17 maggio 2000: io in piedi, emozionata, stadio Olimpico gremito per il giorno dell’addio di Giuseppe Giannini.
Un vero idolo per me: bello, famoso e romano.
Il suo poster rivestiva l’anta dell’armadio nella mia cameretta.
Ricordo perfettamente, di quella sera, l’atmosfera sospesa dell’Olimpico, come se decine di migliaia di persone stessero cercando di rallentare il tempo per trattenere ancora, e per sempre, la maglia numero 10 del “Principe”.
Ricordo gli applausi che sembravano non finire mai e ricordo lui, il Capitano, che camminava sotto la curva con gli occhi lucidi, travolto dall’affetto di uno stadio, che, per anni, lo aveva visto crescere, lottare, vincere e soffrire.
Teneva tra le mani una sciarpa giallorossa, ma sembrava volesse stringere la curva intera, quasi una stretta a tutta una carriera, a una meravigliosa pagina di vita, una dichiarazione d’amore alla sua città, Roma.
Le lacrime gli rigavano il volto mentre salutava il pubblico, lacrime di chi comprende che un tempo della propria esistenza è finito e che nessun applauso, per quanto lungo e caloroso, potrà farlo restare ancora.
La tristezza era la sua, così come la nostra.
Vi era una consapevolezza condivisa che, a salutare, non fosse soltanto un calciatore, ma un simbolo, un volto familiare che per anni aveva accompagnato i sogni e le domeniche di migliaia di persone.
Da ragazza non avevo ancora le parole per descrivere tutto questo, sapevo soltanto che stavo assistendo a qualcosa di importante a cui solo oggi riesco a dare un nome.
Era un addio, e gli addii sono, forse, i gesti più difficili da compiere perché non chiedono il coraggio di iniziare, ma quello di lasciar andare.
Siamo spesso abituati a celebrare gli inizi, focalizzarci sul primo allenamento, il debutto, la convocazione, la vittoria.
Molto più raramente ci soffermiamo su ciò che accade quando una carriera si conclude, eppure è proprio in quel gesto che spesso emergono le emozioni più profonde.
È successo a Francesco Totti, che non ha mai saputo immaginarsi altrove se non con indosso i colori giallorossi.
Nel giorno del suo addio all’Olimpico, il giro di campo sembrò non finire mai: ogni passo pesava quanto i suoi venticinque anni di storia calcistica e ogni lacrima gli ricordava come, senza l’odore dell’erba sugli scarpini, temesse di non poter essere più lo stesso.
Lo stesso senso di vulnerabilità si è visto negli occhi di Roger Federer durante la sua ultima apparizione alla Laver Cup nel 2022.
Per vent’anni aveva incarnato l’eleganza, il controllo, la perfezione tecnica, eppure, il gesto che il mondo ricorda non è un diritto lungolinea o un ace, ma la sua mano intrecciata a quella di Rafael Nadal, mentre piangono.
Erano stati, fino a quel momento, due avversari che avevano scritto la storia del tennis ma lì, in quel frangente, sembravano semplicemente due uomini alle prese con la fine di qualcosa di irripetibile.
Anche Gigi Buffon ci ha consegnato un’immagine che va oltre il risultato sportivo.
Si ricordano le sue lacrime dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2018, quando, annunciando il suo ritiro, mise la parola fine a un sogno coltivato per anni, perché a volte il dolore di un addio non nasce da ciò che si perde ma da ciò che non si potrà più vivere.
E poi c’è Kobe Bryant, forse il più cinematografico degli addii.
Sessanta punti nell’ultima partita della carriera davanti a un pubblico che sapeva di assistere a un momento storico e, anche in quel caso, il gesto che rimane impresso non è il canestro finale ma il saluto.
“Mamba out”, pronunciato quasi sottovoce, e si chiude un capitolo lungo una vita.
La psicologia dello sport descrive il ritiro agonistico come uno dei passaggi più delicati nella vita di un atleta, perché per molti lo sport non è semplicemente un’attività, ma diventa identità, direzione, ragione di vita.
È il modo in cui si presentano al mondo e, spesso, a sé stessi.
Quando quella dimensione viene meno, può aprirsi un vuoto difficile da colmare.
Non a caso molti ex atleti raccontano di aver vissuto il ritiro come una forma di lutto, un lutto dai tratti sfumati, che non separa da una persona cara ma fa smarrire una versione di sé che per anni si è specchiata nel gesto agonistico.
Per cui spesso si chiedono: chi sono io adesso?
Effettivamente, riflettiamoci: chi è il calciatore quando non entra più in campo? Chi è il tennista quando non prepara più un torneo? Chi è il campione quando il pubblico smette di acclamare il suo nome?
Forse è per questo che gli addii sportivi ci commuovono così tanto, perché, anche se riguardano persone straordinarie, raccontano qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani.
Tutti, prima o poi, siamo chiamati a salutare una parte della nostra vita: un lavoro, un sogno, una persona cara.
E tutti, volenti o nolenti, dobbiamo imparare a convivere con il cambiamento che ne deriva.
Ripensando a Giannini, a quella sciarpa stretta al petto e a quelle lacrime che gli cadevano dagli occhi, credo che il gesto più significativo non fosse il saluto, ma la sfida che risiede nell’accettare che anche le storie più belle chiudano il sipario.
E che il coraggio non consista soltanto nell’iniziare un percorso, ma anche nel trovare la forza di concluderlo, perché se il primo gesto dello sport è il passo con cui si entra in campo, l’ultimo è quello con cui ci si veste per andarsene.

