È possibile quantificare quanto sia lecito attendere che un sogno si realizzi? Domanda quasi retorica, con l’impossibilità di una risposta univoca.
La giornalista Federica Seneghini nel libro “Giovinette, le calciatrici che sfidarono il duce”, edito da Solferino nel 2025, racconta di un gruppo di ragazze, tra i 15 e i 20 anni, che, nella primavera del 1933, costituisce a Milano la prima squadra di calcio femminile in Italia: il Gruppo femminile calcistico milanese.
La squadra nasce grazie al profondo amore nutrito per il gioco del calcio. Sono i primi anni ‘30 del secolo scorso; il Fascismo è al potere da circa dieci anni: la donna deve essere moglie e madre prolifica, poco istruita, sottomessa all’uomo.
Scrive nel 1938 Ferdinando Loffredo in Politica della Famiglia: “Le donne devono tornare ad un’assoluta soggezione all’uomo, padre o marito che sia; sottomissione, e perciò inferiorità, spirituale, culturale ed economica […]. La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa […]. La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei […]. Deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici”.
Anche il mondo dello sport non è risparmiato da censure e divieti. Le donne hanno la possibilità e l’approvazione a praticare quelle attività fisiche, mirate a migliorarne la salute e a renderle “sane, robuste e feconde”. Proibizione assoluta, invece, degli sport considerati prettamente maschili come, ad esempio, il calcio. In questo clima oscurantista e discriminatorio, dunque, il nostro Gruppo femminile calcistico milanese non ha vita facile, fin dalla sua nascita: ottenere l’autorizzazione dei genitori, allenamenti al chiuso e senza spettatori, umilianti visite mediche, non finalizzate a certificare lo stato di salute, obbligo ad avere portiere e allenatore maschio, riduzione dei tempi di gioco, un pallone molto piccolo.
La passione, tuttavia, è più tenace delle interdizioni e così le giovinette si allenano con la pioggia e con il sole, ottengono, in un primo momento, il permesso a giocare da parte del CONI, ricevono addirittura la visita dell’Ambrosiana – Inter, guidata da Giuseppe Meazza. Intanto anche ad Alessandria sta nascendo una squadra di calcio femminile: sarebbe il coronamento di un sogno se le due formazioni potessero giocare una partita. Le pressioni da parte del regime, però, diventano sempre più tenaci e aggressive: le ragazze sono “dirottate” verso attività più consone a esaltarne la delicata natura muliebre. Il regime fascista ha impedito, con minacce e prevaricazioni, che si disputasse “la prima partita di calcio femminile intercittadino della storia d’Italia” tra il Gruppo femminile calcistico milanese e il team di Alessandria; ciò nonostante, novant’anni dopo, quella competizione si è, finalmente, svolta.
A riconoscimento dell’impresa titanica di quel manipolo di “ragazzine”, pioniere della lunga e accidentata battaglia contro la discriminazione femminile, è giunta anche nel 2021, al Parco Sempione di Milano, l’intestazione di una strada, denominata Via Calciatrici del ‘33.

