Sport, attesa e silenzio nel karate
Nel karate, l’azione è un lampo.
Ma ciò che la rende possibile accade prima.
C’è un tempo invisibile, che non si misura in secondi ma in presenza.
Un tempo fatto di respiro trattenuto, di sguardi che non si muovono, di decisioni che maturano senza rumore.
È lì che si cresce davvero.
Non solo come atleti, ma come persone.
Perché imparare ad aspettare, nel karate, spesso comincia da bambini e non finisce mai.
In questo numero ho avuto l’onore ed il piacere di intervistare il Maestro di Karate Stefano Andrenelli*, il quale ha ampiamente spiegato ed argomentato tutto ciò che riguarda l’attesa, dentro e fuori le arti marziali.
Maestro Stefano Andrenelli, lei allena i ragazzi fin da piccoli: quando vede nascere per la prima volta la capacità di aspettare
L’attesa non è un gesto spontaneo: è un insieme di comportamenti che vanno costruiti e ripetuti nel tempo. Nei bambini piccoli, inizialmente, non esiste davvero la comprensione dell’“aspettare”. È qualcosa che imparano attraverso l’associazione tra comando e azione.
Se dici a un bambino “aspetta”, quella parola da sola non basta: deve essere accompagnata da una guida costante, da richiami coerenti, da una presenza che non cede. Il problema oggi è che spesso si rinuncia troppo presto a questa continuità: si dà un’indicazione una o due volte, poi si lascia perdere. E il bambino, naturalmente, segue il proprio impulso.
Sul tatami, invece, il principio è chiaro: si ascolta il Maestro e si agisce solo quando viene dato il comando. Anche un esercizio semplice come il kata insegna questo. Non tutti possono eseguirlo insieme, quindi alcuni fanno, altri osservano. E imparano ad aspettare il proprio turno.
All’inizio è difficile, soprattutto nei primi mesi. Ma è proprio lì che si costruisce tutto: nella coerenza. Quando un bambino capisce che a un comando corrisponde sempre un’azione precisa, senza eccezioni, allora inizia davvero a imparare l’attesa.
I bambini arrivano sul tatami con l’urgenza di fare: come si insegna loro il valore dell’attesa senza spegnerne l’energia?
All’inizio i bambini fanno fatica anche solo a stare in fila: cercano di superarsi, si muovono continuamente. In quel momento il lavoro dell’insegnante è ripetere, con calma, la stessa indicazione, senza perdere il controllo.
L’errore più grande è spazientirsi. Quando si alza la voce, il bambino reagisce allo stesso modo: si crea una catena che rompe il processo educativo. Invece l’attesa si insegna anche attraverso il tono, la calma, la costanza.
Ma non è solo una questione di aspettare: è anche imparare ad ascoltare. L’attesa diventa un tempo attivo, in cui si osserva, si impara guardando gli altri.
Questo processo viene rafforzato dalla ripetizione. Ripetere gli stessi esercizi, senza stancarsi, crea automatismi. Dopo un po’, i bambini interiorizzano i movimenti e addirittura si accorgono se manca qualcosa.
Anche il gioco è fondamentale: semafori, esercizi a specchio, dinamiche simili al gioco della sedia. Tutte attività che allenano la concentrazione e insegnano che esiste un momento per agire e uno per aspettare.
L’energia non va spenta, ma guidata. L’attesa diventa il modo per darle direzione. Sul tatami come a casa. Un lavoro costante da parte di noi Maestri nel ruolo educativo e dei genitori.
L’attesa è anche concentrazione che si insegna con svariati giochi che possono andare dal semaforo che si effettua con comandi che associano comportamenti da fare collegati ai colori che vengono chiamati dal Maestro, ai cerchi come il gioco della sedia che facevamo a 14 anni nelle feste… finiva la musica e ti dovevi sbrigare a metterti a sedere per non rimanere in piedi ed essere eliminato. Anche quello è un gioco di attesa, devi correre in cerchio ed essere concentrato perché c’è un momento in cui il maestro dice “Yame” ( stop) e i bambini devono entrare nel cerchio; se non sta attento, se non trova il cerchio libero, viene eliminato. Oppure facciamo esercizi a specchio, dove i bambini devono imitare quello che fa il compagno davanti, e devono stare in attesa che il bambino difronte faccia un movimento per poterlo imitare.

Sempre rimanendo nell’ambito delle arti marziali, anch’io ho fatto parte di questo ambiente per tanti anni, sia come allievo che come istruttore: i fattori chiavi per insegnare, sono la ripetizione e l’emozione, soprattutto nei bambini?
Assolutamente sì. Nei bambini l’emozione è fortissima, soprattutto quando devono mettersi in gioco davanti agli altri. È la stessa ansia da prestazione che viviamo noi adulti.
Ripetere un gesto molte volte aiuta a gestire questa emozione, ma non basta: bisogna anche accettare lo sguardo degli altri, il giudizio, il fatto di esporsi.
Nel karate questo lavoro è continuo. Nel kata, ad esempio, il confronto è prima di tutto con se stessi. Come diceva Gichin Funakoshi, è un combattimento contro avversari immaginari, che in realtà siamo noi.
Qui entra in gioco l’attesa: nel ritmo, nelle pause, nei cambi di direzione. Non è solo movimento, ma alternanza tra azione e sospensione.
I bambini tendono a correre, a finire subito, perché vogliono uscire da quello sguardo. Non hanno ancora la sensibilità del tempo. Ma il ritmo, in fondo, è proprio questo: una sequenza di attese e partenze.
Io sostengo che il Karate, come le arti marziali in generale sono una parte importante per la crescita dell’equilibrio dell’essere umano. Il Maestro Gichin Funakoshi diceva che il Kata è un combattimento reale contro avversari immaginari. Quegli avversari immaginari siamo noi stessi. Quel ragionamento di equilibrio lavora tra corpo e mente, Proprio nel il Kata, c’è un momento di quiete: faccio due tecniche da una parte, poi la direzione del Kata cambia e devo interrompere, mi devo fermare. Si parla di frazioni di secondo, ma anche quella è un’attesa, devi modulare. Devi imparare a fermarti, respirare e poi ripartire.
Verissimo. Mi ricordo quando ero piccolo e facevo Taekwondo, le forme le facevo sempre a manetta per sbrigarmi e finirla, perché stavo sotto i riflettori. Poi ho capito che si doveva aspettare, rimanere presenti a noi stessi, questo dava un’altra enfasi alla forma… bisognerebbe quindi disinsegnare ad andare di fretta e fare il ragionamento opposto?
Esatto. Nel karate si insegna proprio questo: che aspettare non significa restare fermi, ma essere presenti.
Nel kumite questo è ancora più evidente. Uno dei principi fondamentali, insegnati sempre da Gichin Funakoshi, è che nel karate non esiste il primo attacco.
Ai bambini si spiega come un concetto di difesa, ma crescendo si comprende che è qualcosa di più profondo: l’attesa è studio, osservazione, lettura dell’altro.
Solo aspettando si può cogliere il momento giusto. Senza questa capacità, non esiste davvero azione efficace.
Mi veniva in mente una piccola scena di un film, c’è un divario tra chi insegna sul campo e chi fa romanzi o film, ma in Cobra Kai, spin off sequel di Karate Kid , c’è la rivincita di Johnny Laurence. Riconosce i suoi limiti, la fretta, la frenesia, l’aggressività e ci fa tutto un lavoro interiore di cambiamento. Durante l’ultima fase del combattimento finale, si ricorda il clamoroso errore che fece da ragazzo e cioè di partire per primo. Adesso memore di quel fatidico errore, per un attimo voltandosi verso il suo coach (non a caso Daniel Larusso), mette in pratica l’attesa, passando da una posa propensa di attacco, ad una posa di attesa; Daniel annuisce e sorride come per dire: “bravo, finalmente hai capito”, e proprio grazie all’attesa, riesce ad avere quel vantaggio per sferrare il colpo decisivo. Mai come in questo caso l’attesa torna ad essere evidenziata e messa in luce in questo modo?
È molto reale. Nel karate l’attesa è una componente strutturale. Oggi molti bambini arrivano alle arti marziali perché sono iperattivi. L’obiettivo non è spegnere quell’energia, ma canalizzarla.
L’attesa diventa uno strumento per trasformare l’impulso in presenza. Non si tratta di reprimere, ma di dare forma.
Hai mai visto un allievo trasformare la paura in presenza proprio grazie all’attesa?
Sì, recentemente. Una mia allieva, molto tranquilla e riservata, è salita sul tatami per una gara contro un’avversaria molto forte e aggressiva.
Ha perso, ma il risultato non era quello. La vera vittoria è stata affrontare quella paura e restare lì.
Quando è scesa, le ho detto che si era meritata la cintura nera proprio in quel momento. Perché il valore della cintura non è essere più forti degli altri, ma superare i propri limiti.
Lei lo aveva fatto. È stato un momento molto emozionante.

Cosa provi quando vedi un tuo allievo restare fermo nel momento giusto anziché partire subito, quindi rispetta il principio di attesa?
È un momento di sintonia.
Significa che ciò che insegno è arrivato davvero. Non è più solo tecnica, ma qualcosa che entra nella persona e resta.
Il karate non finisce sul tatami. Ho ex allievi che mi cercano anni dopo per raccontarmi i loro successi, e spesso collegano quei risultati a ciò che hanno imparato qui.
Questa è la soddisfazione più grande.
L’attesa nel Karate è anche un insegnamento che resta fuori dal tatami? In che modo lo rivedi nella crescita dei tuoi ragazzi, come per esempio il successo negli esami?
Spero di sì.
Paradossalmente, io stesso faccio fatica a viverla nella vita quotidiana, perché tutto intorno spinge verso la velocità.
Ma l’attesa è educazione. È qualcosa che si allena e non finisce mai. Cambia con il tempo, con l’esperienza, con la consapevolezza.
Anche quando non si riesce ad aspettare, e il risultato non è quello che si voleva, c’è comunque un insegnamento.
Perché l’attesa, in fondo, non è solo un tempo da sopportare.
È un tempo che forma.

Nel karate, il colpo arriva alla fine.
Ma non è mai lì che comincia. Comincia negli anni, nei gesti ripetuti, nei bambini che imparano piano a essere presenti.
Perché saper colpire è tecnica.
Ma insegnare ad aspettare è un atto più profondo.
È educare al tempo e forse alla vita.
*Stefano Andrenelli V Dan Karate Shotokan FIJLKAM asd Talenti Arti Marziali

