Dall’Everest al Vesuvio: storia dell’auto che salì sul tetto del mondo
All’epoca la SIP – meglio nota come Telecom Italia oggi – mandava in giro i suoi tecnici di manutenzione a bordo di scattanti Panda Van bianche.
Sapevamo che c’era un guasto alla linea telefonica ancor prima di alzare la cornetta perché la Panda Van Bianca parcheggiata sul ciglio della strada, a ridosso di un palo serpeggiato da un muto e duro groviglio di fili, era il chiaro segnale che c’era un guasto all’allora rete di doppini di rame.
Da lì in poi, le tecnologie di comunicazione si sono evolute, estese, intrecciate e complicate nel tentativo di semplificare, ma, i tecnici dell’odierna Telecom, continuano a fare i loro interventi di manutenzione ancora a bordo delle Panda Van, non più bianche come un tempo ma di un bel rosso mattone lucente.
Guizzata dalla mente di Giorgetto Giugiaro nel 1978 con il nome di “Rustica”, la Panda diventa da subito sinonimo di accessibilità e modernità.
Le sue linee squadrate, i suoi vetri dritti non bombati, l’essenzialità degli interni e un motore da 30CV e 45CV, conquistano immediatamente cuori e portafogli di migliaia di Italiani.
Dagli anni 80 ad oggi, la Panda è riuscita a stare al passo coi tempi grazie ai tanti restyling e alle motorizzazioni sempre più vicine alle esigenze mutevoli di governi e acquirenti.
Già dal 1988, fu un’antesignana delle auto elettriche con la Panda Elettra che, con la sua autonomia di appena 100km e una velocità massima di 70km/h, non fece breccia nel cuore degli Italiani ma dimostrò, di certo, di essere lungimirante e avanti nei tempi.
Nei decenni, la Panda, ha mantenuto il suo carattere agile e grintoso grazie a motorizzazioni allegre, come il 1.4 benzina 16 valvole che erogava 100CV, o come il fatidico motore a trazione integrale 4×4 che ha portato il mini SUV italiano ad accarezzare addirittura la cima dell’Everest nel 2005.
Fu in quell’anno, infatti, in cui l’aviatore e paracadutista Angelo D’Arrigo, partendo da Katmandu a circa 1300 metri sul livello del mare, affrontava i ripidi e impervi sentieri della catena hymalayana per arrivare al primo campo base a 5200 metri di altezza.
L’impresa di D’Arrigo consisteva nel lanciarsi con il paracadute dalla vetta del mondo. E come portare tutta l’attrezzatura necessaria se non con la buona vecchia Panda?
E così fece. Caricò la Panda con la motorizzazione più performante dell’epoca e su a bruciare sentieri.
Erano gli anni del multijet 1.3 che poteva arrivare a 95 CV, gli anni in cui l’iniezione diretta consentiva di bruciare anche il gasolio meno raffinato e a buon mercato del Nepal e dove l’ultimo problema erano le emissioni e l’unica vera preoccupazione di D’Arrigo era evitare il congelamento dei sistemi idraulici della vettura a -40°C.
D’Arrigo e la Panda arrivarono sul tetto del mondo e, come vi erano saliti, allo stesso modo vi scesero: in sella alla medesima Panda 4x4x.
Dal Nepal ad oggi, la Panda ne ha fatta di strada, passando dalla rivoluzione delle cinque porte a quella delle motorizzazioni full-hybrid e mild-hybrid, dimostrando di avere tecnologia da vendere e un’incessante voglia di rinnovarsi e rinnovare, non solo con le motorizzazioni ma anche con gli interni.
Ed ecco che gli austeri sedili delle prime vetture si trasformano in comfort con forme più morbide e materiali che abbattono l’impatto ambientale grazie alle fodere eco-tech, costituite dalla plastica riciclata dei mari e i rivestimenti della plancia realizzati sempre con materiale di recupero.
Dal 2013 la Panda approda a Pomigliano d’Arco, alle pendici di un altro monte, il Vesuvio, e diventa iconica tanto e più di quel cono quiescente. Come per il vulcano, imprevedibilità, inafferrabilità e agilità sono i tratti distintivi dell’esuberante vettura.
Della Panda e del Vesuvio se ne parlerà ancora a lungo, ne parleranno i tg e le donne affacciate ai balconi, gli amministratori delegati e i benzinai distratti, le mamme e i figli diciottenni. Ne parleranno con lo stupore e il ricordo che si concede ad uno di famiglia, perché, in fin dei conti, la Panda, è una di famiglia.

