Atleta e ambassador italiano delle Spartan Race, Costantino Sacchetto ha affrontato percorsi estenuanti in Italia e all’estero. Oggi ci racconta cosa significa davvero correre contro se stessi, come gestire l’attesa prima e durante la gara e, perché, la mente sia la vera arma segreta di ogni competitor.

· Costantino, è inesatto dire che la Spartan Race sia solo forza fisica? Tu come prepari la tua mente nelle settimane che precedono la gara?

Dire che la Spartan Race sia solo forza fisica è probabilmente il fraintendimento più comune. La componente fisica è fondamentale, ma è la mente a determinare davvero il risultato. Nelle settimane precedenti lavoro molto sulla visualizzazione: immagino gli ostacoli, la fatica, i momenti in cui il corpo inizierà a cedere. Cerco quasi di “anticipare” la crisi, così quando arriva non mi sorprende. Mi alleno anche ad accettare il disagio: sessioni dure, poca comodità, situazioni in cui devo restare lucido mentre tutto spinge nella direzione opposta. In gara non vince chi sta meglio, ma chi gestisce meglio il momento in cui sta peggio.

· L’attesa prima della partenza: come trasformi l’ansia in eustress e motivazione?

L’attesa è uno dei momenti più intensi. Lì senti tutto: adrenalina, dubbi, aspettative. Non cerco di eliminare l’ansia, sarebbe impossibile. La trasformo. Respiro, mi isolo, anche solo mentalmente, e mi ricordo perché sono lì. Quella tensione diventa un segnale positivo: significa che sto per entrare in qualcosa che conta davvero. Negli anni ho capito che la differenza non è tra chi ha paura e chi no, ma tra chi riesce a darle una direzione.

· Adotti tecniche particolari per mantenere la concentrazione durante gli ostacoli più duri?

Sì: semplificare tutto. Quando arrivo su un ostacolo difficile, riduco il mondo al minimo indispensabile. Non penso alla gara, alla classifica o a quello che verrà dopo. Penso solo al gesto: una presa, un appoggio, una trazione. Uso molto la respirazione per riportarmi nel presente. È una forma di concentrazione totale: se lasci spazio anche solo per un attimo al dubbio, l’errore è dietro l’angolo.

· Che ruolo gioca la paura nella tua esperienza di gara?

La paura è una componente essenziale. Se non hai paura, probabilmente non stai spingendo abbastanza oltre i tuoi limiti. Io non la vedo come un ostacolo, ma come un indicatore. Mi dice che sono in una zona in cui posso crescere. Il punto non è eliminarla, ma imparare a conviverci e a usarla per restare vigile.

· C’è mai stato un momento in cui pensavi di non farcela?

Sì, più di una volta. E ogni atleta che è sincero con se stesso sa che quei momenti esistono. Sono attimi in cui il corpo ti chiede di fermarti, in cui la mente prova a negoziare una via d’uscita. È lì che si costruisce davvero la performance: non quando tutto va bene, ma quando devi decidere se continuare nonostante tutto. Spesso ho scoperto che il limite reale è molto più avanti di quello che percepiamo.

· Molti atleti parlano di “correre contro se stessi”. Cosa significa per te?

Significa essere completamente onesti. In Spartan non puoi bluffare: o ci sei o non ci sei. Correre contro se stessi vuol dire affrontare i propri limiti senza scuse, senza alibi. Il cronometro è solo una parte del risultato: il vero successo è sapere di aver dato tutto, anche nei momenti in cui sarebbe stato facile mollare.

· L’OCR sta crescendo anche in vista delle Olimpiadi. Quali aspetti tecnici sono più difficili da allenare?

La difficoltà più grande è la combinazione delle capacità. Forza, resistenza e agilità devono convivere, e soprattutto devono funzionare sotto stress. Puoi essere molto forte o molto veloce, ma la vera sfida è mantenere lucidità e tecnica quando sei già in debito di energie. È uno sport estremamente completo, e proprio per questo difficile da “dominare”.

· In che modo la disciplina mentale della Spartan Race influenza la tua vita quotidiana?

Influenza tutto. Io gestisco un rifugio con oltre 100 animali, e ci sono giornate in cui la stanchezza è reale, concreta. In quei momenti entra in gioco quello che impari in gara: vai avanti comunque. Non aspetti la motivazione, non aspetti il momento perfetto. Fai quello che devi fare. La Spartan mi ha insegnato che la costanza batte sempre l’ispirazione.

· Qual è il primo consiglio che daresti a chi vuole cimentarsi in una Spartan Race?

Di iniziare senza aspettare di sentirsi pronto. La Spartan non è per chi è già preparato, è per chi vuole mettersi in gioco. E soprattutto: non avere paura di sbagliare. Ogni ostacolo fallito è un passo avanti.

· Come si coltiva la motivazione quando i progressi sembrano lenti?

Accettando che la crescita non è lineare. Ci sono fasi in cui lavori tanto e non vedi risultati immediati. È lì che entra la disciplina. La motivazione va e viene, ma la costanza resta. E nel tempo fa tutta la differenza.

· Sei ambassador da anni: cosa rappresenta oggi questo ruolo per te?

Dopo otto anni consecutivi da ambassador, quest’anno sono diventato capitano degli ambassador italiani. È un riconoscimento importante, ma soprattutto è una responsabilità. Per me non significa solo rappresentare un brand o una disciplina, ma essere un punto di riferimento per gli altri atleti. La cosa che amo di più, anche in gara, è aiutare chi è in difficoltà. Mi è capitato spesso di fermarmi, dare una mano su un ostacolo, spendere energie e perdere tempo prezioso. Ma è proprio lì che ritrovo il senso più profondo di questo sport: la competizione è importante, ma la comunità lo è ancora di più.

· Tre aggettivi per descrivere la mentalità di un atleta OCR?

Resiliente — perché devi resistere anche quando tutto ti dice di fermarti. Lucida — perché la testa guida sempre il corpo. Determinata — perché andare avanti è sempre una scelta

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