Sportlights ha intervistato Vincenzo Greco, cantautore, saggista, artista multimediale, docente LUISS, avvocato e dirigente pubblico. Di nascita vibonese, socialmente romano e con il cuore a Pizzo, Greco è ideatore e gestore della pagina Facebook Pensieri bianconeri, seguita da tantissimi tifosi juventini per la particolare impostazione che ha avuto fin dagli albori. Da anni è anche opinionista fisso di Radio Bianconera. Sempre nel mondo del calcio e della comunicazione, ha girato e prodotto il docufilm “E ‘nci ficimu a facci tanta – Una reazione Vibonese”, 2018, ed è stato responsabile degli eventi della Vibonese nel suo periodo più prospero e vincente (dal 2017 al 2019).
É disponibile attualmente in libreria e in tutti gli store online il suo Pensieri bianconeri. Juventus: DNA di una tifoseria (Ultra Edizioni, collana Sport), con prefazioni di Luigi Schiffo e Franco Leonetti.
Greco ci accompagna in un viaggio appassionato e appassionante dentro la juventinità: J-DNA, analisi giuridiche e socio-psicologiche e una emozionante carrellata di ricordi personali e collettivi, alla scoperta di una squadra che è un unicum storico e sportivo.
A colpire sono soprattutto quelle che Franco Leonetti, giornalista e speaker di Radio Bianconera, definisce le eclissi romantiche, imperniate sui dolci ricordi d’infanzia di Vincenzo (e di tanti di noi) e sulla scoperta dell’universo Juventus.
Nel leggere delle forsennate partite di calcio giocate dall’autore liceale, con una palla di fortuna, un insieme di fogli di quadernone tenuti insieme con lo scotch, due banchi a mo’ di porta, viene in mente la fulminante sintesi aforismatica di Eugenio Montale: dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia.(Eugenio Montale)
Calciopoli e le plusvalenze, la sempre crescente presenza dei professionisti dell’anti-Juve, l’hate-Juve nei social e nel mondo reale diventano il punto di osservazione privilegiato per la comprensione di dinamiche sociali, politiche, giudiziarie, perfino antropologiche e psichiatriche, ricorrenti anche in altri ambiti.
La rivelazione più importante è forse però quella della natura del calcio come linguaggio preconscio, destinato a risorgere dalle sue stesse ceneri, sopravvivendo alle derive più bieche.
Perché, ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.
(Jorge Luis Borges)

La domanda “perché ci si innamora?” non avrà mai una risposta precisa e definitiva, e sconterà quella stessa endemica e naturale incapacità di dare una risposta al “dimmi cos’è” di vendittiana memoria.
Ci spiega meglio questo parallelismo tra mistero dell’innamoramento e del calcio?
Perché ci innamoriamo è un mistero. Accade, ma mica riusciamo a spiegarcelo. Sì, per un sorriso, uno sguardo, un tono di voce ma più profondamente quella reazione chimica che accade durante l’innamoramento non ce lo spieghiamo. La stessa cosa accade con il calcio: ci piace così tanto nonostante sia nido di malaffare e di violenze. A volte ce ne allontaniamo, ma poi ci manca e ritorniamo. Perché ci piace così tanto? Possiamo dare qualche spiegazione ma alla fine rimane un mistero.
Il brano di Venditti è figlio di un calcio ormai desueto, in cui le partite si giocavano solo di domenica. Non trova che si sia persa un po’ di poesia?
Il calcio ha perso molta poesia. Prima era un fenomeno popolare e veniva vissuto così. Un giornalista che io stimo molto come Michele Plastino, molto conosciuto qui a Roma come a Napoli, lo ha raccontato bene proprio per questo aspetto popolare, comune. E lui ha sofferto di questi cambiamenti, il suo racconto emozionale a un certo punto non andava più e ne ha sofferto, anche se ha continuato a fare bei programmi.
Ora il calcio è planetario, multinazionale, prevale sempre più la componente affaristica. È diventato freddo, algido, distaccato e in tanti aspetti finto, a partire dalle esultanze e dalle dichiarazioni d’amore dei calciatori.
Ma rimane un certo radicamento popolare che ancora lo salva dalla deriva completa. Sta a vedere fin quando durerà. Di una cosa però sono sicuro: il calcio non finirà mai. Il calcio può cambiare ma ha una tale forza da essere comunque sempre seguito, anche se in modo diverso e magari meno poetico.
Se si guarda allo scenario storico attuale verrebbe da pensare che il calcio non sia servito a molto, come mezzo di sublimazione della guerra e delle violenza…cosa è andato storto, a suo avviso?
Mi verrebbe da dire che purtroppo ha seguito dinamiche troppo vicine alla guerra stessa. Anziché sublimarla l’ha evocata.
In realtà credo che le guerre ora in atto non siano colpa del mancato funzionamento del calcio. Sono causa della sempre crescente fame di denaro e di potere, che purtroppo ha invaso il calcio, depotenziando la sua funzione di sublimazione della violenza.
Il tifo calcistico ha dinamiche che ricordano molto da vicino quelle religiose- scrive in Pensieri Bianconeri. Nel tifo calcistico c’è una componente spirituale?
No. Il mio parallelo con la religione riguarda il tipo di attaccamento alla maglia e ai colori molto simile all’attaccamento all’immagine religiosa e ai riti. Di spirituale non c’è nulla, essendo molto terreno e carnale. Come spesso non c’è neppure nella religione. Spiritualità e religione dovrebbero affrontare le stesse tematiche ma purtroppo la religione se n’è completamente distanziata.
A suo avviso i colori calcistici sono l’ultimo baluardo di affermazione di una un’identità, personale e collettiva, in un momento di annacquamento dell’identità territoriale, religiosa ed ideologica. Cosa risponde a chi le dice <<Ma è solo una partita, è solo un pallone che rotola>>?
Che non è solo una partita proprio perché lì c’è in ballo l’affermazione di una identità. Dietro la partita si agitano storie familiari, personali e collettive. Quelle maglie lì sono un simbolo in cui ognuno legge quello che vuole e vede sé stesso. Magari sono lo strumento per togliere un po’ di frustrazioni o di impotenze (sempre citando Venditti, “che mè fa sentì importante anche se nun conto niente”).
Molti vedono nell’andamento di una partita addirittura l’intervento di un parente o di un amico morto da poco “che ha influito”. Altri la rivincita personale per sconfitte di altra natura.
Quando la propria squadra vince aumenta l’allegria, proprio a livello chimico si nota un aumento di testosterone e di serotonina, il giorno dopo ci si sente meglio, si è più positivi. Se invece perde ci si sente male, a volte non si dorme la notte. Capisci perché non è solo una partita?
La mentalità sfidante, propria della Juve, secondo alcuni implicherebbe l’incapacità di godersi le vittorie…
E’ vero. É croce e delizia questa cosa qui. Quando vinciamo subito dopo pensiamo a come rivincere, alla prossima sfida, non festeggiamo per mesi come tante alter tifoserie. Un po’ perché siamo abituati a vincere (tranne gli ultimi anni, a seguito del tentativo di vero e proprio assassinio perpetuato ai danni della società dalla politica calcistica), per noi la vittoria è l’avverarsi di un segno del destino, non una cosa eccezionale.
Questo ha la sua parte bella ma anche quella un po’ pesante del non festeggiare mai fino in fondo. E te la senti dentro anche nelle altre cose della vita. Per esempio, io- quando davo gli esami universitari- appena fatto uno già pensavo all’altro, non mi godevo il buon voto preso. Così al lavoro, appena risolta una cosa penso a risolverne subito un’altra.
Questa cosa sono sicuro che mi è stata trasmessa dall’essere Juventino. Ed è il Segreto delle tante cose che faccio, nella musica come nella narrazione calcistica e nella saggistica filosofica e musicale, oltre che nell’insegnamento universitario e nel mio lavoro di dirigente pubblico.
La sobrietà della comunicazione Juve è un punto forte del J-DNA , eppure lei consiglia uno stile comunicativo meno arrendevole…
Sì, per anni la Juventus è stata silente davanti agli enormi torti subiti. Non funziona più come ai tempi di Andreotti, quando il silenzio valeva più di una smentita e la risposta come una conferma. Ora bisogna saper comunicare in modo incisivo e concreto, esporsi, affilare le unghie, magari facendolo con ironia e autoironia, come suggerisco nel libro. Occorre trovare un modo per rispondere alle tonnellate di fango provenienti dalla stampa e dal mondo calcistico finalizzate a creare il luogo comune che “la Juve rubba”, quando invece sono altri a tramare nell’ombra tra cui una società, protetta a livello politico, in modo così evidente che se ne stanno accorgendo tutti ormai.
Ci vuole raccontare qualcosa sull’esperienza artigianale della pagina Facebook Pensieri Bianconeri?
È partita per gioco ma non per caso. Finita l’esperienza con la Vibonese, la squadra di calcio della mia città di nascita, di cui sono stato responsabile degli eventi e narratore con un docufilm e uno storyteller in più puntate, sono tornato in ambito Juventus. E ho deciso di creare una pagina che colmasse un vuoto che c’era sui social, ovvero una pagina che recuperasse un antico modo di raccontare il calcio, che fa capo ai miei maestri come Gianni Mura su tutti ma anche Darwin Pastorin, Vladimiro Caminiti, e un po’ anche Gianni Brera (ma meno, a dire il vero) coniugandolo con i nuovi modi provenienti dai social.
Senza alcuna promozione il numero dei followers è salito sempre di più grazie al passaparola. In tantissimi hanno condiviso i miei post e ora sono individuato come “quello che non ha peli sulla lingua, di cui ci si può fidare e che racconta la Juve in modo libero e competente”. Uno dei motivi del successo è stato anche l’attenzione rivolta alle questioni giuridiche e giudiziarie, cosa che ha attratto anche l’attenzione di Radio Bianconera.
Chi è il malato di calcio? È un individuo, non necessariamente un ultrà, che se proprio un giorno dovrà morire, spera che almeno sia a giugno, tra la fine dei campionati e l’inizio del calciomercato ufficiale… Il malato di calcio generalmente non ama le pay tv, i superingaggi, le maglie che cambiano ogni anno, il merchandising selvaggio delle società, i tribuni televisivi, i presidenti multi-proprietà, i dirigenti multi-incarico, i potenti e i figli dei potenti. Il malato di calcio è nostalgico degli arbitri vestiti di nero, del “va ora in onda la sintesi registrata di un tempo di una partita di serie A”, dell’orario unico di inizio delle partite, dei numeri dall’uno all’undici. Poi c’è il malato di tifo, che rivendica l’esistenza di una partita nella partita, giocata dalle due curve. Uno che alla televisione, più che al gioco, guarda ai lati del teleschermo, per intravedere “quanti erano loro” e “quanti eravamo noi”. Uno insomma che se gli parli di “hobby” ti potrebbe spellare. La frase più odiata? “In fondo è solo un gioco”. E non vorremo mica tralasciare quelli che credono nella scaramanzia? Gente che ha rischiato di contrarre malattie veneree pur di indossare lo stesso paio di mutande per 34 domeniche, che si è costretta a restare in posture inquietanti, a compiere come automi dei rituali assurdi, a sedersi per l’eternità nello stesso posto: “Non ci credo ma non si sa mai…”. Tutto questo in nome del calcio. (Cristiano Militello). Si rivede nel malato di calcio/malato di tifo descritto con straordinaria acuzie da Cristiano Militello?
In tante cose sì, anche se cerco di far convivere la scaramanzia con la pulizia. E poi ci sono due sole altre cose in cui non mi riconosco, sintomo di una malattia in uno stadio ancora più avanzato.
La prima è che a me piace che le partite si giochino ad orari diversi così posso vederne di più in diretta (anche se si è esagerato, mi sarebbero bastati due o tre orari comuni).
La seconda è che vorrei morire non a giugno, a campionato finito, ma un attimo dopo che la Juventus abbia vinto la Champions League dopo tanti, troppi anni di delusioni. Il che – mi faccio la battuta da solo – visto che in finale solitamente perde quasi sempre, mi potrebbe assicurare l’immortalità. Oppure, dovesse finalmente azzeccare una finale, un morir felice.
Foto: Claudia Erba

