualcuno, dall’Olimpo della Hall of Fame, mi ha generosamente definito un grande giocatore. Io giocavo perché mi divertivo, adoravo allenarmi, ero un duro, ma leale: amato dai compagni e odiato dagli avversari. Con i Nettunesi era battaglia in campo e birra insieme a fine partita. 

Quando vi ritrovate per queste partite, c’è ancora l’atmosfera goliardica di una volta? 

Assolutamente sì. La cosa più bella è ritrovarsi dopo tanti anni, guardarsi negli occhi e rendersi conto che, nonostante il tempo si sia mosso in fretta, noi restiamo uniti come una volta. Poi partono le battute sullo stato fisico, sui capelli che ormai sono pochi e sul fatto che non riusciamo più a colpire una palla nemmeno con una chitarra. 

Qual è un episodio o un aneddoto speciale che, ogni volta che vi incontrate, finisce inevitabilmente per essere ricordato tra una risata e l’altra? 

Ce n’è uno che salta sempre fuori: era il 1987 e giocavo con il Capannelle. Durante il riscaldamento lanciai una curva che rimbalzò sul piatto, trovò l’unico buco nella rete e andò a sfondare la vetrata della sala stampa. Un mio compagno, piegato in due dalle risate, gridava: “Tira piaaaaano!” 

Poi ci sono ricordi più tecnici che ci sono rimasti negli occhi e nel cuore: un lunghissimo fuoricampo a Firenze, con la palla che uscì dal campo passando sopra il tabellone al centro, o una partita contro il Santarcangelo in cui misi a segno 18 strikeout. Il ricordo a cui sono più legato, però, è il record, credo ancora imbattuto, di 209 strikeout in una stagione ottenuti in meno di venti partite lanciate. Era il campionato Primavera del 1985 e giocavo con la BF Goodrich Roma. 

Quanto conta, oggi, ritrovarsi con persone che hanno condiviso una parte così importante della vostra vita? 

Conta tantissimo. Ogni volta è come rivivere in pochi istanti più di trent’anni della nostra vita. 

Se un bambino le chiedesse perché vale la pena giocare a baseball, cosa gli risponderebbe? 

È difficile rispondere a un bambino oggi, perché il baseball è in forte difficoltà. Però gli direi comunque di provarci, perché è uno sport che sa regalare amicizie, valori ed emozioni che difficilmente si dimenticano. 

Il titolo di questo numero è, appunto, “Il tempo del gioco”. Che cos’è per lei, un avanzare inesorabile o qualcosa che si è fermato in un momento che non potrà più tornare? 

Con una lacrima negli occhi, dico che il tempo del gioco, per me, è qualcosa che si è fermato in un momento che non potrà più tornare. Ed è proprio per questo che ogni volta che torno su un diamante provo un’emozione così intensa. 

​Grazie a Marco Sandulli per averci accompagnato in questo viaggio tra ricordi, sorrisi e passioni che non conoscono età. Perché il tempo passa per tutti, ma ci sono luoghi, amici e giochi capaci di riportarci, anche solo per un pomeriggio, esattamente laddove siamo stati più felici. 

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