Dalla rivoluzione islamica del 1979 discriminazione, divieto, imposizione, svilimento, sopruso sono termini con i quali le donne iraniane – e non solo loro – hanno acquisito dimestichezza.
In Iran, tra l’altro, è interdetto l’ingresso delle donne negli stadi maschili. Contravvenire a questo veto è punibile con l’arresto da parte della Polizia Morale, una forza speciale della polizia nazionale, che vigila a tutela e garanzia della moralità pubblica e reprime tutti quei comportamenti e atteggiamenti che ne possano mettere a repentaglio la sicurezza. A dispetto delle conseguenze legali e fisiche cui si va incontro (arresto, accuse di “oltraggio al pudore” e “ insulto alle forze dell’ordine”, detenzione, abusi fisici e psicologici), non sono infrequenti i casi di ragazze, che decidono di travestirsi da uomini pur di poter assistere a una partita di calcio.
Nel film Offside, il regista iraniano Jafar Panahi, racconta la vicenda di un gruppo di ragazze, che indossano abiti maschili, annullando la propria femminilità fisica, per partecipare alla partita di qualificazione ai Mondiali del 2006 tra Iran e Bahrein, allo Stadio Azadi di Teheran.
La pellicola trae spunto da una vicenda autobiografica dello stesso regista, la cui figlia aveva fatto ricorso all’espediente del travestimento maschile, molto diffuso, a quanto pare, nel Paese asiatico, per assistere a un incontro calcistico.
La pellicola ha dovuto superare numerose difficoltà, derivanti dal fatto che Panahi, con i suoi film di denuncia, è un regista inviso al regime iraniano. Una sceneggiatura falsa e il nome di un regista meno sgradito al governo, riprese in tempo reale il giorno dello svolgimento della partita Iran- Bahrein, attrici mimetizzate da uomini sono alcuni degli accorgimenti, che hanno reso possibile la realizzazione di Offside, vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino nel 2006 e mai proiettato in Iran.
La metafora del titolo che rimanda all’eterno confino fuori dal campo delle donne iraniane, l’assurdità di un divieto il cui senso sfugge anche alle stesse forze dell’ordine, la forza, il coraggio, la passione sportiva, la sfida che non teme di intaccare l’ordine costituito: Panahi rende tutti questi elementi con sottile ironia e con un taglio documentaristico, rapido, asciutto e privo di orpelli. Emerge dal film la mentalità bacchettona e ipocrita di chi si nasconde dietro l’affermazione di voler proteggere l’universo femminile dalla volgarità degli stadi, emettendo l’ennesima, inconcepibile interdizione. Dal corpo celato, perché considerato peccaminoso e provocante, al corpo travestito per aggirare una barriera, altrimenti insormontabile, le donne sono, comunque, obbligate a non poter vivere la loro fisicità liberamente, ma film di tale caratura hanno offerto un importantissimo contributo a scuotere le coscienze e far conoscere la condizione femminile anche al di fuori dei confini persiani.

