Chi pratica sport da combattimento conosce bene questo concetto: sia se ci si trovi sul ring o sul tatami, non ci si può nascondere.  

Il proprio corpo è l’unica arma e, allo stesso tempo, l’unico bersaglio, quindi bisogna saperlo usare per attacco e saperlo difendere.  

Mentre ci si trova sotto i riflettori l’esposizione è a 360°, diretta e senza possibilità di nascondersi dietro a nulla. Ci si ritrova lì con il proprio corpo, e quando la guardia cede anche per un attimo, il corpo incassa.  

E non si tratta soltanto di prendere colpi, ma proprio di esporre il nostro sistema ben congegnato, che fino ad un attimo prima faceva funzionare tutto alla perfezione, a un rischio e alla prova più estrema.  

Un calcio assorbito male o una leva spinta oltre il limite, portano le articolazioni e i tessuti al punto di rottura, andando a spezzare per un attimo l’illusione d’invincibilità che fino a un attimo prima avevamo. 

Ma non finisce lì: la vera vulnerabilità non la vedi soltanto sotto i riflettori, l’esposizione più cruda arriva dopo, quando ci si ritrova sul lettino dell’infermeria per cercare di rimettere in sesto proprio quel corpo che ha ceduto. Contratture da sciogliere, edemi da drenare, dita e gomiti che lavorano su fasce muscolari lacerate per sbloccare una postura stravolta.  

Lì l’atleta è davvero messo a nudo, alla prova, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura che il proprio corpo non potrà tornare come prima. E da lì che il corpo inizia a tremare, l’ansia sale, le lacrime iniziano a sgorgare. La vera battaglia psicofisica con se stessi inizia in quel momento. Allora che si fa? Ci si abbandona agli eventi? Oppure si cerca di combattere e di rimpossessarci di quel nostro corpo e del nostro io? Mentre affidiamo comunque il nostro corpo a chi cerca di curarlo e sistemarlo, bisogna mettere da parte l’ego e affrontare queste paure silenziose, con la forza e la speranza di tornare quelli di prima… in un modo o nell’altro.  

Proprio per questo, parlando di corpi spezzati e ricostruiti, volevo portare all’attenzione un uomo che ha stravolto le regole del gioco: Alex Zanardi, definito da tutti “il campione dell’impossibile”! 

Alex Zanardi non veniva dalle arti marziali, ma nella sua carriera di pilota automobilistico aveva incassato un trauma definitivo: nel settembre del 2001, durante una competizione in Germania, a seguito di un gravissimo incidente, subì l’amputazione di entrambi gli arti inferiori; di fronte a un fisico letteralmente destrutturato, l’istinto sarebbe stato quello di chiudersi. Invece Alex ha fatto l’esatto contrario, ha preso quel suo corpo nuovo, ha riprogrammato tutta la sua fatica e il suo “motore” sulle spalle e sulle braccia, e lo ha esposto al mondo intero. Senza chiedere sconti, trasformando quella che per tutti era una fine, in un nuovo inizio e in un nuovo modo di vincere! 

Purtroppo, il 1 maggio 2026, a 59 anni, quella macchina straordinaria e testarda si è fermata. Alex Zanardi se n’è andato, ma l’ha fatto senza lasciare alcuna traccia di sconfitta, tirando al massimo la sua gara fino all’ultimo respiro.  

Il suo corpo, esposto a traumi che avrebbero piegato persino l’acciaio, ha infine trovato riposo.  

Alex Zanardi ci è stato l’esempio vivente di come ognuno di noi dovrebbe combattere; ci ha insegnato a non avere paura di essere fatti a “pezzi”, e di avere quel coraggio titanico di ricostruirsi, ogni singola volta sotto gli occhi di tutti.  

Sul ring della vita ha incassato il colpo più devastante, ha sputato sangue e ha continuato ad avanzare, spingendo la sua handbike e la sua anima oltre ogni limite umano.  

Alex Zanardi rimarrà per sempre il manifesto più epico e glorioso di cosa significhi, davvero, non arrendersi mai!  

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