Una radio ad alto volume dall’abitacolo di un’auto della polizia, una voce frenetica a commentare le azioni, un futuro da costruire.
Due sirene che fanno meno paura di quanto avrei mai potuto immaginare, tanto da avvicinarmi piano, curioso, senza preoccuparmi troppo del rischio che correvo.
Dalle frequenze la cronaca di una partita, che per tutti era già scritta: la finale dei Mondiali di rugby del 1995, Sudafrica contro Nuova Zelanda, Ellis Park, Johannesburg.
Io un bambino nero, loro poliziotti bianchi.
Fino a poco tempo prima, la distanza tra noi sarebbe stata legge, paura e giudizio, ma quel giorno qualcosa sembrava cambiato: la partita era già iniziata e, a tutti, interessava solo seguire il Sudafrica che stava affrontando gli All Blacks, la squadra più temuta del mondo, con Jonah Lomu veloce come il vento.
Nessuno dava speranze alla nostra squadra, né le dava al nostro paese.
Nel film Invictus, diretto da Clint Eastwood, si comprende bene quanto Nelson Mandela sapesse come il rugby fosse molto più di un semplice gioco: uno strumento potente, in grado di diffondere messaggi di pace e unità, dove divisione e rancore avevano tracciato solchi profondi.
“Allora questo rugby è soltanto un calcolo politico, giusto?”, viene da chiedere a chi i calcoli è sempre stato abituato a farli, per ricordarsi di esistere.
“È umano il calcolo, direi”.
E non sbagliava.
Dopo ventisette anni di prigionia a Robben Island, sapeva quanto fosse necessario ripartire dalle ferite per guardare avanti, insieme, uniti.
Sapeva quanto fosse importante insegnare il perdono impedendo all’odio di pervadere i cuori.
Quando entrò allo stadio con indosso la maglia numero 6 del capitano François Pienaar, non stava solo sostenendo una squadra, ma stava tendendo la mano a un’intera nazione, dimostrando che la grandezza non si misura con la prepotenza, bensì con l’inclusione.
La partita fu combattuta, fisica, intensa.
15 a 12.
Drop di Stransky, poi l’urlo.
Io gridai, esultando coi poliziotti, senza più differenze tra divise e pelle.
Per tutto il tempo di una partita, quella radio aveva trasformato la distanza in vicinanza, il sospetto in entusiasmo, la paura in partecipazione.
Il Presidente consegnò la coppa, lo stadio scandì il suo nome mentre Pienaar restituiva al mondo il dono di quei versi che salvarono Madiba nei suoi momenti più bui, tratti dalla poesia Invictus di William Ernest Henley:
“I am the master of my fate,
I am the captain of my soul.”
Quel giorno io capii che la pace nasce da scelte coraggiose, da gesti che superano diversità e divisioni, trasformando il singolo in una moltitudine.
E lo sport è capace di questi miracoli.
Io ero solo un bambino davanti a una radio, eppure in quei minuti un pallone ovale è riuscito ad attraversare confini invisibili, unendo sguardi diversi in un magnifico messaggio universale di pace.

