Ci si traveste per gioco, per curiosità, per necessità, per imposizione. Nel corso dei secoli è stato spesso il corpo femminile a subire l’obbligo del camouflage; donne che indossano abiti maschili per ovviare a divieti e proibizioni, come Callipatera di Rodi, la cui vicenda è narrata dallo scrittore e geografo greco Pausania del II secolo d. C., nel V libro del suo Viaggio in Grecia.

Callipatera, vissuta nel V sec. a. C., appartiene a una famiglia di grandi campioni, i Diagoridi di Rodi, considerati la famiglia più vincente nella storia degli sport da combattimento dell’antichità : il padre, il fratello e il figlio avevano, infatti, trionfato alle Olimpiadi.

Rimasta vedova Callipatera “Si travestì in tutto e per tutto da maestro di ginnastica e condusse a Olimpia il figlio per combattere; il nome del giovane era Pisirrodo”. Il ragazzo ottiene la vittoria nel pugilato e la gioia della mamma è talmente incontenibile che, nella corsa per abbracciarlo, saltando lo steccato, perde l’abito, rimanendo nuda e svelando così la su femminilità.

L’avvenimento è di una gravità inenarrabile poiché alle donne sposate era assolutamente interdetto anche solo assistere ai Giochi olimpici, pena la morte.

Racconta sempre Pausania V, 7 : “Mentre si procede da Scillunte lungo la via che porta a Olimpia, vi è un monte con alte rupi scoscese, chiamato monte Tipeo. Vi è una legge che impone di precipitare da questo monte le donne che siano state colte a recarsi ai Giochi olimpici o anche solo ad attraversare l’Alfeo nei giorni a loro vietati”.

Sembra che la sorte di Callipatera sia ormai segnata e niente possa salvarla da morte certa, tuttavia “Scoperto che era una donna, la lasciarono andare impunita per rispetto verso suo padre, i suoi fratelli e suo figlio: tutti costoro, infatti, erano stati vincitori a Olimpia. Fu stabilita però, per l’avvenire, una legge secondo cui anche i maestri di ginnastica dovevano entrare nudi nell’arena del gioco”.

La storia corre più velocemente di quanto si possa immaginare e il pensiero va in un altro luogo e in un altro tempo.

Iran marzo 2019 Sahar Khodayari, si traveste da uomo per poter assistere alla partita della sua squadra allo stadio Azadi di Teheran: alle donne iraniane è precluso l’ingresso agli stadi. La ragazza è scoperta dalla polizia, trattenuta in carcere per tre giorni e rilasciata su cauzione, in attesa di processo.

In tribunale scopre di rischiare una condanna da sei mesi a due anni di reclusione per accuse legate al “mancato rispetto del codice d’abbigliamento islamico” e all’oltraggio a pubblico ufficiale.

Sconvolta, uscita dal tribunale, si dà fuoco per protesta e muore il 9 settembre 2019 a causa delle gravissime ustioni riportate.

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